I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

GIAMPIETRO PETTENON - FOTO DI ESTER NEGRO

Sud Sudan

L'interminabile calvario di un popolo

I salesiani nei pochi anni dal loro insediamento, che risale a subito dopo l'ottenimento dell'indipendenza nel 2011, hanno fatto miracoli.
Oggi quattro opere tengono aperta la porta della speranza a giovani e adulti. Nonostante tutto...

Siamo passati dal Kenya al Sud Sudan. L'arrivo all'aeroporto internazionale di Juba, la capitale del paese, ci dice subito dove siamo capitati. La stazione dell'aeroporto è costituita da due tensostrutture di quelle che da noi si usano per i capannoni delle fiere e delle sagre paesane. In una ci sono i banchi dei check-in (scordatevi di vedere qualche sistema automatico... si scrive a penna e il bagaglio viene pesato su una bilancia familiare, di quelle che ci sono nei nostri bagni di casa...). Gli arrivi sono sull'altra tensostruttura. Non ci sono barriere che aiutano le file di persone, tutti si buttano a pesce sugli sportelli della dogana per il controllo passaporti che è dentro una baracca da cantiere. All'arrivo poi dei bagagli si assiste ad un vero e proprio assalto alla diligenza. Non esistono nastri trasportatori per le valigie. Arriva un carretto spinto da due operatori e appena entra, tutti si precipitano a cercare la propria valigia... risultato: il caos totale.
Capiamo che non siamo entrati in un paese in cui l'organizzazione e i servizi pubblici che funzionano sono il fiore all'occhiello.

Dormire sotto il portico della scuola
Noi salesiani siamo presenti in Sud Sudan con quattro opere, delle quali la principale si trova nella capitale Juba. Il vescovo, appena ottenuta l'indipendenza e sperando in un futuro di sviluppo, ci ha messo a disposizione una vasta area alla periferia della città, oltre il fiume Nilo Bianco. Si tratta di un grande quadrato che misura un chilometro per lato. Fate i conti e vedrete che l'area misura ben 100 ettari di terra. È tutta recintata e ad essa si accede solo attraverso dei portoni che le guardie aprono al mattino, chiudono dopo il tramonto, e durante la notte presidiano il perimetro... un po' come una grande caserma militare. Non c'è da stupirsi di tutta questa sicurezza, perché i sequestri di persona, le rapine, gli stupri di donne sole e gli omicidi sono, purtroppo, la realtà di tutti i giorni.
Anche noi incontriamo un gruppo di donne con i bambini piccoli (sono in tutto una ventina di persone) che vengono a dormire sotto il portico della scuola elementare perché si sentono al sicuro durante la notte, dopo che nelle loro capanne qualche mese fa sono arrivati uomini armati che hanno violentato tutte le donne e le ragazzine. Sono racconti impressionanti per chi non è abituato a fare i conti tutti i giorni con storie drammatiche come questa, ed altre che ci vengono raccontate.
La presenza salesiana di Juba è proprio un'opera di frontiera che richiede molta fede e tante energie ai confratelli salesiani che vivono qui ogni giorno, e ci lavorano. Il paese non è sicuro, la tensione fra le etnie è sempre sul punto di scoppiare in disordini, scontri e guerriglia che si risolve in veri e propri massacri di gente inerme. La corruzione costringe ad arrangiarsi come si può e con il denaro, che scorre fra le mani silenzioso come un cobra assassino, si può comprare tutto, davvero tutto. Anche la vita delle persone!
Questa notte, verso le quattro del mattino, si sono sentiti distintamente degli spari... il parroco a colazione ci ha informati che è stato ucciso un uomo che apparteneva ad una banda di malviventi composta di circa 10 uomini intenzionati ad entrare nella nostra proprietà. Le nostre guardie notturne li hanno individuati, hanno intimato l'alt. Questi hanno sparato. Una nostra guardia ha risposto al fuoco ed uno di loro è stato ucciso. Il fatto non rappresenta un caso isolato perché in città è stato diramato un allerta per la presenza di gruppi di uomini armati che girano di notte, seminando paura e morte.

Castighi socialmente utili
I salesiani nei pochi anni dal loro insediamento in forma stabile, che risale a subito dopo l'ottenimento dell'indipendenza nel 2011, hanno fatto miracoli.
Abbiamo oggi una grande parrocchia con alcune cappelle disperse nella campagna e nella foresta nelle quali ci sono le scuole primarie. Siamo andati lungo il corso del Nilo Bianco ed abbiamo fatto visita ad una bella cappella appena completata che in questo fine settimana viene inaugurata e che comprende anche una scuola primaria con circa 600 bambini... davvero questi non mancano mai e sono in numero esagerato, rispetto a come siamo abituati noi in Italia.
Abbiamo poi il dispensario medico gestito da una congregazione di suore giapponesi, le Suore della Carità di Gesù, appartenenti alla Famiglia Salesiana perché fondate dal venerabile don Cimatti.
Ci sono l'asilo, la scuola primaria, la scuola secondaria e il centro di formazione professionale che insieme accolgono più di 4000 allievi. Interessante è anche qui la formazione professionale che viene frequentata da giovani abbastanza grandi (dai 18 ai 25 anni) nei settori della motoristica d'auto, informatica, elettricità, falegnameria e saldatura. Vicino all'ufficio della direzione abbiamo visto un po' di scope, palette, rastrelli, qualche zappa... ho chiesto a che cosa servissero. Il direttore del centro di formazione - don Valdemar, di origine polacca - ci ha risposto candidamente che quando un allievo arriva in ritardo, visto che la prima ora di lezione oramai è iniziata, lo impiega in lavori “socialmente utili”: togliere un po' di erba dai vialetti, raccogliere carte disperse, svuotare i cestini dei rifiuti. Mi pare un ottimo sistema per far arrivare puntuali i giovani!
Altra cosa bella che viene praticata nel centro di formazione professionale è un contributo spese chiesto ai giovani più poveri. L'iscrizione e la frequenza al centro non sono gratuiti. I giovani devono pagare circa 300 euro annui. Coloro che non possono pagare, perché effettivamente poveri, non sono esclusi dalla scuola. Se vogliono entrare essi sono chiamati a contribuire alle spese del centro con il proprio lavoro nella campagna circostante. Devono dedicare alcune ore la settimana per coltivare l'orto dei salesiani con cui questi sfamano parte delle migliaia di ragazzi che ogni giorno pranzano a scuola.

La crudeltà infinita
Infine l'ultimo impegno che la comunità salesiana ha assunto è l'assistenza al campo profughi che sorge alle spalle della nostra casa.
Le scuole e tutti gli altri servizi educativi e pastorali sono aperti a tutti: alla gente del quartiere, che stabilmente risiede in questa zona, come ai profughi che vivono nel campo allestito per accogliere sfollati interni al paese che fuggono dalle rappresaglie di tribù in guerra fra loro e che hanno vissuto in prima persona o assistito a scene orribili. Una donna violentata da uomini armati, davanti al marito e ai figli, a cui hanno poi ammazzato il marito perché ha reagito e l'hanno costretta ad inginocchiarsi sul cadavere del marito e a berne il sangue... quanta cattiveria, quanta crudeltà... perché tutto questo male, perché questa violenza gratuita?
Il campo profughi, già presente da molti anni in forma ridotta, è cresciuto (fino ad accogliere 12.000 persone, anche se ora risiedono in 8000) nel 2016, dopo che erano scoppiati disordini nella periferia di Juba e bande armate si erano scontrate proprio da questa parte della città, nel quartiere Gumbo, che si trova oltre il fiume Nilo Bianco.
La gente della zona per sfuggire alla morte ha cercato rifugio dentro il recinto dei salesiani. Come ho già detto si tratta di una vastissima area recintata e presidiata nei diversi varchi di accesso. Bene. I salesiani presenti ci hanno raccontato di aver ospitato fino a 20.000 persone che hanno occupato tutti gli spazi interni delle scuole, dei laboratori, della chiesa e persino dormivano all'aperto, sotto gli alberi. Fuori dal recinto era un campo di battaglia: mitragliatrici, razzi, uccisioni con il macete... una carneficina. Dentro la nostra casa però i ribelli non sono entrati e la gente ha avuto salva la vita. Cessata l'emergenza molti sono rientrati nei loro villaggi, ma la gran parte di questi erano stati bruciati. La povera gente non aveva più nulla. Sono quindi tornati indietro e si sono stabiliti ai margini della nostra opera, costituendo di fatto un nuovo campo profughi.
Ora il campo è riconosciuto dalle autorità nazionali e internazionali, per cui riceve aiuti umanitari dagli organismi internazionali. Responsabile di questa assistenza è il parroco salesiano, don David, di origine indiana.
Entrare nel campo fa molta impressione perché è un agglomerato disordinato di capanne e tettoie per lo più costruite con i teloni dei camion che coprono i sacchi di cereali per gli sfollati. Sotto quelle tele cerate fa un caldo bestiale, tenuto conto che la temperatura esterna durante il giorno supera quasi sempre i 40 gradi. Nel campo si vedono quasi solo bambini e donne. Gli uomini sono quasi del tutto assenti, perché spesso sono le donne ad essere fuggite all'uccisione del marito in scontri armati, ed hanno portato con sé i numerosi bambini.
Una mamma del campo, di 35 anni, ci ha detto che avrebbe piacere di tornare nella sua terra, fra la sua gente. Ma poiché non ha più il marito, che è morto, ed ha 5 figli che frequentano la scuola, preferisce vivere nel campo profughi così da poter permettere ai figli di completare gli studi dai salesiani, sopravvivendo con quel poco cibo che mensilmente viene loro distribuito dalle organizzazioni umanitarie.
Quanto cammino c'è ancora da fare in questa terra per arrivare a condizioni di vita dignitose per tutti? Quanta sofferenza e morte dovranno ancora mietere vittime innocenti di una situazione che non hanno creato, non hanno voluto e dalla quale non sanno come fare ad uscirne? La sproporzione fra le forze che i salesiani stanno mettendo in campo e i bisogni della popolazione locale, è enorme. Viene da scoraggiarsi, guardando la realtà quotidiana... Mi viene in mente l'episodio del Vangelo nel quale Gesù per sfamare le migliaia di persone che lo seguivano, chiede agli apostoli se hanno qualcosa da condividere. Loro non hanno nulla... o non intendono mettere nulla in comune. Ma c'è un ragazzo... incredibile, un ragazzo! lui sì che è disponibile a mettere a servizio quello che ha: cinque pani e due pesci. Da lì, da quel gesto di condivisione totale, seppur povero, Gesù è partito per compiere il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
I quattro confratelli della casa salesiana di Juba mi paiono proprio quattro ragazzi che stanno quotidianamente mettendo a disposizione i loro pochi pani e pesci affinché quotidianamente si compia un miracolo per molti!