I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

CHE COSA PENSANO I GIOVANI

CLAUDIA GUALTIERI

Se i tuoi amici rifiutano Dio
Tu, che faresti?

Spesso, le persone a noi più vicine rifiutano la dimensione spirituale e teologica. Come si comportano i giovani credenti in questi casi?

Renato, 24 anni
«La parola d'ordine deve essere ascoltare in profondità l'amico che pone questi dubbi e rifiuti».

Mi sono reso conto che alcuni mettono in dubbio la dimensione religiosa perché la conoscono poco o altri, pur avendo una grande sete della propria dimensione spirituale, non riescono a rispondere alle proprie domande e quindi mettono in dubbio la sua importanza o addirittura la sua esistenza. Personalmente, sono convinto che le troppe parole servano a poco e prima di tutto, di fronte ad un amico che non ha fatto esperienza come me, non devo avere giudizi sulla sua posizione, ma aiutarlo a fare esperienza. Questo, per il semplice fatto che le domande o i dubbi che il mio amico si pone potrei averli avuti anche io o addirittura ero nella sua stessa posizione, ma vivendo a pieno questa dimensione lasciandomi accompagnare ho capito che la dimensione spirituale è parte costitutiva di me e ha trovato dimora nella persona di Gesù di Nazareth.
La parola d'ordine deve essere ascoltare in profondità l'amico che pone questi dubbi e rifiuti, perché a volte capita che si parli per sentito dire; oppure si hanno avuto esperienze spiacevoli da questo punto di vista; o ancora non si riflette sulla propria dimensione spirituale. Dopo l'ascolto, penso che accogliere con serenità e familiarità l'amico sia veramente di grande aiuto, perché così facendo si sente a suo agio nell'esprimere la sua interiorità, piuttosto che lanciarsi nella battaglia di “chi è più tosto vince”. Dico questo perché prima di tutto sono stato trattato a mia volta in questo modo quando avevo i miei dubbi e posso dire che mi ha aiutato tanto a scoprire, o meglio a conoscere in profondità la mia dimensione spirituale. Per ultimo mi viene da dire che sarebbe bello far fare esperienze che aiutino i propri amici a vivere la propria dimensione spirituale; a far suscitare domande e a cercare di rispondere insieme.

“Se Dio non c'è ed io ho creduto in Lui, ho perso poco. Ma se Dio c'è e voi non avete creduto in Lui, avete perso tutto”
(Blaise Pascal)

Mery, 24 anni
«Non si può “costringere” nessuno a credere in qualcosa, come nessuno può costringere me a fare il contrario».

Mi è successo molte volte, soprattutto quando ero più piccola, di sentire dai miei amici che per loro la religione era un “no” a prescindere e soprattutto mi è capitato che ridessero della mia scelta di credere. Ho sempre lasciato passare, ho sempre provato a capirli, poi, però, sinceramente crescendo ho iniziato a fregarmene perché credo che la decisione di fare parte o meno della comunità, nel mio caso quella salesiana, sia una mia scelta e che le altre persone, come in tutti gli ambiti, possano solo esprimere la loro opinione, darmi dei consigli, ma sicuramente non hanno il permesso di deridermi. Io la prima cosa che ho fatto, quando mi sono trovata in una situazione del genere, è stata quella di portare quella persona nel contesto religioso in cui vivevo e vivo tutt'oggi e cioè la realtà dell'oratorio. Ho provato a farla integrare, a farle conoscere quella realtà raccontandole la mia esperienza, facendole vedere quello che faccio, e soprattutto ho iniziato a parlarle e ho cercato di trovare quei “punti” su cui poter far leva per far scattare in lei domande che la facessero distogliere dal suo pensiero negativo. Il dialogo e l'ascolto sono sempre stati i punti di partenza che ho usato per affrontare situazioni del genere. Non si può “costringere” nessuno a credere in qualcosa, come nessuno può costringere me a fare il contrario. Bisogna essere capaci di accettare l'opinione altrui. Io accetterei il punto di vista dell'altra persona e le esporrei il mio, senza nessun pregiudizio, tentando di farle capire perché la penso così. Poi sarà lei stessa a trarre le conclusioni.

Gianluca, 27 anni
«Cerco di far capire prima di tutto la mia posizione di fede, portando quella che è la mia esperienza concreta».

Mi è capitato diverse volte di trovarmi in situazioni simili, e la prima cosa che faccio, generalmente, è cercare di capire la situazione della persona con cui interagisco: a grandi linee mi sono trovato con due diverse tipologie. La prima tipologia è quella che definisco “credente comodo” cioè quelli che si definiscono cattolici e che credono in qualcosa, ma che per “comodità” o perché “i preti sono tutti uguali” non vanno a messa, non frequentano gruppi o luoghi come oratori, parrocchie e altri di stampo “religioso”, vivono la loro vita in maniera tranquilla e senza fare del male o dare fastidio a nessuno, o almeno senza esagerazioni ma allo stesso modo non fanno nemmeno niente per l'altro che li scomodi troppo; la seconda tipologia invece la definisco “ateo alla moda” perché “fa figo” essere libero da una religione che ti vincola e ti incatena a cose da fare e cose da non fare; ci sarebbe poi una terza tipologia di persone cioè gli atei, anzi agnostici convinti e che vivono la loro condizione rispettando, delle volte anche invidiando, la posizione di un credente.
A prescindere dalla tipologia, quello che cerco di fare in un confronto di idee con chi mi trovo di fronte è di far capire prima di tutto la mia posizione di fede, portando quella che è la mia esperienza concreta e il percorso fatto da diverse tappe che solo ora, a 27 anni, mi ha portato ad avere una posizione matura e ben definita, ma che è ancora in continua crescita e cambiamento. Per spiegare la mia “dimensione teologica” evito categoricamente di portarmi in una posizione di superiorità verso l'altro.
Uno dei primi insegnamenti di Gesù è stato quello di portare la Parola a tutti ed è questo quello che cerco di fare, quanto più possibile, con i miei atteggiamenti e le mie scelte di vita.