I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

MARINA LOMUNNO

Vescovo in una chiesa ferita Monsignor Alberto Lorenzelli Salesiano

Lo scorso 22 giugno nella Basilica di San Pietro papa Francesco ha ordinato vescovo ausiliare di Santiago del Cile il salesiano don Alberto Ricardo Lorenzelli Rossi. Il mandato a monsignor Lorenzelli giunge in un momento di grave difficoltà della Chiesa cilena la cui Conferenza episcopale, dopo la scoperta di abusi sui minori ad opera di alcuni prelati, ha rassegnato le dimissioni al Papa nel maggio 2018.

Monsignor Lorenzelli, prima di partire per tornare in missione, come tradizione per i missionari salesiani, ha voluto ripartire da Torino. Lei è stato insegnante, direttore, ispettore in Italia e in Cile. Ora ritorna in Cile. Che cosa l'aspetta?
Già 7 anni fa, prima di partire per il Cile, sono venuto a Valdocco per chiedere l'aiuto prima di tutto di Maria Ausiliatrice perché don Bosco aveva una fede illimitata nella Madonna: durante la celebrazione in Basilica ho chiesto che Lei «faccia là dove io non potrò fare e non riuscirò a fare». E poi ho invocato don Bosco perché è stato un profeta che ha aperto da Valdocco una finestra sul mondo mandando i missionari prima di tutto in America Latina. Non è stato semplice partire perché ho dovuto lasciare la mia famiglia in Italia in un momento delicato. Non conoscevo nessuno in Cile ma, nonostante i miei timori e le grandi difficoltà della Provincia salesiana in quegli anni, è stata una bellissima esperienza. La comunità religiosa, i giovani, le famiglie e il popolo di Dio sono stati molto accoglienti e mi sono sentito immediatamente a casa, tanto che mi sembrava di non essere mai partito.
Che cos'hanno i salesiani in Cile?
I salesiani in Cile hanno una realtà importante con 22 collegi, una rete di istituti tecnici professionali punto di riferimento per tutto il Paese, 16 parrocchie, alcuni santuari e attività sociali significative come l'accoglienza dei bambini di strada in cui sono impegnati tanti educatori per cercare di recuperare tanti minori dai pericoli della strada dove si rifugiano per motivi familiari, affettivi o perché i genitori sono in carcere. Anche noi come tutta la Chiesa cilena siamo stati toccati dalla piaga degli abusi, un crimine tremendo.
Che cosa significa oggi vivere la vocazione religiosa?
Certamente la mia esperienza di otto anni di presidenza della Conferenza dei superiori religiosi d'Italia, la collaborazione con religiosi europei e i sei anni in cui sono stato in Cile mi hanno fatto riflettere molto: la vita religiosa si presenta oggi con grandi sfide perché i nostri fondatori hanno saputo interpretare il momento storico che stavano vivendo con realismo, concretezza e tanta profezia... Io credo che la vita religiosa oggi debba ricuperare prima di tutto il carisma e la spiritualità originaria dei nostri fondatori, dobbiamo tornare alle origini.
E come?
Dobbiamo recuperare l'incanto del primo momento in cui abbiamo risposto alla nostra vocazione, dobbiamo «incantarci di nuovo». La vita religiosa - che si occupi di educazione, di malati, di poveri - da sempre è nata e si è sviluppata in queste frontiere, spesso prima che la Chiesa istituzionale arrivasse. Allora mi auguro davvero che i carismi e la spiritualità della vita religiosa ritornino alle radici e non si allontanino dallo spirito originario che i nostri fondatori ci hanno donato.
Il Papa la invia in Cile dove la Chiesa sta vivendo una crisi profonda. Con che spirito si accosta a partire con un mandato di così grande responsabilità?
La nomina a Vescovo ausiliare di Santiago è stata una sorpresa e ho manifestato subito a papa Francesco il mio smarrimento e le mie perplessità. Il Papa mi ha confermato che certamente è un incarico delicato e ho percepito l'atto di grande fiducia verso la mia persona che ritengo, e non per falsa umiltà, eccessiva. Mi hanno molto commosso le sue parole: «Guarda che accettare questa nomina è da incoscienti, l'avessero proposto a me non so se l'avrei accettata: però ti chiedo di fare una scelta da incosciente. E non farlo come un piacere a me ma per il bene della Chiesa». E mi è sembrato che più che il Papa mi stesse parlando mio padre. E così i suoi gesti, le sue parole, hanno fatto cadere le mie resistenze. E mi sono detto con spirito di fede: 'ciò che il Papa mi sta chiedendo lo voglio leggere come una richiesta del Signore'. E così mi sono inginocchiato e gli ho chiesto di benedirmi. Anche durante la celebrazione dell'ordinazione mi sono sentito come un figlio che riceve un mandato da suo padre. Quel giorno e poi in altre occasioni mi ha detto: 'Ti ringrazio di avere accettato'.
Che cosa le chiede papa Francesco?
Il Papa non mi ha dato indicazioni particolari: mi ha invitato ad andare e a mettermi a disposizione dell'amministratore apostolico al servizio della Chiesa cilena che in questo momento soffre, ha perso la fiducia del popolo di Dio. E mi riferisco alla Chiesa istituzionale mentre nella gente la religiosità e la fede sono ancora molto vive. È di qui che bisogna ripartire. Bisogna prima di tutto costruire comunione con il popolo di Dio: io non vado a Santiago né con un'agenda, né con un programma, nulla. Il mio programma è l'omelia di papa Francesco, molto impegnativa, pronunciata durante la mia ordinazione: «Riflettiamo attentamente a quale alta responsabilità viene promosso questo nostro fratello. Il Signore nostro Gesù Cristo mandò a sua volta nel mondo i dodici apostoli, perché, pieni della potenza dello Spirito Santo annunziassero il Vangelo a tutti i popoli e riunendoli sotto un unico pastore, li santificassero e li guidassero alla salvezza». Ecco il mio mandato. Prima di tutto mi impegnerò a vedere, in secondo luogo ad ascoltare e infine a stare vicino ai sacerdoti. Credo che in questo momento di smarrimento e di solitudine del clero, come Vescovo devo offrire ai preti la mia disponibilità. E poi il dialogo e la vicinanza al popolo di Dio, in modo che tutti riprendiamo il nostro cammino di fede.
Quali risposte si aspettano i credenti e la società civile cilena per recuperare fiducia nella Chiesa?
Realizzare il mandato del Papa significa mettermi accanto alle persone che hanno più bisogno, ai più poveri, a quelli che hanno smarrito la strada, la fede. E poi, proprio perché sono un figlio di don Bosco, i primi che avvicinerò sono i giovani perché sono coloro che si sono allontanati di più da una Chiesa in cui non si sono sentiti rispettati ma feriti. È naturale che i giovani pensino, di fronte a fatti gravi come gli abusi, che non ci sia più nulla di credibile: spirito di fede, autenticità, radicalità del Vangelo e sappiamo come i giovani cerchino questa radicalità. E poi l'altro aspetto per me molto importante è la vicinanza alle vittime degli abusi che hanno lanciato un grido di dolore. Non dobbiamo considerarli come nemici ma come persone che davvero portano impressa nella loro carne una ferita: mentre si aprivano alla vita non si sono sentiti rispettati, non si sono create le relazioni giuste e sane che un sacerdote e un vescovo devono instaurare con chi gli è affidato. È fondamentale aprire con loro un dialogo, far capire che sono loro vicino e che riconosco il loro dolore. Ma non solo: dirò loro che «voglio impegnarmi a cercare di sanare le ferite profonde che vi abbiamo creato». Cercherò di incontrarli e guardarli con un occhio di attenzione, di misericordia, di affetto, riconoscendo gli errori. E, a nome della Chiesa, chiederò veramente e sinceramente perdono.
I salesiani sono gente concreta. Che cosa significa per lei essere «concreto» ora che si appresta a questo nuovo incarico?
La concretezza fa parte del nostro modo di lavorare, della nostra formazione, significa avere i piedi per terra. Per questo non parto per il Cile con un programma predisposto ma cercherò di capire che cosa chiede il popolo di Dio alla Chiesa cilena. Il Papa apprezza i salesiani - per un periodo ha studiato nelle nostre scuole, la stessa che ho frequentato anche io - e ci invita a vivere a pieno il nostro carisma, che è una spiritualità dell'allegria, della speranza. Per questo ho scelto nel mio stemma episcopale un passo di san Paolo ai Filippesi (4,4) «Gioite nel Signore sempre»: non una gioia disincarnata ma quella gioia che parte dal cuore, dove ritroviamo i motivi di speranza e della ricostruzione anche quando viviamo situazioni difficili e che qualche volta ci portano alla disperazione. Essere concreti significa che, con l'aiuto di Dio, si possono trovare sempre delle soluzioni. Essere concreti in questo momento per la Chiesa cilena significa non ripetere più i danni che abbiamo commesso. Il nostro slogan dovrebbe essere «mai più», un impegno concreto che si traduce in una formazione del clero seria, un discernimento chiaro della vocazione di coloro che chiedono di entrare in seminario perché abbiamo bisogno di preti che veramente rispondano a quello che il Signore ci indica. Occorre dire no a situazioni che creano confusione, disorientamento, danni e addirittura atti criminali. Essere concreti significa non insabbiare la verità, non possiamo più nasconderci dietro ad un dito. Le indagini dicono che gli abusi sono realmente avvenuti e non si possono più coprire. Per recuperare credibilità dobbiamo dialogare anche con le istituzioni, bisogna rispondere anche alla giustizia in risposta alla dignità delle vittime.
Da argentino di origini italiane, anche per la sua storia personale, è molto vicino a Francesco. Come giudica la situazione del Sudamerica?
Io sono in completa sintonia con il Papa anche perché come lui sono nato a Buenos Aires, figlio di migranti italiani partiti per l'Argentina nel Dopoguerra: so che cosa significa vivere lontano dal proprio Paese e dalla famiglia. Io vissuto lo sforzo che hanno dovuto fare i miei genitori, imparare una lingua nuova, introdursi in una cultura diversa, dedicare tanto tempo al lavoro, crescere ed educare i figli. Ora l'Argentina è cosmopolita ma allora era diverso: i miei genitori sono partiti lasciando il loro paese distrutto dalla guerra, le famiglie di mia mamma e mio papà erano numerose e così con tanti sacrifici mettevano da parte un po' di soldi da mandare in Italia per aiutarle. Il problema dell'emigrazione non è solo italiano o europeo: non si sbarca solo a Lampedusa, succede nell'Asia dell'Est, negli Stati Uniti, in America latina. Il Cile stesso è terra di emigrazione, soprattutto dal Venezuela dove la situazione è drammatica. Oggi stiamo vivendo la stessa esperienza delle grandi emigrazioni del Primo Novecento e del Dopoguerra. I popoli si muovono per povertà, fame, guerra, conflitti tribali, persecuzioni. E allora credo che oggi alzare muri, chiudere dei porti o chiudere porte sia antistorico. E gli attacchi nei confronti del Papa sono ingiusti perché spesso sono ideologici: Francesco non fa ideologia ma risponde a ciò che il Signore ci chiede nel Vangelo e cioè di essere aperti e accoglienti come lo è stato lui.
Anche papa Francesco deve fare da “rompighiaccio”.
Certo, accogliere chi è considerato scarto della società dove manca lavoro o si patisce per la crisi economica non è semplice e occorre che tutti i Paesi facciano la propria parte, ma ritengo che i credenti debbano essere fedeli al magistero del Papa perché sta rispondendo alle emergenze del momento. Non possiamo chiuderci o pensare di essere quelli che eravamo 30 anni fa, quel mondo non esiste più e nemmeno dobbiamo preoccuparci troppo per un futuro che non conosciamo: oggi dobbiamo rispondere a questo presente. Il Papa ci sta esortando a fare di questo presente parte della nostra vita. Per me, ora che sono Vescovo, questo significa non un'adesione al Papa così, solo perché è il Papa, ma perché il suo magistero sta rispondendo al Vangelo che il Signore ci ha annunciato. Francesco come Papa dice: «annuncia il Vangelo» e questo è quello che sta facendo lui. Ed è quello che chiede anche a me.