I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

GIAMPIETRO PETTENON - info@missionidonbosco.org - www.missionidonbosco.org

Fotografie di Ester Negro

Bolivia
Le lacrime degli Incas

Ovunque arrivano questi figli di don Bosco, la gente saluta cordialmente e li avvicina per chiedere qualcosa. A volte sono madri e spose, solo per uno sfogo e una parola di conforto rispetto alla situazione di violenza che subiscono...

Siamo arrivati in Bolivia, a Santa Cruz de la Sierra, che si trova nella regione orientale del paese, caratterizzata dal clima caldo sub tropicale tipico della conca amazzonica.
Abbiamo visitato le opere salesiane di questa regione, alcune delle quali fondate da missionari salesiani italiani provenienti da Veneto e Friuli. A Montero, una cittadina a 40 chilometri da Santa Cruz, abbiamo una grande scuola agricola “La Muyurina” e una bella parrocchia “La floresta”. A San Carlos e a Sagrado Corazon, animiamo pastoralmente un vasto territorio con decine e decine di comunità sparse nella vasta area agricola di quel territorio.

La pioggia dal tetto
A Yapacani abbiamo un convitto scolastico che ospita circa cinquanta ragazzi provenienti da zone lontane e con gravi difficoltà di collegamenti a causa dei fiumi che nel periodo delle piogge si ingrossano improvvisamente impedendo il passaggio da una sponda all'altra, anche per lunghi periodi. La particolarità di questo convitto di Yapacani è che a gestirlo non siamo direttamente noi salesiani, ma un gruppo di cinque volontari colombiani. Il più grande di questi ha 43 anni, poi viene uno di 33 anni e gli altri sono davvero molto giovani: 19 e 20 anni! Sono un piccolo gruppo di volontari missionari fondati da un sacerdote colombiano che si è ispirato a don Bosco. Il loro è un servizio di volontariato che sta maturando verso una vocazione di speciale consacrazione religiosa. Hanno accettato di vivere ed animare questo convitto che si trova in condizioni davvero precarie dal punto di vista logistico. I servizi igienici sono in condizioni pietose. Non hanno un luogo protetto dalla pioggia dove permettere ai ragazzi di lavare la biancheria e stenderla ad asciugare. L'unica sala grande, che durante il giorno diventa refettorio, sala studio, sala di ricreazione a seconda delle attività che vi si svolgono, necessita di un tetto nuovo perché quello esistente in paglia è ormai marcito e lascia passare la pioggia.
Noi di Missioni Don Bosco, grazie ai numerosi benefattori che quotidianamente ci sostengono, li abbiamo aiutati negli ultimi tre anni con un progetto di sostegno alimentare. Di questo non finivano di ringraziarci e ci hanno nuovamente presentato la domanda di un sostegno per garantire ai giovani ospiti del convitto una nutrizione completa (quando non hanno soldi a sufficienza il pasto quotidiano si ferma ad un piatto di riso...). Bastano 50 centesimi al giorno per far mangiare un ragazzo in maniera sana e completa.
È sempre un'esperienza toccante quando i missionari mi chiedono di poterli aiutare a sfamare i giovani. Non è la stessa cosa che ci chiedano di poter sostenere un'attività formativa, come può essere l'acquisto di un macchinario per la scuola professionale, e che invece ci raccontino esperienze in cui si patisce la fame e i ragazzi non hanno da mangiare a sufficienza!

L'Hogar Don Bosco
L'ultima opera salesiana che abbiamo visitato in Santa Cruz è stato l'Hogar Don Bosco, fondato e ancora diretto da padre Ottavio Sabbadin, nativo di Ramon di Loria in provincia di Treviso. Si tratta di una vera e propria cittadella della gioventù povera, con una pluralità di servizi per gli orfani, i ragazzi di strada, i portatori di handicap. La città di Santa Cruz attrae popolazione dalla campagna e dalle montagne boliviane dove la vita è sempre più dura. Non che arrivando in periferia di questa grande città le condizioni di vita migliorino, anzi. Le famiglie facilmente si disgregano e a patirne le conseguenze sono, come sempre, i più piccoli.
Giovanni Bosco, orfano di padre a due anni, quando diventa prete si dedica proprio ai ragazzi di periferia che non hanno più una famiglia. Lui diventa un padre per tanti altri ragazzi e giovani soli ed abbandonati che vivono di stenti nella periferia torinese di metà Ottocento. Padre Ottavio Sabbadin ha rivissuto e messo in pratica proprio la prima esperienza pastorale di don Bosco: essere padre di tantissimi ragazzini, bambine, giovani che un padre e una madre non l'hanno più. Dare una casa e un clima di famiglia dove ognuno viene accolto così com'è, con tutte le sue povertà e miserie ed è aiutato a crescere, a riscattarsi dalla condizione nella quale si trova, non per causa sua. È bellissimo vedere come i ragazzi, appena scorgono padre Ottavio, ormai prossimo agli ottant'anni, entrare in una di queste case a loro dedicate, gli corrano incontro per abbracciarlo chiamandolo “padre”.

Sulle terre altissime
La nostra seconda tappa in Bolivia è Kami, un piccolo villaggio sulla cordigliera andina a 3800 metri di quota. Passare da Santa Cruz, che si trova a 400 metri sul livello del mare, a Cochabamba che è a 2800 metri e infine a Kami, a quota 3800 metri, è stato uno shock fisico non indifferente. Mi viene un forte mal di testa, la bocca dello stomaco che si chiude, il battito cardiaco accelerato... in poche parole sto proprio male. Mi misurano la pressione del sangue e con sorpresa ho la minima a 110 e la massima a 170. Un po' troppo alta! Una pastiglia per abbassare la pressione e un po' di foglie di coca da masticare aggiustano la situazione. Non misuro più la pressione per evitare di spaventarmi ulteriormente, comunque il mal di testa si attenua, anche se resta un senso di grande spossatezza, e fatico a respirare.
Fino a Cochabamba arriviamo in aereo, dove ci viene a prendere don Serafino Chiesa con la sua Toyota Land Rover e percorriamo in cinque ore la strada fino a Kami. Metà della strada la percorriamo sul greto di un fiume, risalendone il percorso... sembra di essere in un Camel Trophy con il buon padre Serafino che guida fra sassi, buche e il fiume da guadare, più e più volte. Usciti dal greto del fiume iniziamo altre due ore abbondanti di salita su una strada sterrata che si arrampica sui fianchi di montagne altissime e brulle. Non c'è alcun parapetto e lo strapiombo perenne che arriva fino a 500/600 metri, una volta sul lato destro e l'altra sul sinistro, fa davvero impressione.
Finalmente arriviamo a Kami stanchi e provati, ma felici di essere giunti alla meta del nostro viaggio in Bolivia.
A Kami i missionari salesiani provenienti dal Piemonte sono arrivati nel 1974 ed hanno iniziato un'opera salesiana di tipo parrocchiale fra gli abitanti di queste terre alte che in gran parte sono minatori, soprattutto nel cento di Kami, ma che nelle numerose comunità sparse nelle montagne circostanti, sono invece contadini.
Don Serafino Chiesa, partito dall'oratorio salesiano di Torino-Agnelli nel 1985, è una forza della natura. Con una folta barba bianca da Babbo Natale ed uno sguardo sincero e furbo, in testa porta sempre un berretto di lana colorata tipico delle popolazioni andine. A metà strada fra don Bosco e Rambo, o se preferite Indiana Jones, questo prete salesiano ha dedicato tutta la vita alla povera gente e ai giovani di questa terra meravigliosa, ma tanto difficile e isolata. Passa con naturalezza dal celebrare l'Eucaristia a guidare una ruspa o il camion. Dal parlare dei problemi educativi dei giovani alla procedura da fare per rifasare un motore elettrico. È un ottimo allevatore di maiali dai quali ricava prosciutto crudo e salami di qualità sopraffina, che vende nei supermercati di Cochabamba. Se ne intende di miniere e di coltivazioni di alta quota. Ha elettrificato tutta la zona portando l'energia elettrica grazie ad una centrale idroelettrica che ha costruito e che sta espandendo per poter autofinanziare, con l'energia messa in rete, le attività educative di Kami e di altre opere salesiane povere della Bolivia.
Con lui visitiamo una miniera. È un'esperienza da brivido, letteralmente! Ci arrampichiamo quasi in vetta ad una montagna sui 4200 metri che sta alle spalle del villaggio e incontriamo i minatori al lavoro. Sono giovani. Hanno dai 15 anni ai 40, massimo 45 anni. Oltre non ce la fanno proprio più a lavorare. Sembra un termitaio di formiche in azione, che bucano la montagna e vi si arrampicano all'esterno e all'interno in un labirinto di cunicoli e fori sulle pareti verticali di roccia. Anche noi, caschetto in testa e pila in mano, ci avventuriamo nelle numerose gallerie. Incontriamo i carrelli carichi di roccia ricca di minerale prezioso, la wolframite, da cui si ricava il tungsteno.
Le condizioni di lavoro di questi poveri uomini sono quasi disumane. Rischiano la vita in ogni momento, dentro e fuori la montagna. L'aria è umida. Il buio totale, rischiarato solo dalle pile elettriche, isola le persone dal mondo. Fuori non è molto migliore la situazione. Su pareti verticali questi uomini sono riusciti a ricavarsi dei piccoli terrazzamenti in cui lavorano la roccia per separarla dal minerale. Frequenti sono le cadute nel vuoto, dovute anche al fatto che per ingannare la fatica, spesso i minatori bevono.
Condizioni di lavoro così dure rendono i minatori persone estremamente irascibili e violente. A pagarne le conseguenze sono i famigliari. Quando rientrano a sera tarda, basta che un bimbo pianga, perché scatti la violenza domestica di cui sono vittime la moglie e gli stessi figlioletti.
In questo ambiente così difficile i quattro salesiani della comunità di Kami si danno da fare come pastori che animano la vita cristiana e amministrano i sacramenti in un percorso continuo da una comunità all'altra su strade, a volte sono poco più che una pista, pericolosissime. Gestiscono inoltre un convitto scolastico con 50 ragazzi che vengono dalle comunità più lontane. Hanno iniziato corsi di formazione professionale complementari al percorso scolastico della scuola secondaria offrendo in questo modo ai giovani dei quattro anni conclusivi delle superiori (dai quattordici ai diciotto anni) la possibilità di acquisire una qualifica professionale.
Ovunque arrivano questi figli di don Bosco, la gente saluta cordialmente e li avvicina per chiedere qualcosa. A volte sono madri e spose, solo per uno sfogo e una parola di conforto rispetto alla situazione di violenza che subiscono dai mariti, altre sono gli stessi minatori che avvicinano padre Serafino per fargli vedere il compressore o la pompa idraulica che non funzionano, trovano in lui un tecnico esperto in grado di aggiustare tutto, o quasi. I giovani sono i destinatari del loro servizio educativo, senza trascurare i loro genitori, che in forme diverse abbisognano di altrettante attenzioni e cure.