I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

A TU PER TU

O. PORI MECOI

Traduzione di Marisa Patarino

Dall'Ispettoria Francia − Belgio Sud

Evangelizzare è dire: «Anche tu sei amato»

Incontro con padre André Van Der Sloot.

Carissimo padre André, può autopresentarsi?
È sempre difficile parlare di se stessi... Sono nato nel 1944 a Bruxelles, in una famiglia con cinque figli. Io sono il più giovane. La nostra famiglia era semplice, di ceto sociale piuttosto modesto, profondamente cristiana: tutti noi abbiamo conservato la fede, il mio fratello maggiore è un sacerdote della diocesi di Malines-Bruxelles e nostro padre fu ordinato diacono nel 1971. Nostra madre aveva una grande devozione per Maria. Dopo aver frequentato la scuola elementare presso i Fratelli Maristi, ho chiesto di proseguire i miei studi al ginnasio Don Bosco-Woluwé di Bruxelles. Ho incontrato qui i Salesiani per la prima volta. Durante l'infanzia e l'adolescenza ho fatto parte del movimento scout, che in Belgio è molto diffuso. Nel 1963 sono entrato nel noviziato di Farnières, nelle Ardenne belghe, e il 25 agosto 1964 ho emesso i primi voti. Ho poi seguito il percorso di formazione normale dell'epoca: due anni di filosofia ad Andrésy, in Francia, il tirocinio di tre anni a Tournai, in Belgio, come educatore e insegnante, il servizio militare nel reparto sanitario, gli anni di teologia a Lione e, infine, il tirocinio nella parrocchia San Francesco di Sales a Liegi, dove ho ricevuto l'ordinazione sacerdotale il 30 giugno 1973. A Liegi sono stato impegnato come insegnante di religione, con allievi di età compresa tra i sedici e i diciannove anni, poi come viceparroco, quindi parroco, direttore della comunità... nel 2002 sono stato nominato Ispettore a Bruxelles e nel 2008 la nostra Ispettoria salesiana dal Belgio del sud si è aggregata a quella della Francia e io sono tornato a Liegi al servizio della comunità come direttore. Negli ultimi due anni sono stato responsabile della comunità di Binson, nella regione della Champagne. Ora faccio parte della comunità di Woluwé e sono impegnato a Bruxelles nell'ambito dell'immigrazione.

“In cinquant'anni di vita salesiana ho potuto vivere molti momenti di felicità e gioia„

Com'è nata la sua vocazione salesiana?
Non ho mai sentito una chiamata pressante alla vita religiosa, come forse accade ad alcuni, ma riesco a individuare con chiarezza alcuni elementi importanti che hanno indubbiamente orientato il mio cammino: una famiglia cristiana che ci ha guidati verso la Fede e la preghiera. Pur senza essere particolarmente devoto, sentivo una chiamata, un interesse per la religione. Un secondo aspetto è stato l'esperienza con il movimento scout, grazie alla quale ho davvero imparato ad assumermi responsabilità e a incontrare giovani della mia età, non necessariamente molto vicini alla religione; la vita in gruppo insieme a loro mi ha fatto comprendere il mio desiderio di prendermi cura dei più piccoli. Infine l'incontro con don Bosco: l'accoglienza nella scuola in cui mi sono subito sentito a mio agio e considerato; l'esempio dei Salesiani sempre presenti per accompagnarci, organizzare i momenti di svago e di festa: il canto, il teatro, le ricreazioni. Ero colpito dallo “spirito di famiglia” che regnava. La scuola non era solo un luogo di studio, ma un ambiente di vita in cui trascorrevamo il tempo. A diciassette anni ho cominciato a pensare a quale indirizzo io potessi dare alla mia vita. «Perché non con i Salesiani?», mi sono chiesto. La domanda era quasi ovvia. Ne ho parlato con i miei genitori, naturalmente. Mi hanno chiesto se fossi sicuro e ho risposto: «No, ma mi piacerebbe». Mi hanno detto: «Va' e se vedi che non fa per te, c'è sempre posto per te in famiglia». Comprendo che è un grande sollievo sentire che la scelta compiuta a diciotto anni possa non essere quella giusta... ma per me era giusta! In questo ambiente ricco di rispetto e libertà, la vocazione può prendere il tempo necessario per il discernimento e la maturazione, a poco a poco e senza angoscia!

Quali sono state le sue esperienze più felici?
Non so se io sia stato particolarmente fortunato, ma in cinquant'anni di vita salesiana ho potuto vivere molti momenti di felicità e gioia. Sono stato lieto di insegnare, ma anche di lavorare come viceparroco e animatore dei giovani: in occasione dei soggiorni a Taizé in preparazione della Cresima dei giovani di diciassette anni, dei pellegrinaggi di 300 km a Compostela o ad Assisi con i giovani. I momenti che mi hanno segnato? Ancora oggi sono sempre felice quando incontro le famiglie per preparare un battesimo, perché il battesimo è molto ricco di segni che esprimono l'amore e la vicinanza di Dio e i genitori, anche se sono lontani dalla pratica religiosa, sono spesso attenti e sensibili, perché si parla della vita del loro bambino. Un'altra esperienza forte è quella che ho vissuto ultimamente: per sette anni, ogni settimana mi sono recato nel carcere di Lantin, vicino a Liegi, per celebrare l'Eucaristia e incontrare i detenuti. Ho imparato molto cercando di portare loro una presenza fraterna, uno sguardo di umanità, solidarietà in un ambiente difficile, in cui le relazioni umane sono basate sulla forza e sulla diffidenza. In prigione vale la legge del più forte. Contribuire a far vivere una comunità cristiana è una missione straordinaria ed è pienamente salesiana, perché purtroppo un numero significativo di detenuti ha un'età inferiore a venticinque anni.

Pensa che la Congregazione salesiana abbia ancora un compito in questa Europa?
Finché ci saranno giovani, i Salesiani avranno un posto anche nei nostri Paesi “privilegiati”, ma dobbiamo certamente imparare a lavorare insieme ai laici e spesso in sinergia con altre organizzazioni civili, dello Stato o degli enti locali. Forse le nostre opere sono troppo rigide, occorre essere flessibili. Le situazioni sociali possono cambiare molto rapidamente: ad esempio, trent'anni fa non si parlava dei migranti. Oggi assistiamo all'impoverimento di parte del “ceto medio”. Anche il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà è aumentato rispetto a qualche anno fa. E poi dobbiamo affrontare la sfida di proporre un senso per la vita, prima di tutto attraverso la nostra testimonianza di vita. La stessa concezione della vita è in pericolo: penso a tutte le questioni etiche legate al rispetto della vita, alle famiglie in situazioni difficili, all'instabilità sociale, alla disoccupazione, al lavoro precario ecc... Sì, abbiamo una grande missione, quella di evangelizzare infondendo nuova speranza. Ce lo dice don Bosco: «Educare evangelizzando ed evangelizzare educando». Questo suggerimento è più che mai attuale, perché è effettivamente in corso una scristianizzazione, se consideriamo la pratica religiosa e i riferimenti alla Chiesa. Questa è la sfida della secolarizzazione, ma non la si può affrontare con la nostalgia di una Chiesa forte e potente; non si tratta di tornare indietro, di agire come prima o di fare come don Bosco nel diciannovesimo secolo. E non si tratta nemmeno in primo luogo di fare, ma di essere noi stessi artefici e testimoni, di vivere e tracciare percorsi di vita e di fede per i giorni nostri, con i giovani. Nonostante l'invasione di nuove tecnologie di comunicazione, molti giovani si sentono soli o sperduti, ma sono alla ricerca di relazioni vere, di amore, tenerezza, amicizia, rispetto, di un ideale... in sintesi, di ciò che è essenziale per crescere e diventare adulti. La presenza salesiana trova qui la sua specificità e qui può annunciare il Vangelo, la Bella Notizia per oggi. Riprendo spesso questa frase del libro “La sapienza di un povero” di Eloi Leclerc: Evangelizzare è dire: “Anche tu sei amato...”. Questo è il cuore della Bella Notizia da annunciare: i giovani hanno bisogno di credere in un Dio che li ama perché sentano e sperimentino che noi li amiamo, vogliamo la loro felicità e desideriamo che incontrino il Signore. Possiamo aiutarli a scoprire Gesù lungo il loro cammino. Tutto ciò deve alimentare la nostra preghiera.

I Salesiani in Belgio e in Francia, nonostante le difficoltà, manifestano sempre grande creatività. Quali sono le opere più belle? E quelle con maggiori prospettive future?
Non so se io sia la persona più adatta per rispondere a questa domanda, ma è vero che la creatività è presente. Posso citare i significativi progressi in quelle che definisco “opere di servizio”, che propongono attività per le opere salesiane esistenti: centri giovanili, scuole, parrocchie...
C'è uno sviluppo della comunicazione sociale con la Casa della Comunicazione a Parigi (Don Bosco Aujourd'hui, cioè Don Bosco oggi, il Laboratorio multimediale e la Casa Editrice Éditions Don Bosco... DVD e vari programmi educativi). C'è poi il percorso di formazione presso il “Centro Jean Bosco” di Lione, per i Salesiani, i laici, gli operatori della pastorale, ecc. Si riscontra anche un notevole sviluppo della pastorale giovanile, con il “Movimento Giovanile Salesiano”, il “Campo Bosco”, “Ephata Don Bosco”.
C'è pure la Rete delle “opere con una dimensione sociale”: i Centri “Valdocco” di Argenteuil, Nizza, Lilla, Lione. E anche il Centro Télé-Service di Bruxelles, che offre servizi di animazione e sostegno per lo studio a favore dei ragazzi, centri di accoglienza a Hornu e Blandain, in Belgio.
Anche il “Reseau salésien”, la Rete salesiana a tutela delle opere nelle scuole, è in una fase di grande sviluppo. Varie scuole superiori “non salesiane” chiedono di entrare a far parte della Rete o già vi appartengono. Questo è indicativo di una bella realtà salesiana nella nostra provincia, che è al servizio dei giovani e dà un'anima alle opere esistenti, proponendo attività, momenti di riflessione e incontri.