I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LE CASE DI DON BOSCO

ANTONIO D'ANGELO

L'Istituto Cardinal Cagliero di Ivrea

Di qui partirono a centinaia

Il Direttore legge un nome, si alza un giovane; e a quel giovane egli assegna la nuova patria spirituale. Il giovane prorompe in un forte “Deo gratias” e i compagni acclamano fra scrosci d'applausi. Vanno in ogni Missione del mondo salesiano, dalla Patagonia al Giappone, dalla Cina all'Equatore, dal Siam all'India, alla Palestina, al Mato Grosso, al Rio Negro, dovunque ci sono anime in attesa.

Ivrea non ha mai perso l'aspetto di una città-giardino, esattamente come Giosué Carducci la immortalò in una famosa poesia e da qualche mese è stata dichiarata patrimonio dell'Unesco.
Capoluogo del Canavese, la regione piemontese che va dal Gran Paradiso al Po, è sede di diocesi e avrebbe dovuto essere anche sede della provincia, ma per uno sgarbo fatto a Mussolini, perse il titolo a favore di Aosta. Divenne la capitale mondiale delle “macchine da scrivere” e sta tentando di crescere nel settore dell'informatica.
Don Bosco era molto noto e stimato nel Canavese, dove aveva aperto due case: San Benigno, nel 1879, e Foglizzo nel 1886. Arrivò anche Ivrea, grazie alla mamma del vescovo, monsignor Richelmy, che sarebbe poi diventato cardinale di Torino. Sua madre, Lydia Realis, nella primavera del 1892, invitò don Rua a visitare la villa con terreno circostante nella zona del Borgo S. Antonio, a Ivrea, luogo a lei assai caro per avervi abitato da piccola; voleva lasciarlo in buone mani. Il figlio Vescovo, che da giovane aveva avvicinato più volte don Bosco, le suggerì di rivolgersi ai Salesiani e don Rua venne e visitò diligentemente la casa e la campagna circostante.
Ecco la cronaca di quella visita, redatta da un chierico che per quella circostanza fungeva da segretario di don Rua. È minuziosa e scritta con fresca semplicità: «Siamo a primavera avanzata nel 1892. Una mattina il sig. don Rua mi disse: “Preparati in fretta perché desidero che tu venga ad Ivrea”. In un batter d'occhio fui all'ordine: presi la piccola valigia di don Rua e ci avviammo alla stazione di Porta Susa. Ritirati i due biglietti di andata-ritorno terza classe, andammo a prendere posto in un carrozzone ferroviario. Il sig. don Rua, senza perdere nemmeno un minuto di tempo, si accinse a sbrigare la sua copiosa corrispondenza. Verso le 10 giungemmo a Ivrea. A piedi andammo al Borgo S. Antonio, n. 21. Alla porta d'entrata sotto lo splendido pergolato, si trovava ad attenderci Lydia Realis Richelmy, la venerata madre di mons. Agostino Richelmy, vescovo di Ivrea.
Dopo i più cordiali complimenti, si andò nel salotto di ricevimento. “Bravo, sig. don Rua” riprese a dire l'ottima Signora “ha accettato il mio invito, sono proprio contenta. Sciolgo un voto che mi sta tanto a cuore. In questa villa ho abitato da piccina: essa ha per me i più dolci ricordi... mi è molto cara... ed ho sempre desiderato che dopo la mia morte rimanesse in buone mani. Veda, io voleva farne una casa religiosa e tante volte ho manifestato questa mia volontà al mio amatissimo Agostino: ed egli mi ha suggerito di rivolgermi a Lei, caro sig. don Rua”.
“Mons. Richelmy” rispose don Rua “è nostro grande amico; il Commendatore suo padre lo conduceva spesso alle feste che si celebravano all'Oratorio di Valdocco. Fin da bambino conobbe don Bosco e prese ad aiutare con grande generosità la sua opera. Godo che abbia pensato a noi in questo affare. La sua villa diventerà casa di lavoro e di preghiera”».
E così fu.

L'epopea missionaria
I Salesiani presero possesso della villa il 23 agosto 1892 e, con le maniche rimboccate da veri figli di don Bosco, cominciarono la costruzione del nuovo istituto l'anno successivo. La nuova casa divenne scuola di filosofia per gli aspiranti alla vita salesiana che arrivavano da ogni parte d'Europa. Alcuni giovani arrivano in Italia in modo singolare: Augusto Hlond, il futuro cardinale di Varsavia, venne messo sul treno in Polonia con un cartellino fissato alla giacca: «Don Bosco: Torino, Italia» e affidato alla Provvidenza. Così poté iniziare i suoi studi a Torino.
L'opera divenne poi scuola agraria, ma l'epopea della casa salesiana di Ivrea iniziò dopo la prima guerra mondiale.
Da tutte le parti del mondo si richiedevano salesiani. Don Rinaldi ebbe una geniale idea, che a quei tempi sembrò azzardata. «Perché mandare i missionari dopo compiuti gli studi, e già raggiunto il sacerdozio in Italia? Il tempo migliore per acclimatarsi, orientarsi, imparare le lingue è già passato. Mandiamoli a fare il noviziato sul posto perché possano studiare le lingue, e così appena ordinati sacerdoti, essere pronti a lanciarsi sul campo del lavoro».
Dall'Assam, monsignor Mathias, l'apostolo il cui motto era: «Ardisci e spera», appena ne ha sentore, invia un telegramma: «Mandateli subito». Fu una vampata di santo entusiasmo che accese il cuore di centinaia di giovani e fu l'inizio di una delle più belle e fulgenti aurore missionarie. Ma dove collocare questi giovani per la prima preparazione in Italia? La casa di Ivrea fu una delle prime ad aprire le porte ai giovani che chiedevano di prepararsi a partire per le missioni. Le domande arrivarono numerose da ogni parte d'Italia.
A Ivrea studiavano e poi partivano.
Il grande avvenimento di ogni anno era il saluto che la Congregazione dà ai partenti nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino, e poi l'accompagnamento alla ferrovia e alla nave in qualche porto del Mediterraneo, generalmente Genova. Nel succedersi degli anni si inserì una specie di cerimonia: la lettura pubblica delle destinazioni dei frequentanti l'ultimo anno. Venivano lette in pubblico le «destinazioni» dei singoli, cioè le località di missione e nazione a cui venivano mandati. Questo annuncio avveniva qualche mese prima dell'effettiva partenza perché potessero avvertire i famigliari e prepararsi. Era un momento di grande intensità spirituale. Nessuna ufficialità. Il direttore, dopo aver sentito le richieste dei Superiori Maggiori e il parere dei suoi collaboratori, e conoscendo bene ogni giovane, entrava nella grande sala di studio e nel generale silenzio, carico di emozione, leggeva i nomi dei partenti e la nazione e missione di destinazione.
Uno dei direttori così descrive la scena: «Entra il Superiore nell'ampia sala dove tutti attendono con il cuore aperto la voce di Dio. Il Direttore legge un nome, si alza un giovane; e a quel giovane egli assegna la nuova patria spirituale. Il giovane prorompe in un forte “Deo gratias” e i compagni acclamano fra scrosci d'applausi. Vanno in ogni Missione del mondo salesiano, dalla Patagonia al Giappone, dalla Cina all'Equatore, dal Siam all'India, alla Palestina, al Mato Grosso, al Rio Negro, dovunque ci sono anime in attesa».
Poi a ottobre o novembre c'era il saluto ufficiale nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Torino.

Nel nuovo millennio
Con il passare degli anni, anche la scuola di Ivrea cambia la fisionomia esterna, non lo spirito missionario.
Dopo la chiusura del Liceo nell'anno 2000, si pensa di rilanciare il “Cagliero” sia con la ristrutturazione di una cascina adiacente alla scuola, facendone un ostello sulla via francigena, sia con l'apertura di un nuovo corso di insegnamento.
Nasce così la scuola primaria che affianca la scuola secondaria di primo grado e costituisce un modello di continuità scolastica molto apprezzato dalle famiglie del territorio canavesano. Circa 300 allievi frequentano la nostra scuola.
L'offerta formativa alza l'asticella, inserendo la lingua francese, spagnola e inglese nel bagaglio delle conoscenze. In particolare, per il lato “british”, vengono proposti agli allievi corsi curricolari di cultura e di lingua inglese, compresenza con altre materie (Content Language Integrated Learnings - CLIL) e Club a tema (Movie Club, Newspaper Club, Fashion Club) gestiti dagli alunni con l'aiuto di tutor madrelingua.
Anche la tecnologia trova ottima accoglienza.
Fin dai primi anni della Scuola Primaria ai bambini e ai ragazzi vengono proposti programmi formativi che affrontano nello specifico le potenzialità che le nuove tecnologie ci offrono. L'utilizzo di una stampante in 3D, di iPad per ogni allievo, la proposta di avventurarsi nel campo (semplificato) della programmazione diventano così strumenti importanti per aprire orizzonti nuovi oltre al solo uso di schermo, PC e tastiera.
L'attività rivolta ai ragazzi non si esaurisce con il termine dell'anno scolastico.
Grazie all'impegno della comunità salesiana e dei Salesiani Exallievi e Cooperatori, il “Cagliero” propone le attività estive di soggiorni in montagna e al mare e, per quasi due mesi, l'Estate Ragazzi, che vede una numerosa partecipazione di iscritti sia come animatori sia come fruitori del servizio educativo estivo.
L'Istituto, immerso nel verde dell'anfiteatro morenico della Serra di Ivrea e posto a pochi chilometri dall'ingresso della Valle d'Aosta, sembra l'ambiente ideale per passare bene il tempo in compagnia, tra qualche ripasso scolastico, una partita di pallone, un tuffo in piscina e un momento formativo sulle orme di don Bosco.
La Casa salesiana del “Cardinal Cagliero” si fregia ancora oggi del titolo di un tempo: Istituto Missionario.
Non riesce più a sfornare giovani salesiani destinati alle missioni lontane, come ai tempi eroici della sua esistenza.
Tuttavia continua la sua “mission” in Ivrea e nel territorio circostante.
I confratelli Salesiani della Casa si pongono volentieri al servizio pastorale delle parrocchie della città e dei paesi vicini e, nonostante l'età anagrafica che avanza inesorabilmente, si ritrovano sovente ancora oggi nei cortili del “Cagliero” in mezzo a bambini, ragazzi e genitori a ricordare che il cuore appassionato di don Bosco, educatore ed amico dei giovani, non conosce età.