I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA NOSTRA STORIA

B. F.

Così nacque “Giù dai colli”

Novanta anni fa, nel 1929, nasceva l'inno a don Bosco più famoso e cantato in tutti i continenti, grazie a due amici incomparabili.

C'erano una volta due chierici salesiani vivacissimi, dinamici e quindi simpatici a tutti. Un ragazzino di allora (anno 1900) li ricordava così: «Il primo episodio primaverile che mi viene incontro, fu la gita di tutto il collegio, circa duecento ragazzi, a Conegliano. Nella prima fermata a Spresiano, riempimmo la vasta chiesa parrocchiale per ascoltarvi la Messa, in mezzo alla folla del paesotto agricolo, accorsa in massa. A un certo punto quella folla si irrigidì in un silenzio estatico. Dall'orchestra scendeva, tra un severo commento di organo, la lauda “Memorare, o dulcissima Virgo Maria”, modulata a due voci alternate dal coro di voci bianche. I due solisti erano un ragazzo, dalla voce intonatissima, e un tenore in piena forma artistica. Il tenore era don Rastello, l'organista don Gregorio. Ricordo l'entusiasmo che quel canto produsse sul popolo, che si assiepò, delirante di applausi, attorno ai tavolati, allestiti in piazza per la nostra colazione. Il resto lo fece la banda, che benché tutta di giovani, se la cavò bene perfino a Conegliano, che già allora aveva delle esigenze cittadine».
Il tempo e la Grande Guerra divisero i due chierici che divennero preti e continuarono vita e apostolato in Piemonte dove erano nati: don Secondo Rastello era vercellese, don Michele Gregorio era cresciuto a Valdocco dove aveva incontrato il primo successore di don Bosco. Stava giocando, quando don Rua gli lanciò una domanda, in cortile come faceva il santo: “Come ti chiami?”. II ragazzo rispose prontamente: “Michele!”. “Che combinazione, ribatté subito don Rua, anch'io mi chiamo Michele. Vuoi diventare salesiano? Così saremo due colonne per tenere in piedi l'opera di don Bosco”.
Don Gregorio, che faceva il «cattivo» solo a scuola di musica, ma fuori di lì era un agnello. Ebbene, un giorno volle farsi leone. Avvisò che avrebbe richiesto a tutti quella norma di rispetto che fa parte della civiltà di un popolo e, per abituare chi l'avesse trasgredita a migliorare la sua condotta, ogni mattino egli avrebbe passato in rivista i giovani quando, uscendo di chiesa, si avviavano al refettorio per far colazione, e quelli che avessero dimenticato di lucidarsi le scarpe, sarebbero stati esclusi dal refettorio. Difatti egli si pose, arcigno come non mai, al suo posto di controllo, e incominciò davvero a far uscire dai ranghi i colpevoli, che non erano pochi. Ma quando vide i giovani che, passandogli davanti, abbassavano gli occhi per osservare le “sue” scarpe, egli, che non aveva mai tempo a spazzolarsele, capì il muto linguaggio e sorridendo proclamò l'amnistia generale.
Don Gregorio nel 1929 si era già diplomato organista a Bologna. Don Rastello, dal canto suo, era un fine letterato.
Il biglietto della signora Adele
Un mese prima della Beatificazione di don Bosco (che avvenne il 2 giugno 1929) una dinamica cooperatrice, Adele Pugno, portò a don Gregorio, che era direttore dell'Oratorio di Casale Monferrato, un biglietto di don Rastello dove c'era scritto: «Si avvicina la festa di don Bosco e non abbiamo ancora un inno da cantare il giorno della Beatificazione. Io ho buttato giù i versi che ti allego, se ti sembrano buoni cerca di scrivere la musica».
Don Gregorio non ebbe un attimo di esitazione. Chi lo conobbe, ricorda don Gregorio come uno che avesse sempre il fuoco sotto i piedi. Il sonno era per lui una forma di pigrizia, il riposo un lusso che un figlio di don Bosco non si poteva né si doveva permettere.
Si recò immediatamente in una sala dell'Oratorio per scrivere la musica. Leggere i versi e veder fluire la musica nel turbinoso cervello di don Gregorio fu una cosa elementare.
Le note rimbalzavano improvvise e sicure dalla mente al pianoforte e da questo come di rimbalzo sulla carta pentagrammata. In circa mezz'ora l'inno fu scritto. È proprio il caso di dire che fu scritto «di getto».
Composto l'inno, lo richiuse in una busta e lo spedì al confratello. Questi, lo gradì, moltissimo, non solo perché era bello, ma soprattutto per la rapidità con la quale era stato composto. Eppure, a malincuore scrisse che avrebbe preferito un inno più marziale.
Don Gregorio non se lo fece ripetere! Leggere la risposta e mettersi di nuovo al pianoforte, che per molti anni è stato conservato a Casale Monferrato, fu tutt'uno.
E fece la seconda «gettata». Appena finita rispedì anche questa seconda partitura a don Rastello. Passarono alcuni giorni e finalmente il silenzio venne rotto da una telefonata di don Rastello che invitava don Gregorio a recarsi a Torino.
Alla presenza di don Ricaldone furono suonati entrambi gli inni; poi il futuro Rettor Maggiore con fare bonario, ma deciso, escluse quello più marziale ed approvò il primo, dicendo che era molto più adatto ed ordinò a don Gregorio di scrivere subito la partitura per banda.
In poco tempo anche questa fatica fu superata e la banda di Casale fu la prima ad aver l'onore di suonare l'inno di don Bosco.
Se il loro inno fosse stato coperto dai diritti d'autore, i due amici sarebbero diventati ricchi. Non c'è angolo di mondo in cui non continui ad essere suonato, quasi come Stille Nacht!
Nel 1934, in occasione della Canonizzazione di san Giovanni Bosco a Roma, don Pagella, altro cervello musicale di fama internazionale, vedendo don Gregorio arrampicato ad una colonna, perché non riusciva a trovare un posto più comodo nella pur vasta Piazza S. Pietro, gli disse con tono imperativo: «Don Gregorio, o Giù dai colli o giù di lì!»
Non ci fu bisogno di un secondo invito. Seppur in quella posizione scomoda, don Gregorio attaccò l'inno, e tutto il folto gruppo che gli era vicino lo imitò, finché la piazza fu un solo inno.