I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA NOSTRA STORIA

JEAN-FRANÇOIS MEURS

Brosio il Bersagliere

Giuseppe Brosio, soprannominato “il bersagliere”, fu un amico fedele di don Bosco per quarantasei anni. Collaborò con lui dalla prima ora dell'Oratorio, lo aiutava con i giovani, fece da “uomo forte” in tante circostanze e difese con forza i ragazzi più piccoli e don Bosco stesso.

Da bambino, a Chieri, Giuseppe Brosio era rimasto così colpito dal modo in cui il giovane “seminarista con i capelli ricciuti” si avvicinava ai giovani che aveva voluto conoscerlo meglio. Non fu difficile, perché tutte le volte in cui andava in seminario a trovare il suo amico Luigi Comollo, questi era in compagnia di Giovanni. Nacque così una buona amicizia.
Quando andò a vivere a Torino per ragioni legate al suo lavoro (era un commerciante), Giuseppe Brosio rimase in contatto con don Bosco e diventò uno dei suoi collaboratori fin dalla nascita dell'oratorio, quando i ragazzi si riunivano ancora al “Convitto” in cui don Bosco, giovane sacerdote, continuava il suo percorso di formazione.
Il Bersagliere con i giovani
Durante la prima guerra d'indipendenza, negli anni 1848-49, Giuseppe Brosio fu arruolato nel corpo militare dei bersaglieri, che era stato creato poco tempo prima dal generale La Marmora. I bersaglieri sono famosi in Italia per il loro copricapo con penne di corvo e perché procedono di corsa... anche i musicisti! Quando tornò dalla guerra, Giuseppe Brosio riprese a svolgere il suo ruolo di catechista e animatore durante le ricreazioni. I giovani amavano vederlo in uniforme e ascoltare i racconti di battaglie accompagnati da movimenti esplicativi. I ragazzi chiedevano a Brosio di insegnare loro a compiere gli esercizi. Lo faceva anche don Cocchi, il sacerdote fondatore dell'Oratorio dell'Angelo Custode. Il soprannome “Bersagliere”, con cui il coraggioso Brosio era comunemente chiamato, nacque così. Un giorno, nella foga del gioco, uno dei “battaglioni” di bambini, incalzati dagli avversari, si ritirò... nell'orto di Mamma Margherita, che, vedendo i suoi preziosi cavoli calpestati, quasi voleva andarsene e tornare ai Becchi.
Quando don Carpano fu convocato per assumere la direzione dell'oratorio dell'Angelo Custode nel quartiere Vanchiglia, don Bosco mandò in suo aiuto Brosio perché insegnasse il catechismo e animasse le ricreazioni. Le manovre militari furono utili, perché il quartiere era dominato da una banda di pericolosi teppisti, la famosa “Cocca di Vanchiglia” i giovani dell'oratorio ebbero così la possibilità di affrontare i teppisti e il loro capo.
«Una festa - racconta Brosio - comparvero quaranta barabba, armati di pietre, bastoni e coltelli, per entrare nell'interno dell'oratorio. Il direttore si prese tanta paura che tremava come una foglia. Io, vedendo che erano risoluti di menare le mani, chiusi la porta, radunai i giovani più grandi e distribuii i fucili di legno. Divisi i giovani in squadriglie, con l'ordine che se attaccavano, a un mio segnale contrattaccassero da tutte le parti contemporaneamente, e giù legnate senza misericordia. Radunati i più piccoli, che piangevano di paura, li nascosi in chiesa, e andai di guardia alla porta d'entrata, che gli assalitori tentavano di gettare in terra con urtoni poderosi. Qualcuno, frattanto, era andato ad avvisare i soldati di cavalleria, che accorsero con le sciabole sguainate».
Quella volta andò bene.
Durante la crisi degli anni 1850-51, vari sacerdoti e coadiutori laici abbandonarono e addirittura attaccarono violentemente don Bosco. Il Bersagliere sostenne incondizionatamente il suo amico. Raccontò la storia più tardi, alla fine del 1879 e all'inizio del 1881, in un “memoriale” di quarantasei pagine contenente un resoconto degli avvenimenti e altri ricordi destinato a don Bonetti, che stava raccogliendo materiale per la sua “Storia dell'oratorio” da pubblicare a puntate nel “Bollettino Salesiano”.
Il nome del sacerdote che diede origine a quella situazione non è mai menzionato; Brosio parla di una “cospirazione” finalizzata a screditare l'azione e l'autorità di don Bosco e ad allontanare coloro che lavoravano con lui. I signori che presero parte a quell'intento sceglievano i giorni di festa per sviare i giovani animatori e catechisti invitandoli a passeggiate fuori città, offrendo loro pranzi e merende nelle locande e divertimenti.
«Non lo abbandonerò mai!»
Dato che era un animatore con un forte ascendente sui giovani, Brosio era già stato avvicinato dai “protestanti” valdesi, che gli avevano offerto un lavoro ben remunerato e sicuro purché lasciasse l'oratorio portando con sé alcuni giovani.
«Un giorno due signori veramente ben vestiti, che avevano l'accento francese, mi fermarono e dopo cordiale discorso, mi offersero una grossa somma di denaro, parmi fossero da cinquecento a seicento lire, con promessa che mi avrebbero impiegato in un posto da signore, se però io avessi abbandonato l'Oratorio e condotto via i compagni. A questa offerta con quattro parole risposi: “Don Bosco è mio padre, non lo abbandonerò mai e non lo tradirò per tutto l'oro del mondo”».
Anche un sacerdote lo invitò a tradire don Bosco! Brosio fu invitato a una gita in campagna, con la raccomandazione di non dire nulla a don Bosco. La prima cosa che invece Brosio compì fu proprio parlargliene e don Bosco lo invitò a stare al gioco. All'abbondante e squisito pasto, con ottimi vini a volontà, seguirono giochi, canti e altro vino di qualità e poi il caffè al ritorno.
Brosio fu invitato una seconda volta e di nuovo furono offerti caffè, merenda, bevande fresche... e i presenti furono invitati ad abbandonare l'Oratorio! Il sacerdote che aveva intavolato il discorso era ironico, diceva che Dio è presente ovunque e che ci si può fare santi in qualunque luogo... Ma questa volta mise fra le mani dell'amico Brosio, pietrificato, sei scudi d'argento, invitandolo a lasciare don Bosco. Il nostro Bersagliere, imbarazzato, si affrettò a donarli a un padre di famiglia bisognoso. Don Bosco non lo rimproverò, ma gli consigliò di non accettare l'invito successivo.
Alla fine del 1851 e all'inizio del 1852, i “cospiratori” sferrarono un nuovo attacco, accusando don Bosco di aver offeso i suoi ragazzi e mancato di rispetto ai suoi collaboratori in una lettera destinata a lanciare la sua lotteria. Dissero che li aveva chiamati vagabondi e ladri. È vero che don Bosco aveva scritto che la lotteria era stata organizzata “a favore di molti giovani poveri riuniti nell'oratorio, che vagavano per le strade e le piazze della città”.
Ci fu un numero significativo di defezioni: vari catechisti, sacerdoti e persone che ricoprivano ruoli di responsabilità nell'organizzazione dell'oratorio se ne andarono. Brosio però aggiunse: «La burrasca a poco a poco passò...». Don Bosco si impegnò subito per formare nuovi catechisti, scegliendo tra i giovani migliori dell'oratorio «... e siamo andati avanti!».