I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IL MESSAGGIO DEL RETTOR MAGGIORE

DON ÁNGEL FERNÁNDEZ ARTIME

Il volto multicolore di don Bosco oggi

Tante stupende storie che ci consolano e incoraggiano.

Miei carissimi lettori del Bollettino Salesiano, questo è il mio messaggio per il mese di gennaio. Nei giorni della festa di don Bosco sarò a Panama City, una città che sente una esplosiva devozione per don Bosco: nel giorno della sua festa almeno settecentomila persone partecipano alla processione. Un cartellone proclama: San Juan Bosco tan panameño como el Canal! (Don Bosco è panamense come il canale!). Qualche giorno prima avremo partecipato con i giovani e papa Francesco alle Giornate Mondiali della Gioventù.
Scrivo proprio mentre inizia la sessione del Consiglio Generale e i consiglieri si raccolgono intorno al Rettor Maggiore, dopo quattro mesi in cui hanno seguito e accompagnato nei cinque continenti l'una o l'altra delle 1936 presenze del mondo salesiano.
Per prima cosa abbiamo dedicato un po' di ore a condividere le sensazioni e le vicissitudini di questi mesi; e il mio pensiero volava e volava nell'ascoltare testimonianze tanto varie e belle, talvolta anche stimolanti e provocatorie.
Per questo ho dato questo titolo al mio messaggio. Don Bosco oggi ha veramente un volto multicolore.
Ho sentito il consigliere raccontare come in Yakutia, nella città di Yakutsk, in piena Siberia russa, seimila chilometri a nord di Mosca, la comunità salesiana ha costruito la sua casa in mezzo a quei residenti, pochissimi dei quali sono cristiani-cattolici (e di fatto c'erano quindici fedeli all'Eucaristia dell'ultima domenica), e continua a condividere la vita, le gioie e le difficoltà del suo piccolo gregge.
Ho ascoltato con profonda commozione le traversie tragiche di molte famiglie povere e i crudeli ostacoli che martirizzano i migranti ai valichi di frontiera messicani di Nuevo Laredo, Ciudad Juarez, Tijuana e tanti altri. I salesiani sono lì, per confortare le famiglie, tentare percorsi formativi con i ragazzi e le ragazze, cercare di tenerli liberi dalle reti della droga e del commercio sessuale.
Mi ha impressionato quello che raccontava un altro dei miei fratelli salesiani dopo la visita in Nigeria, Ghana e Sierra Leone. In quest'ultimo paese, seguiamo i giovani che sono nelle carceri, proprio come faceva don Bosco da giovane prete 170 anni fa con i giovani delle prigioni torinesi. Un'esperienza che lo segnò a tal punto da essere colpito da fortissimi dolori allo stomaco per quello che aveva visto. Per questo prese la decisione di spendere la vita per evitare che altri giovani finissero in quei gironi orribili. Oggi, in questa parte del mondo la realtà non è migliore di quella incontrata da don Bosco. Ma questi giovani hanno la visita e il conforto quotidiano di un amico salesiano.
In un altro paese africano, sono stato ospite in una casa salesiana dove accogliamo bambini e adolescenti traumatizzati dal rapimento da parte di orrendi personaggi che volevano vendere i loro organi vitali. Fortunatamente salvati dalla polizia, vengono consegnati a noi per cura e assistenza, finché non ritroviamo le loro famiglie. Spesso restano con noi per anni.
Io stesso ho condiviso la bella esperienza della visita di diverse case salesiane in Corea dove vivono, sentendosi davvero come in famiglia, ragazzi, in genere adolescenti e giovani, che il tribunale ha giudicato colpevoli per “crimini minori”. Invece di essere internati in carceri minorili, vivono per mesi o anche un anno nella casa salesiana, seguendo un serio e amorevole programma di ricupero. È stata una gioia sentire da tre dei giudici che oltre l'85% di questi ragazzi si reinserisce nella società in modo permanente e non torna a commettere atti criminosi. Ecco un altro volto di don Bosco oggi. Questa volta, con tratti asiatici-coreani.
Mentre ascoltavo queste storie belle e commoventi pensavo a don Bosco. A quanto deve sentirsi felice per i suoi figli e la sua Famiglia Salesiana, che continuano così bene ad essere fedeli alla vocazione che Dio ha loro donato.
Impossibile non richiamare alla memoria il sogno di don Bosco del 1876, quando salì su un'alta roccia e vide «uomini d'ogni nazione, d'ogni vestito, d'ogni colore. Vidi tanta gente che non so se il mondo tanta ne possegga. Io conoscevo quelli delle prime file: vi erano tanti Salesiani che conducevano come per mano squadre di ragazzi e di ragazze. Poi venivano altri con altre squadre; poi ancora altri e altri che più non conoscevo e più non potevo distinguere, ma erano in numero indescrivibile. Nelle prime file li conoscevo sempre; poi andando avanti non conoscevo più nemmeno i missionari. Allora la mia Guida prese di nuovo la parola e disse: - Tutto questo che hai visto è tutta messe preparata per i Salesiani. Vedi quanto è immensa la messe? I Salesiani non solo in questo secolo, ma anche nei secoli futuri lavoreranno nel proprio campo...».
E mi ha fatto piacere sentire che tutte queste notizie sono solo la “punta dell'iceberg” del gran bene che viene fatto da tutti noi. E penso che oggi don Bosco ha quel volto multicolore che probabilmente avrebbe solo sognato.
Condivido con voi queste riflessioni, cari lettori del Bollettino Salesiano, perché penso che dobbiamo comunicare le tante cose belle che esistono e che vengono realizzate. Qualche tempo fa ho imparato questa massima: «L'albero che cade è più rumoroso della foresta che cresce in silenzio». Mi pare assolutamente vero. E quello che ho condiviso con voi, è solo una minuscola parte di quella foresta che cresce silenziosamente.
Vi auguro una felice festa di don Bosco. Ci ricorderemo tutti a Panama, nel bel mezzo di una moltitudine di giovani “da sogno”.