I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

O. PORI MECOI

(traduzione di Marisa Patarino)

Un missionario dinamico e appassionato in Sierra Leone

Don Jorge Crisafulli

“Una cosa è vedere la povertà in televisione e sulle riviste e un'altra è sentire il suo odore e toccarla”.

Può presentarsi?
Mi chiamo Jorge Mario Crisafulli. Sono un sacerdote argentino salesiano e missionario. Sono entrato a far parte della Congregazione Salesiana 38 anni fa, sono sacerdote da 28 anni e missionario nell'Africa occidentale anglofona da 22. Sono nato nel 1961 a Bahía Blanca, nello stesso ospedale in cui dieci anni prima era mancato il beato Artemide Zatti. È una coincidenza interessante nella storia della mia vita, poiché sono un Salesiano della Patagonia. Sono cresciuto nella terra dei sogni di don Bosco, leggendo i libri di don Entraigas e ascoltando le esperienze di grandi missionari come Cagliero, Milanesio, De Agostini, Stefenelli e Fagnano. La vita di Ceferino Namuncurá, di Artemide Zatti e della giovanissima Laura Vicuña mi appassionavano.
Perché ha deciso di diventare religioso e salesiano?
In un'ottica di fede, penso che la mia non sia stata tanto una decisione quanto una scelta “dall'alto” e una chiamata interiore. Secondo la logica, mio fratello Alejandro sarebbe dovuto diventare religioso e salesiano. Io ero più giovane ed ero il più “disordinato e distratto” di tutta la famiglia. Ogni volta in cui c'era trambusto, a scuola, nel cortile, per strada... io ero pronto a dire “presente”. I parenti e gli amici stentavano a credere che fossi io a frequentare il noviziato (pensavano che ci andasse mio fratello!), ma questa è la logica di Dio: chiama chi vuole, quando vuole e per il fine che vuole. Fui invitato io a rispondere a quella chiamata interiore. Alla base di questa chiamata ci sono stati diversi segni che hanno costellato la mia strada: il mio servizio come animatore tra gli scout di don Bosco, il Liceo Don Bosco che frequentavo, un gruppo di discernimento vocazionale, un gruppo missionario, la testimonianza di Salesiani che erano veri santi: don Renato Razza, il coadiutore Juan Espinardi e molti altri. Mi è stato di grande aiuto avere un amico sacerdote molto vicino, il mio direttore spirituale, con cui parlavo della mia vita e della mia vocazione. Penso che lui abbia sempre visto in me i segni di una potenziale vocazione religiosa e missionaria.
Ero anche affascinato da don Bosco, dalla sua vita, dalla sua missione e dalla sua attività instancabile per salvare i bambini più poveri. Don Bosco era diverso da tutti gli altri santi di cui avevo letto la vita: un santo vicino, amichevole e affascinante. Dissi a me stesso: «Voglio essere come don Bosco. Non è tanto difficile essere come lui». Per la mia mente di bambino e adolescente, si trattava di un ideale realizzabile. «Sarò un nuovo don Bosco, voglio essere don Bosco», pensavo.
Perché ha scelto di essere missionario in Africa?
Per la stessa ragione: alla base della mia vocazione missionaria c'è stato Dio, che ha tessuto la sua chiamata con fili sottili e delicati, con sussurri, suggerimenti, persone concrete, sentimenti forti...
Nel 1975, in occasione del centenario delle missioni salesiane, al cinema della scuola Don Bosco furono proiettati molti film sulle attività missionarie. Avevo quattordici anni e dissi a me stesso: «Un giorno andrò in missione. Voglio essere missionario in Africa». A sedici anni entrai in un gruppo missionario che lavorava tra i Mapuche nella Linea Sud della provincia argentina del Rio Negro (dipartimento della Sierra Colorada). Ricordo che scrivemmo in un promemoria che “una cosa è vedere la povertà in televisione e sulle riviste e un'altra è sentire il suo odore e toccarla”. Quel contatto con la miseria e con l'ingiustizia fu un momento decisivo. Avvenne una “metanoia”, un cambio di direzione nella mia vita. Fu come se uscissi da me stesso: scoprivo e sentivo il dolore e la sofferenza della gente e avvertivo un fuoco interiore che mi chiamava a lasciare tutto per seguire Gesù, per essere vicino alle persone che soffrono e combattere contro le ingiustizie, le realtà che opprimono, che rendono schiavi i nostri fratelli. Sognavo, ma certamente Dio mi chiamava e mi formava per la missione. Alla fine del Noviziato Salesiano chiesi di essere mandato in missione. Le testimonianze dei Salesiani che lavoravano in Africa mi offrirono un'altra motivazione importante. Dio però ha i suoi tempi, che non sono i nostri. Sarebbero trascorsi quattordici anni, prima che i superiori mi dessero il loro assenso per la mia partenza per le missioni, la terra promessa, l'Africa dei miei sogni.
Quali sono state le sue esperienze come salesiano?
La mia esperienza fondamentale è stata quella di sentirmi a mio agio, felice ovunque Dio mi abbia mandato: il tempo della formazione, i primi anni come sacerdote in Patagonia, lavorando nella pastorale giovanile e vocazionale, insegnando, celebrando i sacramenti, impegnandomi nei quartieri più poveri, negli oratori salesiani. Sto sempre in mezzo ai giovani, vado loro incontro, li ascolto, li incoraggio, propongo loro ideali alti per la vita. Posso dire: «Sono felice qui tra voi».
In Africa la mia esperienza più bella è stata l'evangelizzazione: non c'è niente di più bello che dire a un giovane che Dio lo ha creato, lo ama e si prende cura di lui. È anche importante invitare i giovani a ripetere tutte le mattine, quando si alzano: «Dio mi ha creato, Dio mi ama, Dio si prende cura di me». Nel corso di una “buonanotte”, una volta ho espresso questo messaggio ai ragazzi di strada che partecipano al progetto “Don Bosco sulle ruote”, realizzato con l'autobus che di notte percorre le strade di Free-town. Dopo la preghiera finale, un bambino mi si avvicinò e mi disse che era la prima volta in cui qualcuno gli diceva che Dio lo amava e si prendeva cura di lui, perché fino a quel giorno aveva sempre sentito che Dio si era dimenticato di lui. Penso che sia l'esperienza più bella che noi Salesiani viviamo: dire ai giovani che Dio li ama infinitamente, incondizionatamente.
Quali sono le caratteristiche dell'opera che gestisce ora a Freetown?
È un'opera molto bella, nel cuore della missione salesiana e in linea con l'invito di papa Francesco per una Chiesa missionaria e in uscita. Abbiamo avviato otto programmi per i bambini in situazione di rischio: un rifugio per ragazzi di strada, un rifugio per ragazze che hanno subito abusi, un rifugio per minorenni sottratte alla prostituzione, il programma “Don Bosco sulle ruote”, un autobus che percorre le strade per individuare casi di bambini in condizioni di vulnerabilità, un programma per orfani a causa del virus Ebola, una linea telefonica gratuita, riservata e anonima che opera 24 ore su 24, 7 giorni su 7, e che si occupa di bambini in situazioni critiche; un programma per giovani detenuti nel carcere di Pademba e il programma “Esperanza Plus” che offre opportunità di istruzione e formazione professionale a ragazzi e ragazze che vivono in strada. Quattro Salesiani, me compreso, si occupano della gestione e abbiamo 106 operatori sociali. Forse alcuni ci considerano come una ONG, ma continuiamo a dire a noi stessi e agli educatori che siamo molto di più, che abbiamo qualcosa che altre ONG non hanno: l'amore di Dio e la grazia di Dio. Questo fa la differenza. Il servizio sociale aiuta, la grazia e l'amore trasformano dall'interno!
A livello sociale com'è la situazione in Sierra Leone?
La Sierra Leone è un paese prevalentemente musulmano, ricco di risorse naturali (chi non ricorda il film “Diamanti di sangue” di Leonardo Di Caprio?): diamanti, ferro, rame. Ultimamente sono state scoperte miniere di Coltan, materiale utilizzato nella produzione di batterie per telefoni cellulari. Il Paese dispone di legno, terra fertile e acqua in abbondanza. Purtroppo la Sierra Leone è stata gestita molto male e subisce ancora le conseguenze di undici anni di guerra civile, una tra le peggiori del mondo in termini di crimini di guerra commessi. C'è molta povertà, oserei dire miseria. Molte persone, soprattutto ragazzi e ragazze, mangiano solo una volta al giorno. C'è molta corruzione nella classe politica. E quelli che soffrono di più sono i poveri, che qui costituiscono la maggioranza della popolazione. Donne, ragazze e bambine ne sono le vittime principali: maltrattamenti in giovanissima età, matrimoni precoci, mutilazioni genitali femminili e abusi sessuali sono all'ordine del giorno. Il virus Ebola e disastri naturali come le inondazioni del 2017 hanno contribuito a mettere in ginocchio un Paese che voleva risollevarsi dopo la fine della guerra. Il livello di istruzione è basso, con un alto tasso di dispersione scolastica, e l'istruzione professionale e tecnica è praticamente inesistente. La mancanza di formazione professionale e di opportunità di lavoro determina la presenza di giovani nullafacenti, che possono essere facilmente manipolati da gruppi politici e religiosi fondamentalisti. La questione etnica è un'altra grande sfida, specialmente quando i gruppi etnici si identificano con un determinato partito politico.
A quali progetti state lavorando?
Ne abbiamo in mente diversi. Un progetto in corso è il rifugio per le ragazze che vivono nel mondo della prostituzione. Le ragazze che vivono e lavorano nelle strade di Freetown sono più di 2500. Il nostro sogno è toglierne dalla strada il maggior numero possibile: offrire loro una casa, vitto, abiti, cure mediche, rintracciare e riunire le loro famiglie, permettere loro di frequentare la scuola e corsi di formazione professionale. Da quando abbiamo iniziato, a luglio del 2017, siamo già riusciti a offrire un aiuto concreto a 146 di loro. Il sogno continua e proseguiamo con la nostra attività.
Un altro sogno è realizzare un programma per i giovani che vivono nelle strade di Freetown e hanno formato bande violente: vorremmo favorire il loro recupero attraverso lo sport e soprattutto la boxe professionale.
Un altro sogno è un programma ecologico globale che comprenda un percorso di formazione, la raccolta dei rifiuti e il riciclo. Se educheremo le nuove generazioni con un'ottica ecologica, assegneremo un impegno ai giovani inattivi e libereremo la città e le sue spiagge da tonnellate di plastica e di altri materiali che possono essere riciclati. Stiamo già scrivendo questo progetto!
Il sogno più bello e che è già in corso di realizzazione è la costruzione di un centro di riabilitazione per ragazzi e ragazze che hanno subito traumi nella periferia di Freetown, sulla penisola, tra le montagne e il mare. È un luogo molto adatto per questo tipo di missione. L'attenzione si concentrerà sul recupero profondo dai traumi con l'aiuto della psicologia, della psicopedagogia e della spiritualità. Abbiamo già acquistato il terreno, stiamo costruendo un muro e il primo edificio residenziale per le ragazze che vivono nel mondo della prostituzione. Il complesso disporrà di diversi edifici residenziali, scuola, cortili e campi sportivi, uffici amministrativi, camere per la sistemazione dei volontari, una clinica, ecc. Fa parte di questo progetto la realizzazione di un centro di ricerca e di formazione professionale per i nostri assistenti sociali nell'ambito psicologico, antropologico, sociale, pedagogico, ecc. L'opera di riabilitazione e cura dei traumi profondi che i nostri ragazzi e le nostre ragazze hanno subito avrebbe così un fondamento più scientifico e professionale. Questo sogno e questo progetto sono già in corso, ma la loro attuazione è di lunga durata e abbiamo bisogno del sostegno di varie persone per completarlo.