I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

O. PORI MECOI

Pakistan: Don Bosco c'è!

Incontro con Gabriel (Gabo) Cruz, missionario in Pakistan. "Indubbiamente don Bosco ha un volto pakistano, e anche le mani, i piedi e soprattutto il cuore. Anche se non c'è alcuna persecuzione religiosa in sé, i cristiani sono considerati impuri e quindi in molte regioni direttamente respinti o denigrati"

Qual è la tua storia?
Sono Gabriel Cruz, missionario in Pakistan. Ho 22 anni di vita religiosa salesiana e 13 anni di sacerdozio. Il mio primo incontro con i Salesiani fu in una piccola chiesa, nei pressi del Postnoviziato, a Città del Messico (ora parrocchia dell'Immacolata Concezione di Maria) i postnovizi salesiani facevano apostolato là nei fine settimana, specialmente la catechesi ai bambini. Una delle mie zie che frequentava la Messa lì, invitò i miei genitori in modo che io e mio fratello gemello potessimo partecipare alle attività offerte dai Salesiani.
Avevo circa 10 anni quando ho incontrato per la prima volta i Salesiani. Poco tempo dopo io e mio fratello ci siamo trasferiti per studiare presso l'Istituto Don Bosco di Città del Messico. Le attività sportive, artistiche, educative e religiose dell'Istituto sono state per me un'esperienza nuova e molto bella. Per la prima volta durante la Pasqua 1989, ho avuto l'opportunità di fare un'esperienza missionaria nelle comunità indigene del sud del paese dove lavorano i Salesiani.
Poi sono stato invitato a far parte del gruppo vocazionale dell'Istituto ed è così che ho deciso di entrare nel Noviziato Salesiano. Ho fatto la mia prima professione nell'agosto 1997, e ho immediatamente inviato la mia prima richiesta di essere un missionario ad gentes; i miei superiori mi hanno sostenuto in questa decisione, ma mi hanno chiesto di aspettare e continuare a discernere. Nel giugno 2006 sono stato ordinato Sacerdote e da allora ho lavoravo in Case di Formazione (Aspirantato, Prenoviziato e Postnoviziato) come insegnante, Vicario e Rettore. Dieci anni dopo, nel 2016, il Rettore Maggiore, ángel Fernández Artime, mi informò che la mia richiesta missionaria era stata definitivamente accettata e che il mio destino era il Pakistan. Ho ricevuto la notizia con grande gioia.
Mentre aspettavo la conferma del visto per entrare in Pakistan, il Dicastero per le missioni mi offrì l'opportunità di continuare a prepararmi, studiando la Licenza in Missionologia-Teologia delle Religioni, presso la Pontificia Università Gregoriana (PUG) e una specializzazione in islamistica, presso l'Istituto di Studi Arabi (PISAI), a Roma.
Perché proprio il Pakistan?
Ora sono a Lahore, una città adiacente al confine indiano. Abbiamo un'altra casa a Quetta, al confine con l'Afghanistan. Anche se siamo una nuova Congregazione nel Paese (appena 21 anni di fondazione) il lavoro dei Missionari Salesiani è riconosciuto sia civilmente sia ecclesiasticamente.
Nel maggio 1998, è formalmente cominciata la missione salesiana a Quetta, dopo che il Rettore Maggiore don Egidio Viganò aveva approvato l'invito di monsignor Joseph Coutts, che ora è cardinale e viene affettuosamente chiamato “white-bearded archbishop” (L'arcivescovo dalla barba bianca). P. Pietro Zago, sdb missionario italiano nelle Filippine, è stato uno dei pionieri, e ha fatto un lavoro straordinario nella costruzione di opere salesiane. Un anno dopo, P. Hans Dopheide missionario olandese sdb in Papua Nuova Guinea, iniziò il progetto per la costruzione dell'Istituto Tecnico di Lahore. Sarà terminato nell'anno 2000, quando P. Hans sarà in grado di stabilirsi ufficialmente in Pakistan.
Attualmente a Lahore siamo una comunità di tre Salesiani: P. Noble (pakistano), Alex (coadiutore filippino) e io. A Quetta ci sono altri tre confratelli: P. Joel (filippino), P. Sami (pakistano) e Faraz che è tirocinante. Un altro confratello coadiutore vietnamita, Francis, sta concludendo i suoi studi nelle Filippine e appartiene alla comunità di Quetta.
Nella Congregazione Salesiana abbiamo solo due sacerdoti pakistani (P. Noble e P. Sami) e quattro giovani in formazione iniziale: Bernard (Teologia), Faraz (Tirocinio), Noel (Postnoviziato) e Sunil (Prenoviziato). Qui a Lahore abbiamo il gruppo vocazionale, quest'anno con sette candidati che si preparano ad avviare l'Aspirantato.
Qual è la situazione dei salesiani in Pakistan?
Il nostro lavoro in Pakistan è vario. A Lahore abbiamo un Istituto Tecnico, scuola elementare, ostello per bambini, laboratori per le ragazze ed oratorio il sabato. A Quetta abbiamo anche una scuola elementare, un ostello per ragazzi e un altro per le ragazze (gestito dalle sorelle della Congregazione del Buon Pastore).
Nell'ostello di Lahore, attualmente serviamo più di 130 bambini e giovani. Offriamo casa, cibo, istruzione e formazione religiosa. La maggior parte di loro sono cattolici, ma abbiamo anche ragazzi di diverse confessioni cristiane. Nella scuola e nell'Istituto Tecnico di Lahore accudiamo più di 200 studenti tra cui alcuni musulmani. I ragazzi provengono da varie regioni, villaggi e città del paese.
Offriamo anche laboratori di cucito, taglio e sartoria, trucco e stilista per le ragazze. Circa 50 di loro frequentano i nostri workshop tra cattolici, cristiani e musulmani. Tutti questi servizi hanno avuto un impatto positivo sul paese e sono rispettati non solo dalla comunità cristiana, ma anche dai musulmani.
L'aiuto dei laici è indispensabile nelle nostre opere. Abbiamo un team professionale di insegnanti e assistenti: permettono che il nostro lavoro e la formazione che offriamo siano di qualità e con un tipico spirito salesiano. A Lahore circa 50 laici collaborano quotidianamente con noi per raggiungere i nostri obiettivi e servizi, la maggior parte di loro sono exallievi salesiani.
Com'è il rapporto con la Chiesa locale?
I Salesiani collaborano volentieri con la diocesi. Io, per esempio, sono insegnante di Filosofia e Spiritualità nel Seminario Maggiore Interdiocesano; partecipo anche agli incontri di dialogo interreligioso che la comunità gesuita organizza mensilmente.
Non è facile essere cattolici in Pakistan in quanto è uno dei paesi musulmani più conservatori che esistono. I cristiani (una minoranza, circa l'1,5% della popolazione) sono considerati di categoria inferiore e quindi con poche opportunità all'interno della società. Ecco perché l'offerta educativa e formativa dei Salesiani è di vitale importanza.
Come sono i giovani?
I giovani cristiani pakistani sono straordinari, hanno occhi luminosi, pieni di vita e di illusioni, sognano grandi cose, vogliono studiare, lavorare, conoscere altri luoghi, sono buoni sportivi soprattutto nel cricket. Tutti provengono da famiglie povere, dove il rispetto per Dio e per gli altri è instillato con molta devozione.
Le opzioni di lavoro per i giovani in Pakistan sono limitate, perché indipendentemente dal fatto che siano ben disposti a svolgere un lavoro, solo i musulmani possono occupare i posti importanti o più remunerativi. Ecco perché i salesiani si sforzano di offrire loro un'istruzione di qualità, soprattutto nell'area tecnica. Infatti, il Don Bosco Technical & Youth Centre di Lahore è l'unico istituto non musulmano classificato tra i migliori sei del paese.
Indubbiamente don Bosco ha un volto pakistano, e anche le mani, i piedi e soprattutto il cuore. Anche se non c'è alcuna persecuzione religiosa in sé, i cristiani sono considerati impuri e quindi in molte regioni direttamente respinti o denigrati.
È difficile credere in Pakistan?
Tutte le Chiese cristiane e cattoliche hanno martiri. Noi Salesiani siamo onorati di avere uno dei nostri giovani tra i ranghi. Akash Bashir è un exallievo salesiano di 20 anni che nel 2015 è riuscito a fermare un kamikaze musulmano che intendeva immolare se stesso durante una Messa domenicale a cui hanno partecipato centinaia di persone, proprio nella parrocchia del quartiere a cui apparteniamo, a Youhanabad. L'assalitore si è fatto esplodere mentre Akash Bashir lo abbracciava per diminuire gli effetti dell'esplosione. L'offerta della sua giovane vita salvò quella di molti. Ci sono tante storie di cristiani respinti, accusati ingiustamente di blasfemia o martirizzati; ma anche tanti altri cristiani che giorno dopo giorno portano coraggiosa testimonianza della loro fede.
Come vedi il futuro?
Il lavoro dei salesiani in Pakistan sta crescendo e migliorando. Abbiamo l'invito del Vescovo della Diocesi di Hyderabad ad aprire un'altra casa in una delle aree di rifugiati afghani. Il futuro dei Salesiani in Pakistan è promettente, c'è molto da offrire ai giovani e ci sono anche molti di loro che intendono entrare nel Seminario.
Uno dei problemi per vivere qui non è tanto la situazione culturale e sociale che deriva dalla vita in un paese musulmano, né siamo in guerra come molti pensano. Una difficoltà pratica per i missionari stranieri è quella di ottenere il visto, il processo è lungo. D'altra parte, le nostre opere non sono ancora autosufficienti, quindi abbiamo bisogno dell'assistenza finanziaria di benefattori e associazioni che ci permettano di sopravvivere e continuare ad aiutare i giovani pakistani. Inoltre, la vita salesiana nella comunità e tra i giovani, la grande testimonianza della fede dei cristiani pakistani e, naturalmente, il lavoro educativo, sono un incentivo per ogni salesiano in quanto rafforzano la fede e la propria vocazione.
Un'altra grande sfida che abbiamo è la formazione dei laici, grazie a loro il carisma salesiano è possibile in Pakistan. Avere un gruppo ben formato di exallievi e Cooperatori salesiani è indispensabile affinché lo spirito salesiano cresca soprattutto di qualità. Un altro punto importante è quello di continuare a rafforzare il lavoro congiunto con le comunità protestanti, in modo che la testimonianza della nostra fede in Gesù Cristo sia un impulso di unità. Allo stesso modo, il lavoro sui diritti umani (soprattutto delle donne) e il dialogo interreligioso sono essenziali per dare ai nostri giovani e alle comunità cristiane un migliore tenore di vita.