I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Un immenso tesoro...
sfuggitogli subito di mano

Don Bosco erede di 10 milioni di lire (44 milioni di Euro). Una bufala? Una fake news come si usa dire oggi?
Oppure no? Una sorpresa dall'Archivio Segreto Vaticano.

La caccia al tesoro dei Goti
Alarico I, re dei Visigoti nel 410 aveva permesso ai suoi soldati di saccheggiare tutte le case di Roma. Carico di bottino, si diresse a Reggio con l'intenzione di invadere la Sicilia e poi l'Africa. Alla fine vi rinunciò, riprese la via del continente, ma quando era nei pressi di Cosenza, improvvisamente morì.
Secondo la leggenda venne seppellito con i suoi tesori nel letto del fiume Busento. Il luogo esatto della sua tomba rimase un mistero e del leggendario tesoro si favoleggiò per secoli. La febbre del possibile bottino scatenò a più riprese intellettuali, studiosi, politici e gente comune. La più recente “caccia al tesoro” è quella avviata alcuni anni fa dal sindaco di Cosenza, che ha coinvolto nella campagna di scavi la Sopraintendenza Regionale dei Beni culturali. Immediato è giunto lo stop del Ministero, che ha imposto di sospendere i lavori appena iniziati.

E don Bosco?
Mentre frugavo alla ricerca di lettere di don Bosco nell'Archivio Segreto Vaticano, in un faldone di una ventina di documenti ho scoperto che nel settembre 1881 il marchese senese Alessandro Richi Ruspoli aveva autorizzato l'imprenditrice perugina sig.ra Ida Torelli a cercare un tesoro, da lei supposto, sotterrato nei terreni della propria tenuta in località Ponte Felcino (periferia di Perugia). La signora era decisamente convinta dell'esistenza di un “tale tesoro depositato da un “tesoriere di un re dei Goti”: valutabile in 60 milioni di lire, una cifra impressionante (265 milioni di Euro).
Secondo un accordo sottoscritto, metà di esso sarebbe rimasto nelle mani del marchese, l'altra metà dell'imprenditrice, che comunque si impegnava a condurre gli scavi a sue spese e ad adempiere agli obblighi di legge. Ad assistere ai lavori previsti fra il 20 ottobre e il 10 novembre ed eseguiti dai contadini locali, ci sarebbe stato anche un fiduciario del marchese.
Per imprecisati motivi il progetto fu temporaneamente sospeso e l'anno successivo il 17 aprile, con il parere favorevole dell'arcivescovo di Perugia, il marchese ammalato cedette i suoi diritti per un terzo a papa Leone XIII, a favore e tutela delle “sorelle dei Poveri”, di cui il religiosissimo marchese era benefattore e protettore, per un terzo al nipote Luigi Piccolomini e per un terzo “a favore di don Bosco per un Istituto da erigersi in Siena a favore dei poveri bambini”.

Un ricchissimo lascito testamentario
Il marchese morì improvvisamente. Pubblicato il testamento, il 25 aprile don Bosco venne informato del lascito in suo favore (10 milioni di lire). Si premurò di contattare le autorità pontificie che immediatamente chiesero all'Uditore papale, monsignor C. Laurenzi, vescovo di Amata, di condurre un'indagine al riguardo. Il 4 maggio dal parroco don A. Foti ebbe tutte le precisazioni del caso: non si tratta di vero testamento ma di un foglio ad esso allegato, il nipote Piccolomini non sapeva del “fatto cupo ed incertissimo” delle suddette disposizioni del marchese, la signora Ida insisteva nel cominciare i lavori di scavo, don Bosco aveva “già in mano tanto da potere agire gagliardamente” (cosa intendesse con tale espressione non è chiaro). Aggiungeva anche che lo stesso Piccolomini, in attesa di “vedere le carte”, aveva adottato la tattica di far scavare l'imprenditrice qua e là, burlandosi della cosa, temporeggiando per evitare molestie e per “spegnere le speranze occulte e meditate”.
Don Bosco dal canto suo, su richiesta della curia romana, già il 30 aprile aveva a sua volta chiesto al succitato don Foti conferma dell'avvenuto appalto stipulato dal marchese con l'imprenditrice per la ricerca del “supposto tesoro”. Il Foti lo confermò pure a monsignor Laurenzi il 9 maggio.

Pronti per gli scavi
Cosicché a metà maggio 1882 il nipote del marchese scrisse direttamente al pontefice che era disposto ad avviare i lavori di scavi “insieme con don Bosco e con la signora Ida Torelli”. La Santa Sede allora, informata che l'appaltatore degli scavi, un certo Luigi Buzzonetto, era affidabile perché “buon lavoratore,” anche se “grezzo e di meschina fortuna” e che l'arcivescovo di Perugia era disponibile a trovare la persona che ne sorvegliasse i lavori, sembrò dare il suo beneplacito ai lavori.

La dura realtà
C'erano dunque tutte le condizioni per avviare la caccia al tesoro. Invece, a quanto pare, i lavori non iniziarono mai e il sogno di don Bosco di ereditare un bel capitale - se mai l'avesse seriamente coltivato - svanì nello spazio di un mese. Se avesse avuto a disposizione la leggendaria somma, che uso ne avrebbe fatto? Non si sa. Ognuno è libero di avanzare le sue ipotesi; io ho la mia, quello che però è certo è che la storia non si fa con i “se”.