I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

ANTONIO CARRIERO

Óscar Rodríguez Maradiaga

I salesiani non sono passati di moda

«Mio padre mi disse che ero troppo birichino per diventare sacerdote e che sicuramente mi avrebbero cacciato il giorno dopo che fossi entrato in seminario».

Chi è Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga secondo... Maradiaga?
Sono un figlio di don Bosco. Il mio primo incontro con lui è iniziato molto presto. Avevo sei anni quando mio padre mi portò nel collegio salesiano dove viveva il suo confessore. Rimasi colpito ed entusiasta nel vedere tanti bambini e giovani giocare in cortile. Mio padre se ne accorse e mi disse: «Tu verrai a studiare qua». Per me, quello fu il regalo più grande che potessi ricevere. L'anno seguente ero già in prima elementare e il collegio divenne la mia seconda casa.
Non molto tempo fa, ho incontrato l'ambasciatore della Colombia presso la Santa Sede, il quale fu salesiano e studente di filosofia, poi abbandonò la Congregazione salesiana e andò in Germania a conseguire un dottorato in filosofia: insieme abbiamo parlato dello spirito di famiglia che si vive negli ambienti salesiani. E lui mi ha detto: «La casa salesiana era la nostra famiglia». Io e lui avevamo a casa i nostri genitori, sorelle, fratelli... però, per noi, la casa era la scuola salesiana. C'era la musica, si giocava, c'erano i colori, c'erano le “Compagnie”, l'antica formula dell'associazionismo moderno. Mi sentivo veramente bene insieme agli amici, tanto che dovevano pregarci di tornare a casa nostra, perché non volevamo andarcene. Lo spirito di famiglia era una componente essenziale. Il direttore salesiano che ebbi dalla mia quarta elementare fino al penultimo anno fu per me come don Bosco. In seguito divenne un arcivescovo. Un altro salesiano - un tedesco, un tipo forzuto a cui sarò per sempre riconoscente - fu colui che mi fece innamorare della chimica e della fisica, tant'è che anni dopo decisi di studiare entrambe le materie per poi insegnarle a mia volta agli studenti.

La veste rossa da cardinale non le ricorda forse quella da chierichetto?
È così. Quella che indossai per la prima volta a 8 anni era la divisa del “piccolo clero” con cui salivamo attorno all'altare. Per fare il chierichetto mi dovevo alzare alle 5 e, senza aver fatto colazione perché allora esisteva la norma del digiuno dalla mezzanotte, correvo in chiesa. Mi vestivo e servivo la messa in latino che, a dire il vero, allora non capivo granché. Recitavamo il rosario e ascoltavamo qualche lezione di catechismo. Poi di corsa a colazione e alle 7.30 ero in classe. Qualche volta, il direttore della scuola, diventato poi mio arcivescovo, mi portava a servire la messa nella scuola delle suore. Noi ragazzi facevamo a gara per andarci, perché era l'unico modo per vedere le ragazze. Una volta, tornando a casa, mi chiese se mi sarebbe piaciuto diventare prete. Risposi subito «sì». Ne parlai con mia mamma che cominciò a piangere, dicendomi che ero ancora troppo piccolo per decidere, che non avevo abbastanza salute e che avrei dovuto chiedere il permesso a mio padre. Lui mi disse che ero troppo birichino per diventare sacerdote e che sicuramente mi avrebbero cacciato il giorno dopo che fossi entrato in seminario. E comunque, prima di decidere avrei dovuto finire il liceo. Ci rimasi malissimo. Fu per me una vera delusione. Accantonai il mio sogno e pensai di diventare pilota come lo erano stati altri miei parenti. Mi piaceva volare e alimentavo quest'altra mia passione leggendo libri di aviazione, studiando l'inglese, la lingua dei piloti, disegnando aerei e trasformandoli in modellini.

Lei coltiva due “passioni” importanti: la scienza e la musica. Da dove arrivano?
La prima mi è stata instillata da un sacerdote salesiano, un vero genio. La seconda, invece, in famiglia. Mio papà, rientrando dal lavoro, metteva sempre su dischi, mentre mia sorella maggiore era pianista. Anch'io cominciai a strimpellare qualcosa. Così mio padre mi iscrisse alla scuola di musica. Ho resistito solo due o tre mesi, perché non mi andava che il sabato pomeriggio, mentre i miei fratelli giocavano, io dovessi andare a solfeggiare. Per fortuna, arrivò in collegio un giovane salesiano spagnolo che suonava benissimo la fisarmonica. Avevo 14 anni e mi innamorai subito di quello strumento. L'anno seguente il salesiano cambiò istituto e io continuai per conto mio.

Con la fine del liceo si presentò a suo padre per riprendere il discorso lasciato aperto anni prima...
Eravamo verso la metà di gennaio del 1960. Mi presentai da mio padre e gli chiesi: «Ti ricordi la promessa che mi hai fatto a proposito del farmi prete?». Non ci fu bisogno di molte parole. Mi fece salire in macchina, con la valigia e la mia fisarmonica, e ci presentammo dai salesiani per entrare in noviziato. Scelsi loro perché desideravo tantissimo insegnare e diventare educatore. E i salesiani erano specialisti in questo.

Che cosa l'affascinava di più del carisma salesiano?
L'allegria, la qualità della vita comunitaria in sé soprattutto mi colpì che ci fossero salesiani di tante nazionalità e che tuttavia lavorassero uniti a un unico progetto, e che tutti seguissero don Bosco con amore. La mia ispettoria è quella del Centroamerica ed è formata da confratelli di sei nazioni; a questa varietà straordinaria si aggregavano i confratelli missionari giunti dall'Austria, dalla Germania, dall'Italia, dall'Ungheria, dalla Spagna ecc., eppure eravamo tutti uniti nel lavoro e allegri nella vita comunitaria. Quell'esuberanza di gioia ci faceva innamorare del Vangelo, dell'ideale salesiano. Trascorrevamo tutto il giorno all'interno della casa salesiana, al punto che dovevano staccarci e mandarci alle nostre case al tramonto e noi ce ne andavamo con molta tristezza e con il desiderio di tornare il giorno dopo.

Poi allargò i confini della sua vita.
Nel 1961 - anno in cui presi i voti definitivi - andai all'università dedicandomi agli studi filosofici. Dopo gli studi di teologia morale lasciai Sant'Anna e tornai come incaricato degli studi del teologato e dopo quattro mesi venne il nuovo superiore che mi disse: «Domani lei va come direttore al filosofato». Com'è possibile? Avevo solo trent'anni. Come avrei fatto? Ho obbedito. Fu la penultima obbedienza perché l'ultima non fu verso la Congregazione salesiana ma verso il Papa stesso, accettando di diventare vescovo ausiliare di Tegucigalpa.

Dopo tanti incarichi importanti in America Latina venne... precettato dal Vaticano.
È vero, il Vaticano non mi ha mai lasciato in pace... Prima mi hanno nominato “consultore del clero”, poi membro del “Cor unum” dove sono rimasto 4 anni; ho lavorato nel pontificio consiglio “Giustizia e pace” per 20 anni; quindi sono diventato membro del Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali fino a quando è stato chiuso il dicastero; sono stato segretario del Sinodo e nella commissione dell'America Latina. Non ho avuto tempo di annoiarmi. Quando pensavo di aver già dato abbastanza, papa Francesco, nel 2013, mi ha nominato coordinatore del “consiglio dei nove” incaricato di coadiuvare il Papa nel compito di riforma del governo della Chiesa e della Curia romana.

Pensa che don Bosco sia ancora attuale?
Don Bosco è sempre attuale perché ha fondato i salesiani per educare la gioventù povera e abbandonata. Purtroppo, i giovani poveri sono dappertutto e l'educazione, specialmente l'educazione dello Stato, è carente, per non dire che non serve a niente: per questo noi siamo necessari come al tempo di don Bosco. Ahimè, ci sono molti posti al mondo dove a tanti preti diocesani non interessa affatto la gioventù alcuni si sono arresi prima della battaglia, pensando che la gioventù sia perduta e non ci sia più niente da fare; altri invece hanno paura o non sanno come trattare i giovani. Don Bosco è un santo a cui la gente di tutto il mondo vuol bene. Panama, per esempio, è un paese speciale per l'amore che nutre nei confronti di don Bosco, e la storia è avvincente. All'inizio del secolo, quando si costruiva il canale di Panama, c'erano tanti operai e tanti orfani a causa di un'epidemia di febbre gialla.
C'era un salesiano italiano, padre Domenico Soldati, inviato dal Cile a Panama, e che cosa trovò? Tanti bambini orfani a causa dell'epidemia. Allora aprì un piccolo ospizio per orfani. Poi una scuola tecnica, dove quasi tutti gli operai di Panama impararono un mestiere. Dunque don Bosco è nell'anima del popolo di Panama.
Ogni anno, in occasione della festa di don Bosco il 31 gennaio, si fanno tre novene al giorno per nove giorni fino al 31 gennaio, una alle cinque del mattino, una alle sei e mezza e l'altra alle sette; poi per tutta la giornata la Basilica rimane aperta per le confessioni. C'è gente, addirittura, che fa la confessione pasquale per la festa di don Bosco! Io sono stato invitato una decina di volte a predicare quelle novene: è una fatica enorme, perché il clima è caldissimo e umido, così, quando dalla Basilica passano quotidianamente circa milleduecento persone a ogni novena, uno ne esce esausto. Il giorno della festa c'è una processione di circa quattrocentomila persone e la città è letteralmente paralizzata. Neppure a Torino c'è questo. Adesso, a Panama, c'è anche l'urna di don Bosco perché il Rettor Maggiore dei salesiani ha deciso di destinarla a questa terra.
I giovani ci aspettano. Noi salesiani non siamo passati di moda. Siamo di grande attualità. E di questo dobbiamo convincere tanti confratelli i quali sono già “pensionati”, e questo è triste. Ma è la mentalità del mondo, voler lavorare poco. Invece don Bosco ci raccomandava lavoro e lavoro... non possiamo dimenticare questo.

Che cosa cercano i giovani, oggi, negli adulti?
Per me, uno dei problemi è il disorientamento dei giovani. Abbiamo tecnologie avanzate per orientarci, come il gps, grazie al quale uno può arrivare in qualsiasi parte del mondo, ma ci manca un “gps spirituale”. Tanti giovani sono vuoti dentro, non conoscono Dio, perché nessuno gliene ha parlato, e cercano ma non trovano. Penso che questo sia un guaio. Un altro punto è che molti adulti dicono che questi giovani non servono, dunque si tengono a distanza da loro. Poi, in molte famiglie hanno dimenticato che cosa significhi la parola “giovane”, perché non si fanno più figli, e questa è una questione sociale. Per questo una Chiesa “in uscita” è necessaria. Noi dobbiamo uscire dalle sacrestie per trovare i giovani, trovarli lì dove sono, e non aspettare che vengano da noi. I giovani vogliono sentirci loro amici, che stiamo con loro, in mezzo a loro, non per condannarli ma per essere amici, e questo è elementare. Alla mia età non ho nessun problema a incominciare un nuovo rapporto con i giovani. Se comincio a cantare, tutti cantano e sono felici, e poi dopo possiamo parlare.

LA MARCIA DEI DISPERATI
Circa 2300 bambini, che viaggiano con la carovana di migranti partiti da El Salvador, Guatemala e Honduras, hanno bisogno di protezione e accesso a servizi essenziali come assistenza sanitaria, acqua pulita e servizi igienici adeguati. Lo afferma l'Unicef, presente sul campo con i propri operatori per portare aiuto e assistenza alle decine di migliaia di persone che si trovano ora nel Messico meridionale. Il lungo e faticoso viaggio ha lasciato i bambini esposti alle intemperie, comprese le temperature pericolosamente calde, con accesso limitato ad un riparo adeguato. Alcuni si sono già ammalati o hanno sofferto di disidratazione. Molti dei bambini e delle famiglie della carovana stanno fuggendo da bande e da violenze di ogni genere, estorsioni, povertà e accesso limitato a un'istruzione di qualità e a servizi sociali nei loro Paesi d'origine. In Messico, Unicef sta lavorando con il governo e altri partner per garantire che i bambini sradicati ricevano il sostegno e i servizi di cui hanno bisogno e che i loro diritti siano rispettati. Ciò include la fornitura di assistenza tecnica alle autorità in materia di nutrizione e protezione dei bambini e l'ampliamento dell'accesso al sostegno psicosociale. Unicef e i suoi partner forniscono inoltre ai bambini e alle famiglie della carovana oltre 20.000 litri di acqua potabile sicura, kit igienico-sanitari, sali per la reidratazione orale, protezione solare e sapone. In tutto il Nord dell'America Centrale e in Messico, Unicef continua inoltre a fornire sostegno psicosociale ai bambini e alle famiglie che hanno subito violenza, sfruttamento e abusi in diverse fasi del viaggio migratorio. L'invito dell'Unicef a tutti i governi è quello di dare priorità all'interesse superiore dei bambini nell'applicazione delle leggi e delle procedure sull'immigrazione, a tenere unite le famiglie e a trovare alternative alla detenzione dei bambini.