I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

INIZIATIVE

ELISABETTA GATTO

MEM

Con la sua collezione di oltre diecimila oggetti, raccolti dai missionari salesiani a partire dalla prima spedizione in Patagonia del 1875, il MEM - Museo Etnologico Missionario di Colle Don Bosco costituisce una delle più importanti raccolte missionarie in Italia per il volume e il carattere eterogeneo delle collezioni.

La storia del museo
Il Museo trova le sue origini nelle mostre e nelle esposizioni missionarie allestite a partire dalla fine dell'Ottocento e nel corso del Novecento.
Gli oggetti furono portati in Italia con l'esplicito intento di illustrare al pubblico italiano la varietà dei contesti geografici, ambientali e culturali con cui i missionari erano entrati in contatto e gradualmente diventano testimonianza della presenza e dello sviluppo storico delle missioni salesiane.
All'Esposizione generale d'Arte Sacra del 1898 a Torino i Salesiani partecipano con le Missioni d'America, principalmente Patagonia e Terra del Fuoco: in quell'occasione la commissione incaricata di valutare l'esposizione assegna il primo premio alle missioni salesiane e al missionario don Maggiorino Borgatello una menzione onorevole per le conferenze tenute. Gli oggetti portati per quella sede costituiscono il primo nucleo della raccolta oggi presente in museo.
A contribuire a far conoscere la cultura e lo stile di vita delle popolazioni avvicinate dai missionari e la loro importante opera intervengono due eventi: l'Esposizione Missionaria Vaticana del 1925 e la Mostra sul Cinquantenario delle Missioni Salesiane nel 1926, a Torino.
La partecipazione all'Esposizione in Vaticano fu sollecitata dall'invito del Papa, Pio XI, rivolto a tutti gli Istituti Religiosi. Il contributo salesiano fu molto apprezzato e l'Osservatore Romano del 31 agosto 1925 pubblicò un lungo articolo sul contributo delle missioni salesiane d'America all'Esposizione Missionaria Vaticana.
La Mostra Missionaria allestita a Torino Valdocco nel 1926 aveva lo scopo di celebrare il lavoro delle Missioni di Don Bosco a cinquant'anni dalla prima spedizione del 1875.
Dopo la chiusura dell'esposizione torinese, il 6 ottobre 1926, gli oggetti vengono conservati in un museo-deposito a Valdocco. Nel 1941 tutta la collezione, affinché fosse protetta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, viene trasferita al Colle Don Bosco.
L'allestimento, in locali rinnovati, è riordinato nel 1988, centenario della morte di don Bosco.
Nel gennaio 2000, in occasione del Giubileo, viene inaugurato l'attuale allestimento, arricchito nel 2016 di nuovi contenuti multimediali.
Le collezioni
Il materiale esposto - oggetti di uso domestico e rituale, armi, arredi, abiti, ornamenti - documenta le pratiche e i costumi che caratterizzano le culture in cui i missionari salesiani hanno operato e operano nelle diverse parti del mondo.

Il percorso del museo è concepito per aree geografiche, evidenziate dall'uso di colori diversi per ciascuno dei continenti extraeuropei.
Si può inoltre approfondire la visita scegliendo gli itinerari tematici proposti nei totem multimediali lungo il percorso che, a partire dagli oggetti esposti, invitano a compiere un'esplorazione della collezione per soggetto: il gioco, il lavoro, la bellezza, il cibo, la natura, la famiglia, la musica, la maschera, l'acqua, i rituali di iniziazione e quelli funebri.
La collezione sudamericana, con circa 4000 oggetti, costituisce il nucleo centrale e più antico della raccolta, con numerosi manufatti provenienti da diversi gruppi indigeni di Brasile, Venezuela, Ecuador, Paraguay, Patagonia e Terra del Fuoco.
In particolare, il materiale raccolto tra i Bororo del Mato Grosso, in Brasile, rappresenta la collezione numericamente più ricca ed è la seconda al mondo, dopo quella conservata presso il Museu das Culturas Dom Bosco di Campo Grande: manufatti di fibra intrecciata, di ceramica ma soprattutto di arte plumaria di grande bellezza ed equilibrio cromatico. Si può considerare unico, dato che si tratta di popolazioni estinte, il materiale raccolto in Patagonia e Terra del Fuoco da don Borgatello nel 1911 e don Alberto De Agostini nel 1932.
Il museo possiede inoltre una ricca collezione di oggetti degli Yanomami del Venezuela raccolti grazie al lavoro paziente del missionario don Luigi Cocco, e oltre 400 manufatti degli Shuar dell'Ecuador.
In museo sono esposte anche le collezioni provenienti dal Rio Negro (Brasile), dal Gran Chaco (Paraguay), quelle degli Xavante del Mato Grosso (Brasile), dei Carajá dell'isola Bananal (Brasile) e di diversi gruppi dell'Orinoco e della Bolivia.
La collezione africana riflette la storia relativamente recente delle missioni salesiane nel continente e proviene in gran parte dal Kenya. Fatta eccezione per alcuni oggetti provenienti dall'Angola e dalla Repubblica Democratica del Congo, inviati in occasione delle esposizioni del 1925 e 1926, il museo conserva poche testimonianze materiali delle missioni più antiche.
Più che un percorso distinto per nazioni, per le vetrine africane si è scelto di sviluppare alcuni grandi temi che si ritrovano - sia pure con notevoli variazioni locali - in diverse parti del continente: oggetti di uso quotidiano, ornamenti, musica e maschere, i segni di distinzione e la cosiddetta “Africa in valigia”, ovvero l'artigianato destinato al mercato turistico.
Le collezioni asiatiche comprendono oggetti di uso rituale e domestico provenienti da Cina, Giappone, alcuni paesi del Sud-est asiatico (Vietnam, Tailandia, Myanmar) e India, con particolare attenzione alla cultura materiale delle popolazioni indigene del nord-est, testimonianza significativa di tradizioni in rapida trasformazione.
La collezione raccolta in Oceania è costituita da un centinaio di oggetti provenienti dal Kimberley australiano e dalla Papua Nuova Guinea, che documentano il primo tentativo dei missionari di operare a fianco delle popolazioni indigene.

INDICAZIONI PRATICHE
MEM - Museo Etnologico Missionario di Colle Don Bosco
Frazione Morialdo 30, Colle Don Bosco
14022 Castelnuovo Don Bosco
www.memcolledonbosco.it
museo@colledonbosco.it
tel 011 9877229 - 011 9877168
fax 011 98 77 240
Orari di apertura
da martedì a sabato: 10.00 - 12.00 / 14.30 - 18.00 (17 con l'ora solare)
domenica: 10.30 - 12.30 / 14.00 - 18.00 (17.30 con l'ora solare)
Giorni di chiusura
Lunedì/ 1° Gennaio, Pasqua, 15 Agosto,
1° Novembre, 8 Dicembre, 25 - 26 Dicembre
L'ingresso al museo è gratuito. Sono offerte ai visitatori visite guidate gratuite e alle scuole e ai gruppi percorsi didattici e di educazione alla mondialità su prenotazione.
Il museo garantisce l'accessibilità alle persone con disabilità fisica e motoria.


Una grande e magnifica vocazione nata nel museo missionario

Mario Bordignon salesiano di 71 anni, che da oltre trent'anni vive in mezzo agli indigeni Bororo del Mato Grosso, in Brasile, racconta la sua storia.

«Frequentavo la scuola professionale salesiana dei Becchi, dove nacque don Bosco. Come carpentieri facevamo la manutenzione al Museo Missionario che è lì fino ad oggi. Quelle figure di persone diverse e cose che c'erano provocavano molto la mia fantasia adolescenziale. Il desiderio di essere missionario è stato rafforzato dal fatto che diversi laici salesiani, oltre ad essere i miei idoli come modello di vita, si sono messi in viaggio per le missioni. Ho completato tutte le tappe della formazione e a 25 anni sono stato inviato in Mato Grosso, Brasile, prima a Cuiabá, a Coxipó e nel 1980 a Meruri, tra l'etnia Bororo.
La missione è iniziata nel 1902. La mia prima attività è stata quella di guardare alla realtà delle persone, che era molto diversa da tutte le mie fantasie e dei miei piani adolescenziali, preparati in anticipo. L'indio di cui si parlava nei libri e nelle riviste non esisteva e la sua cultura era quasi finita. Superata la delusione iniziale, osservavo molto le cose e ascoltavo le persone. Così ho cercato di dare il mio contributo all'economia, al funzionamento della scuola, alla difesa della terra e a salvare quella loro bellissima cultura. Ho cercato di mettere in pratica l'educazione integrale. Mi hanno aiutato l'esempio di don Rodolfo Lunkenbein che era stato poco tempo prima ucciso per difendere la terra dei Bororo e di P. Gonzalo Ochoa, grande conoscitore della storia e della cultura Bororo. Ma la cosa più bella che ho fatto è stata l'avere preso un anziano Bororo come mio padrino. Questo mi ha aiutato molto a vivere e a capire la cultura, non più come osservatore ma come attore. Fortunatamente per me, a pochi chilometri dalla vecchia missione c'era un villaggio in cui i rituali tradizionali venivano praticati molto bene. Il mio padrino è stato il mio insegnante fino alla sua morte. La conoscenza della cultura Bororo ha arricchito notevolmente la mia spiritualità e il mio essere. Ho compreso in pratica le parole dell'arcivescovo Helder Camara: “I poveri ci evangelizzano”. Ho cercato, come salesiano, di trasmettere ai giovani ciò che imparavo dal mio padrino. È stato un processo lento ma molto bello. I rituali e le bellissime penne d'ornamento gradualmente riapparvero; qualche inculturazione della liturgia cristiana è stata fatta; gli studenti a scuola cominciarono a usare i testi che abbiamo elaborato insieme al mio padrino e a padre Ochoa. Tra i Bororo riapparve l'orgoglio della loro identità culturale. Abbiamo iniziato la formazione degli insegnanti di Bororo e oggi la scuola è completamente nelle loro mani. Un gruppo si è laureato all'università e altri si stanno laureando. Due processi di recupero del territorio del Bororo sono ben avanzati grazie alla lotta che abbiamo iniziato e che facciamo con loro. Le cose cambiano in fretta anche nei villaggi tradizionali. La globalizzazione arriva sia con le sue cose buone sia con quelle cattive. Oggi più che mai la missione ha un grande senso».