I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

I NOSTRI EROI

B. F.

Il bulldozer di don Bosco Giovanni Cagliero

Prese da don Bosco il “fuoco dentro” e il coraggio di osare l'impensabile. Guidò la prima spedizione missionaria in Argentina e fu il primo vescovo e cardinale salesiano.

1° novembre 1851. Don Bosco arrivò al suo paese, Castelnuovo d'Asti, per la solenne predicazione.
Tra i chierichetti c'era un ragazzino che rimase a guardarlo incantato per tutto il tempo della predica. Tornati in sacrestia, don Bosco vide che il chierichetto continuava a guardarlo in silenzio. Lo chiamò: «Vuoi dirmi qualcosa?»
«Sissignore. Io voglio venire a Torino con lei per studiare e farmi prete».
«Bene. Allora di' a tua mamma di venire dopo cena nella casa del parroco».
Quel ragazzo si chiamava Giovanni Cagliero, ed era orfano di padre. La mamma arrivò con Giovanni dopo cena: «Dunque - scherzò don Bosco - è vero, Teresa, che volete vendermi vostro figlio?»
«Ah no!» rispose ridendo la donna. «Qui da noi si vendono i vitellini. I ragazzi si regalano».
«Meglio ancora. Preparategli un po' di biancheria, e domani me lo porto con me».
Il giorno dopo, all'alba, Giovanni Cagliero servì Messa a don Bosco, fece colazione con lui, baciò la mamma, e con il suo fagottino sotto il braccio disse impaziente: «Allora, don Bosco, andiamo?»
«A dormire nel canestro dei grissini»
Fecero il lungo cammino a piedi. Giovanni lo fece in pratica due volte, perché mentre parlava con don Bosco correva avanti, inseguiva i passeri nei prati, saltava i fossi. Ricorderà: «Don Bosco durante quel viaggio mi fece mille domande, e io gli diedi mille risposte. Da quel momento non ebbi mai più nessun segreto con lui. Sentendo le mie marachelle, scherzando mi diceva che adesso avrei dovuto diventare più buono. Finalmente giungemmo a Torino.
Era la sera del 2 novembre, ed eravamo stanchi. Don Bosco mi presentò a mamma Margherita dicendo: «Mamma, ti ho portato un ragazzetto di Castelnuovo. Margherita rispose: «Oh sì, tu non fai altro che cercare ragazzi, e io non so più dove metterli».
«Questo qui è così piccolo che lo metteremo a dormire nel canestro dei grissini. Con una corda lo tireremo su, sotto la trave, come una gabbia di canarini».
Mamma Margherita si mise a ridere e mi cercò un posto. Non c'era davvero un angolo libero, e per quella sera dovetti dormire ai piedi del letto di un mio compagno.
Il giorno dopo vidi quanta povertà c'era in quella casa. I nostri dormitori, a pian terreno, erano stretti, e avevano per pavimento un selciato di pietre da strada. In cucina c'erano poche scodelle di stagno con i rispettivi cucchiai. Forchette, coltelli, tovaglioli li vedemmo molti anni dopo. Il refettorio era una tettoia. Don Bosco ci serviva a pranzo, ci aiutava a tenere in ordine il dormitorio, puliva e rappezzava i nostri abiti, e faceva tutti i più umili servizi.
Facevamo vita comune in tutto. Più che in un collegio, ci sentivamo in una famiglia, sotto la direzione di un padre che ci voleva bene, e che si preoccupava solo del nostro bene spirituale e materiale».
Giovanni Cagliero dimostrò fin dai primi giorni ingegno vivace e umore allegro. Aveva una voglia di giocare che straripava. Michele Rua continuava a vivere con sua mamma, ma al mattino si metteva a capo del piccolo gruppo di studenti, e insieme andavano a scuola. Per incarico di don Bosco, Rua doveva funzionare da «assistente», badare che nessuno marinasse la scuola. Raramente Michele riuscì a «mettere le briglie» a Cagliero. Appena fuori dell'oratorio, Giovanni cambiava strada, di corsa raggiungeva Porta Palazzo e si fermava incantato davanti ai ciarlatani, ai baracconi. Poi via, sempre di corsa, alla scuola. Quando gli altri arrivavano era già alla porta, sudato ma felice.
«Ci chiameremo salesiani»
26 gennaio 1854. Don Bosco fece un discorso strano a quattro dei suoi giovani: «Voi vedete che don Bosco fa quello che può, ma è da solo. Se voi mi darete una mano, invece, insieme faremo miracoli di bene. Migliaia di fanciulli poveri ci aspettano. Vi prometto che la Madonna ci manderà oratori vasti e spaziosi, chiese, case, scuole, laboratori, e tanti preti pronti a darci una mano. E questo in Italia, in Europa e anche in America. Io tra voi già vedo una mitria vescovile...».
I quattro giovanotti si guardarono in faccia sbalorditi. Eppure don Bosco non scherzava, era serio e sembrava leggere nel futuro: «La Madonna vuole che noi iniziamo una società. Ho pensato a lungo che nome darle. Ho deciso che ci chiameremo Salesiani».
Tra quei quattro giovanotti c'erano le pietre fondamentali della Congregazione Salesiana.
In luglio, un'epidemia di colera incominciò a mietere vittime a Torino. Don Bosco corse a soccorrere i contagiati e portò con sé i ragazzi più grandi. Giovanni Cagliero era uno di questi.
I giganti color rame
Giovanni Cagliero, 16 anni, una sera sul finire di agosto, tornando a casa dal lazzaretto si sentì male. Due medici, chiamati per un consulto, dichiararono che il caso era disperato. Un colpo durissimo per don Bosco. Ma quando arrivò per dargli l'ultima Comunione, don Bosco si arrestò come vedesse qualcosa che gli altri non potevano vedere. Poi avanzò verso il letto del malato, ma era allegro e sorrideva. Giovanni mormorò:
«È la mia ultima confessione? Devo proprio morire?» Don Bosco rispose con voce sicura: «Macché. Lassù non ti vogliono ancora. Devi fare molte altre cose: guarirai, diventerai sacerdote... e poi... e poi con il tuo breviario sotto il braccio andrai lontano, lontano». Il giorno dopo, Cagliero era guarito.
Tutti volevano sapere che cosa avesse «visto» don Bosco entrando nella stanza. La risposta la diede don Bosco stesso, più tardi: «Mi parve che le pareti della stanza si aprissero e sconfinassero in orizzonti lontani e misteriosi. Intorno al letto apparve una moltitudine di selvaggi di statura gigantesca. Due di quei giganti dal volto fiero e triste si curvarono sopra l'infermo, e trepidanti si misero a bisbigliare: «Se lui muore, chi verrà in nostro soccorso?»
Il momento decisivo fu la sera del 9 dicembre. Don Bosco radunò i suoi giovanissimi “salesiani” e chiese loro se volevano costituire una Congregazione religiosa vera e propria, con tanto di voti di povertà, castità e obbedienza. Serpeggiò un borbottio: don Bosco ci vuole fare frati! Cagliero misurava a grandi passi il cortile in preda a sentimenti contraddittori. Poi dette un gran pugno al muro dicendo: «Frate o non frate, io rimango con don Bosco».
Don Cagliero pronunciò i voti triennali il 14 maggio 1862, i perpetui, già sacerdote, il 15 novembre 1865.
Era l'idolo dei giovani. Temperamento esuberante, tutto impulsi, sentiva e comunicava agli altri la gioia di vivere con don Bosco: lavorare, correre, donarsi. Spesso, i ragazzi, dopo la buona notte a don Bosco, si avvicinavano a don Cagliero e lo salutavano con spontaneo affetto.
Intanto Giovanni Cagliero perfezionava le sue doti musicali. Funzioni di chiesa, accademie, banda, lo resero precoce e geniale compositore. Due sue opere, Il figlio dell'esule e Lo Spazzacamino, furono elogiate da Giuseppe Verdi per la musica bella e commovente. Arrivarono anche a Corte e furono cantate dalla futura Regina Margherita. La “Messa da requiem a tre voci fu giudicata “gioiello di fede e di armonia”. Il suo maestro Cerutti la fece eseguire nella Casa Reale al funerale per Carlo Alberto.
Era vulcanico anche in questo: il 9 giugno 1868, la Messa per la consacrazione della chiesa di Maria Ausiliatrice fu cantata da tre cori: uno a due voci di ragazzi disposti sul cornicione della cupola, due cori a tre voci virili sotto la cupola e nella cantoria.
A capo della prima spedizione missionaria
Il nome di don Bosco aveva varcato l'oceano e cominciava ad essere abbastanza noto nell'Argentina, dove erano molti gli emigrati italiani.
Nel mese di marzo 1875, don Bosco, un giorno, dopo una pausa di soprappensiero e di silenzio, disse a Giovanni Cagliero, che gli stava accanto: «Vorrei mandare qualcuno dei nostri primi preti ad accompagnare i Missionari in America e che si fermasse con loro un tre mesi, finché non siano ben ambientati. Abbandonarli subito soli, senza un appoggio, un consigliere con il quale abbiano confidenza, mi sembra cosa un po' dura. Non mi regge il cuore a pensarci».
Giovanni Cagliero lo conosceva troppo bene per non capire il significato nascosto di quelle parole e disse: «Se don Bosco non trovasse nessun altro e mi credesse capace di farlo, io sono pronto».
«Va bene» concluse il Santo.
Alcuni mesi dopo, all'improvviso, con accento paterno e diplomatico, don Bosco chiese a don Cagliero: «In quanto all'andare in America, sei sempre dello stesso pensiero? L'hai detto, forse, per burla che saresti andato?»
«Lei sa bene che con don Bosco non burlo mai». «Va bene. Preparati. È tempo».
L'undici novembre don Bosco accompagnò i missionari fino a Genova. Era profondamente commosso.
Lieto e dinamico, capo della prossima spedizione dei 10 Salesiani diretti all'Argentina don Cagliero con attività, allegria, bonarietà non si limitò ad “accompagnare” i partenti. Intelligente, autorevole e di feconde iniziative, guadagnò in fretta la stima e la benevolenza di tutti.
Allargò subito il piano di azione, iniziando nella capitale una scuola professionale e un'opera nel rione malfamato “La Boca” ed ideando un collegio a Montevideo. Suo compito doveva essere la sistemazione dei confratelli fermandosi a Buenos Aires tre mesi o poco più, ma fu costretto a rimandare per due anni la partenza.
Cantici di gloria sull'Oratorio di don Bosco a Torino
Sette dicembre 1884. Il bel tempio di Maria Ausiliatrice risuona di canti liturgici.
Con il sacro e solenne rito il cardinale arcivescovo Gaetano Alimonda consacra vescovo Titolare di Magida don Giovanni Cagliero.
Due particolari. Al termine dell'imponente funzione, il giovane vescovo si staccò dal corteo e si diresse verso sua madre. La vecchietta (80 anni) gli venne incontro sorretta da un figlio e da un nipote. Monsignor Cagliero strinse sul petto la testa bianca, e tra la commozione dei presenti la riaccompagnò con delicatezza perché si sedesse. Verso la sacrestia, mescolato tra la folla, l'aspettava don Bosco con la berretta in mano. Il vescovo corse e lo strinse in un abbraccio vigoroso. Aveva tenuto nascosta la mano con l'anello vescovile tra le pieghe dell'abito. Il primo bacio toccava di diritto al «suo» don Bosco.
Monsignor Cagliero il 22 dicembre fu ricevuto in udienza particolare dal Papa, il quale gli disse: «Andate e fatemi cristiana la Patagonia; piantate le tende in quelle lontane Repubbliche dell'America del Sud». Per l'energico e appassionato vescovo salesiano era un ordine. Percorse a cavallo e su traballanti carrette la sua immensa diocesi, sfidando fiumi in piena, inondazioni e rischiosi precipizi andini per essere presente anche nei villaggi più proibitivi e impervi.
Ritornò in Italia nel 1904, fece parte con grandi successi della diplomazia pontificia e il 21 luglio 1915, papa Benedetto XV lo nominò cardinale.
C'era una sede vescovile a cui nessuno ambiva, Frascati. Il cardinal Cagliero si offrì subito: «Sono vecchio, (aveva quasi 83 anni) ma se si tratta di lavorare per la Chiesa, non mi rifiuto».
La diocesi, pur essendo piccola, era disastrata. Un giorno avendo invitato nel suo appartamento un Cardinale straniero, gli porse da bere un po' di vino di Frascati. Quel Cardinale lo trovò molto buono e ne riprese un secondo bicchiere, dicendo: «Buono! Buono!» Il Cardinale con il suo umorismo concluse: «È il mio miglior diocesano!» Con il suo feroce dinamismo rimise in ordine quasi tutto.
Nel 1925 si celebrò il primo cinquantenario della Prima Spedizione missionaria. Il cardinale Cagliero era l'ultimo superstite di quel coraggioso manipolo di pionieri. A Torino benedisse i Crocifissi a 172 Salesiani e 52 Figlie di Maria Ausiliatrice che partivano per le missioni.
L'anno dopo, il 28 febbraio, chiudeva serenamente la sua lunga, benefica, laboriosa giornata.