I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

A TU PER TU

BOLLETTINO SALESIANO GIAPPONESE

(traduzione di Marisa Patarino)

La missione di Teresa Nao

È giapponese, exallieva e cooperatrice salesiana.
Da quindici anni vive e lavora a Timor Est.

Teresa Nao Tsujimura studiava presso il Politecnico Salesiano di Tokyo quando entrò a far parte di un gruppo di volontari guidato da un Salesiano e visitò Timor Est per la prima volta. Negli anni successivi vi compì molte altre visite come volontaria ed ora è impegnata qui a tempo pieno in qualità di esperta di cooperazione internazionale.
È felice e orgogliosa della sua vocazione di salesiana cooperatrice.

Com'è arrivata a Timor Est?
Era il 1994. Quando studiavo al Politecnico Salesiano Ikuei entrai a far parte di “Ikuei Oversees Volunteers”, un gruppo di volontari guidato da don Sleuyter, un sacerdote salesiano. Trascorremmo a Timor Est un mese e mezzo e lavorammo per installare una pompa eolica a Baucau, nella zona orientale del Paese.
Dopo aver conseguito la laurea al Politecnico, per otto anni ho lavorato in un istituto di ricerca per la coltivazione di orchidee. Nel corso di quegli anni continuai a partecipare a opere di volontariato a Timor Est durante i periodi di vacanza in estate o in primavera. A quell'epoca Timor Est era occupata dagli Indonesiani e vi regnava una grande insicurezza. Fui lieta quando nel 1999 il Paese ottenne l'indipendenza.

Perché ha deciso di vivere qui?
Ci vivo da quindici anni. Don Sleuyter cercava una persona che potesse impegnarsi a lungo termine in un progetto della JICA (Japan International Cooperation Agency - Agenzia Internazionale di Cooperazione del Giappone) per favorire la diffusione dell'attività ittica. Sebbene avessi qualche dubbio perché non conoscevo la lingua e non avevo competenze specifiche, mi offrii di svolgere questo lavoro volontario e mi trasferii per vivere e lavorare a Timor Est all'interno del gruppo “Ikuei Oversees Volunteers”.

Ha trovato difficoltà di adattamento?
A differenza del Giappone, qui non c'erano né elettricità, né acqua corrente, ma la vita era soddisfacente. La prima sede cui sono stata destinata era Lospalos, nella parte orientale del Paese. Vivevo nella Casa Salesiana locale. All'inizio la mia vita si svolgeva in uno spazio fisico molto limitato, ma con il passare del tempo l'orizzonte della vita quotidiana si espanse gradualmente, come accadeva ai miei rapporti con le persone. Dovettero trascorrere circa due anni, prima che io potessi muovermi liberamente in auto.

E per la lingua?
A Timor Est le lingue ufficiali sono il portoghese e il tetum. Quando cominciai a vivere a Timor non c'erano libri di testo scolastici o sistematici per studiare il tetum e dovetti quindi imparare la lingua come autodidatta. C'era un solo libro intitolato Mai Koalia Tetun (Parliamo tetum), un'introduzione alla lingua tetum in inglese. Utilizzai questo libro per studiare. Quando mi imbattevo in parole che non capivo e che non trovavo in questo libro, chiedevo a un Salesiano il loro significato e spiegazioni per l'uso corretto. Ero l'unica Giapponese che vivesse qui e dunque imparai subito la lingua, per necessità.

Che cosa ha imparato dalla Famiglia Salesiana e dai giovani di Timor Est?
Ho imparato a vivere con la gente. Nella Comunità Salesiana c'erano missionari come don Jojo che proveniva dalle Filippine, don Jose dall'India, un coadiutore dall'Indonesia, ecc. Erano vicini agli abitanti del luogo, lavoravano con loro, consumavano gli stessi cibi e non imponevano il loro stile di vita. Volevo essere come loro, seguire il loro stile e ho dunque imparato da loro nel corso della nostra vita in comunità. Insieme ai Salesiani locali, c'erano anche volontari provenienti da Paesi come l'Australia, le Filippine, l'India, che venivano qui in visita per offrire orientamenti tecnici presso l'Istituto di agraria salesiano. Ho avuto l'opportunità di sperimentare la vita tra persone di culture diverse.
Quest'anno a febbraio abbiamo trascorso la Giornata della Missione Salesiana a Dili, la capitale. Don Manuel Fraile ha tenuto un seminario su Francesco Saverio, il padre delle missioni in Giappone, e don Vincenzo Cimatti, il padre delle missioni salesiane in Giappone. Ho aiutato a tradurre il video su don Cimatti. Il mio desiderio di “proseguire così” si è rafforzato quando ho sentito i giovani Salesiani che seguono il loro percorso di formazione dire: «Siamo stati colpiti, vedendo come don Cimatti abbia cercato di diventare il don Bosco del Giappone, sforzandosi di inculturare il Vangelo». Un giovane Salesiano ha detto: «Mi piacerebbe essere un missionario in Giappone come don Cimatti».

Quale attività svolge in questo momento?
Sono impegnata con i funzionari locali in un progetto pubblico per realizzare e mantenere la rete autostradale statale. È in corso di svolgimento un programma triennale con ingegneri mandati dal Giappone a fornire indicazioni tecniche per il progetto della rete stradale e io mi occupo di monitorare e valutare l'opera. Sono anche impegnata in un progetto di aiuto allo sviluppo promosso dal Ministero degli Esteri giapponese per costruire un ponte nella capitale. Insieme ai funzionari locali mi occupo del trasferimento e delle compensazioni a favore delle persone che vivono qui a cui viene chiesto di spostarsi dal luogo in cui avverrà la costruzione.

Può dirci com'è diventata cooperatrice salesiana?
Prima di tutto, quando studiavo presso il Politecnico Salesiano Ikuei incontrai molti Salesiani che mi lasciarono un'impressione costruttiva. Quando decisi di trasferirmi a Timor Est nell'ambito del progetto salesiano di cui ho parlato, rimasi sorpresa dalle parole che mia nonna mi rivolse allora: mi disse che mio nonno fu battezzato nella fede cattolica quando la sposò e scelse come nome di battesimo Francesco di Sales, perché aveva conosciuto un Salesiano. Questo fatto mi indusse a provare un forte legame con i Salesiani.
Non pensavo di diventare suora, ma mi interessava lo stile di vita dei Volontari di don Bosco, che vivono la loro vita consacrata nel mondo.
Un giorno trovai una presentazione dei Salesiani Cooperatori scritta da monsignor Mizobe, SDB, che si rivelò molto importante per me fin dall'epoca in cui studiavo al Politecnico. Compresi che un Cooperatore adempie il compito che gli è stato assegnato in un dato momento e offre il suo contributo tramite la posizione che occupa nella società. Avvertii il desiderio di seguire questo stile di vita. Seguii un percorso di due anni di formazione a Timor Est, ho anche trascorso un periodo di preparazione in Giappone, guidato da don Hamabe, e quest'anno, nel mese di febbraio 2018, in occasione della visita del Rettor Maggiore a Timor Est, ho pronunciato la Promessa e sono entrata a far parte dell'Associazione.

Che cosa significa per lei essere Cooperatrice Salesiana?
Insieme a coloro che condividono lo stesso spirito di don Bosco, e anche con altre persone, vorrei essere una persona adulta che sta con i giovani e sa dare loro gli strumenti per vivere in pienezza come ha fatto don Bosco. Voglio essere una persona che sappia incoraggiare i giovani.

Come vive l'aggettivo “salesiana”?
Il mio ruolo può essere paragonato a un ponte, vorrei essere una struttura solida, affinché la gente potesse attraversarlo. Vorrei mettere in pratica ciò che mi hanno insegnato don Jojo, don Jose e altri: stare con la gente.
Ricordo ancora e cerco di non dimenticare le parole di don Hendrickx, Rettore all'epoca in cui ero studentessa al Politecnico. In una lettera indirizzata all'Istituto scrisse: «Da adulti, entrare nella mentalità dei giovani. È diverso dal diventare come i giovani». Dato che siamo diversi, come giovani o adulti, timoresi o giapponesi, non dobbiamo essere come gli altri, ma penso che sia importante entrare nella mentalità degli altri, andare oltre il proprio punto di vista e comprendere, impegnarsi con gli altri per vivere insieme.
Timor Est si sta sviluppando a un ritmo sorprendente. Il governo cerca di concentrarsi sull'industria del turismo. Vorrei tanto che tutti veniste a visitare Timor Est per conoscere questo bellissimo Paese. Se ci verrete, io vi farò da guida.