I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IL MESSAGGIO DEL RETTOR MAGGIORE

DON ÁNGEL FERNÁNDEZ ARTIME

«Non ti dimenticare di noi»
... mi hanno detto in Siria

Da un'esperienza indimenticabile nasce un messaggio d'amore e riconoscenza che vola a Damasco e ad Aleppo.

A Damasco, una delle città martiri della Siria, mi hanno fatto un regalo semplice e gentile, dopo che avevo liberato una colomba bianca che aveva preso il volo, in un pomeriggio di festa oratoriana. In quel momento un terrificante colpo di mortaio aveva squassato l'aria e devastato la stessa piazza in cui il pomeriggio precedente avevamo festeggiato insieme, salesiani e giovani animatori.
Eravamo tutti felici perché la pace sembrava vicina. Da quindici giorni non si parlava di morti e sembrava che tutto fosse finito. Non era così. Più di cinquecento ragazzi e ragazze e giovani gridavano esultanti in quel pomeriggio di festa. Tra loro, un gruppo di circa 150 animatori, giovani studenti universitari che sono la vita e l'anima in quell'oratorio che riunisce più di mille ragazzi e giovani dai luoghi più distanti di Damasco. Lo stesso accade ad Aleppo (con la differenza che la città di Aleppo è quasi totalmente distrutta).
Il dono, che mi fu consegnato al termine dell'Eucaristia a Damasco, era una bella “stola”. Me l'avevano data esprimendo il desiderio che la indossassi quando celebravo l'Eucaristia. Sulla stola avevano ricamato, in arabo, “Non dimenticarti di pregare per noi”.
Quel dono e quella frase mi toccarono il cuore. Al punto che, da allora, ho indossato quella stola in tutte le Messe dei luoghi dove sono stato: Messico-Tijuana, Chaco Paraguayo, Uruguay e Rjeka in Croazia.
E ovunque ho raccontato questo incontro, questo dono e la richiesta che mi hanno fatto. E nello stesso tempo ho testimoniato quello che ho scoperto in quei Salesiani e in quelle Sorelle Figlie di Maria Ausiliatrice con cui ho condiviso quei giorni, e ciò che ho notato in quei giovani animatori sereni e incantevoli, e in tante famiglie colpite dal dolore e dalle perdite, ma piene di forza e di speranza.
Occhi pieni di fierezza
Ecco che cosa ho visto.
1. Ho visto dignità. La dignità dei poveri, la dignità di coloro che si sentono sopraffatti da una situazione che non hanno creato, in cui non hanno scelto di partecipare, ma nella quale si sentono immersi, sprofondati completamente senza poter scegliere nient'altro, senza poter riaffiorare finché altri non decidano che tutto è finito. Ma sul volto di tutti brillavano fierezza e compostezza, e il loro sguardo saldo e coraggioso diceva più delle parole.
2. Ho visto dei bellissimi e affettuosi sorrisi. I sorrisi di quei giovani animatori che li donano forti e intensi perché vogliono che i bambini dell'Oratorio abbiano una piccola oasi nelle ore della giornata in cui possono dimenticare la paura di guerra, mortai, distruzione.
3. Ho visto tanta speranza. Questa è la parola giusta e il sentimento che suscitavano in me quando mi dicevano: «Don Ángel, non abbiamo paura, perché siamo pieni di Fede e Speranza. L'ultima parola non sarà la guerra o la distruzione, ma la vita, le nostre vite e la fede che abbiamo, e il desiderio di vivere e di fare di questa nostra terra un paese bellissimo». E quelli che parlavano così erano giovani che in molti casi avevano perso la casa, e un padre o un fratello uccisi da un proiettile sparato a caso.
4. E ho scoperto che il senso di comunione e fraternità era molto profondo in loro e in me. Posso assicurarvi che mi sono sentito vicino con tutto il cuore a quei miei fratelli salesiani e a quei giovani magnifici, dopo averli incontrati, dopo aver visto i loro sorrisi e sentito la stretta affettuosa del loro abbraccio che esprimeva una fiducia sincera.
E poi, con tristezza e dolore, ci mettemmo in viaggio verso Aleppo, mentre altri missili cadevano su Damasco, con il loro carico di morte.
E ad Aleppo trovammo altri fratelli salesiani, altre sorelle FMA e quei meravigliosi giovani e famiglie, figli dell'Oratorio che, come a Damasco, continuavano a essere motivo di speranza.
Toccanti le promesse dei tredici nuovi Cooperatori Salesiani (giovani e madri di famiglia). E ho sperimentato di nuovo il dolore della perdita di persone care e della distruzione, qui reale, totale, di quella che era stata una bella città. Ma ho trovato di nuovo dignità, forza, speranza e fede.
A completare la magnifica opera, questa volta non fu una bella stola con la frase in arabo, ma qualcosa che mi colpì con un'emozione tale da lasciarmi senza parole: il direttore mi consegnò tutto ciò che i bambini, i giovani e le famiglie avevano raccolto per un lungo periodo di tempo perché io lo facessi arrivare ad altre località più povere e sofferenti della loro.
Mi hanno dato tutto ciò che avevano potuto ottenere, privandosi ancora di qualcosa in quel generale sfacelo. Erano duecento dollari, che per me valevano una fortuna e come tale l'hanno ricevuta nell'Oratorio Salesiano di una frontiera ferita, Tijuana, in Messico, ai quali li ho consegnati. E subito i due oratori si misero in comunicazione. I poveri tra di loro si capiscono magnificamente bene, perché parlano lo stesso linguaggio, quello della vera umanità.