I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IL MESSAGGIO DEL RETTOR MAGGIORE

DON ÁNGEL FERNÁNDEZ ARTIME

Ho visto e vissuto
Il sogno missionario di don Bosco

Cari amici e fratelli, vi scrivo da Asunción, la capitale del Paraguay. Un'ora fa, ero ancora nel Chaco paraguayano, dove ho passato tre giorni molto intensi, belli, pieni di esperienze.
Ho potuto salutare e condividere con molti popoli nativi. Questo era il mio obiettivo. Questo è quello che ho chiesto. Volevo andare a incontrare e salutare i popoli originari con i quali i miei fratelli e sorelle salesiani, Figlie di Maria Ausiliatrice, hanno condiviso la vita in alcuni casi per 70 anni.
Ho passato alcune ore nella città di Chamacocos nell'Alto Paraguay, nella regione vicino a Fuerte Olimpo. Dopo un lungo viaggio abbiamo raggiunto la città di Carmelo Peralta, dove ho potuto trascorrere un'intera mattinata con le comunità della città di Ayoreo. E infine, dopo una gita in canoa di tre ore sul fiume Paraguay, che fa da confine tra Paraguay e Brasile, e un avventuroso viaggio attraverso le strade allagate di Puerto Casado, siamo stati in grado di incontrare le comunità del popolo Maskoy.
Sento il cuore traboccante di felicità e di autentica emozione. E posso confidarvi con assoluta sincerità che il sogno missionario che ha occupato tante notti di don Bosco e che per un'incantevole ispirazione è iniziato proprio dalla Patagonia è ancora vivo. L'ho visto e vissuto. Potrei dire: sono entrato nel sogno di don Bosco.
Ne ho visto il riflesso negli occhi e nel sorriso delle persone che ho incontrato: manifestavano la sincera gratitudine per gli oltre settant'anni di presenza tra loro dei salesiani e delle salesiane. Mi pareva di risentire il racconto del sogno fatto da don Bosco com'è riportato nelle Memorie Biografiche: «Volevo farli tornare indietro, quando vidi che il loro comparire riempì di gioia gli abitanti di quel luogo che abbandonarono la loro aggressività e accolsero i nostri Missionari con ogni segno di cortesia. E vidi che i nostri Missionari si avanzavano verso quelle popolazioni, li istruivano ed essi ascoltavano volentieri la loro voce; insegnavano ed essi mettevano in pratica le loro ammonizioni. Stetti a osservare, e mi accorsi che i Missionari recitavano il santo Rosario, mentre i nativi, correndo da tutte le parti, facevano ala al loro passaggio e di buon accordo rispondevano a quella preghiera. Dopo un poco i Salesiani andarono a disporsi al centro di quella folla che li circondò, e s'inginocchiarono. Quegli uomini, deposte le armi per terra ai piedi dei Missionari, piegarono essi pure le ginocchia. Ed ecco uno dei Salesiani intonare: “Lodate Maria, o lingue fedeli...”, e tutte quelle turbe, a una voce, continuare il canto della lode, così all'unisono e con tanta forza di voce, che io, quasi spaventato, mi svegliai. Questo sogno fece molta impressione sul mio animo, ritenendo che fosse un avviso celeste».
Posso assicurarvi che vivere nel Chaco è molto difficile. Lo è oggi, figuratevi come doveva essere cinquanta e più anni fa. Ho potuto dare un abbraccio fraterno e pieno di orgoglio a diversi confratelli salesiani che hanno lavorato nel Chaco Paraguayo per 40, 42, 51 anni. A volte con temperature di 45 gradi e con un'umidità sfiancante. E la loro scelta per Gesù ha preso semplicemente il nome di Chamacoco, Ayoreo, Maskoy.
Sono stato profondamente colpito al cuore quando i loro leaders, i Caciques, mi hanno detto che gli unici bianchi che hanno accettato di stare con loro e condividere la loro vita sono stati i nostri missionari, perché non li consideravano pericolosi e intravedevano la loro leale umanità.
Questi nostri fratelli e sorelle, trent'anni prima che l'educazione pubblica statale prendesse in considerazione i popoli nativi, avevano già fondato delle scuole per loro e li avevano portati agli esami delle scuole statali e di là avevano potuto entrare nelle scuole superiori.
Tra gli Ayoreo di María Auxiliadora a Puerto Casado, il direttore della scuola, Óscar, è stato uno di quei giovani. Oggi è un felice padre di famiglia. Anche tra i Maskoy, il capo o Cacique ha studiato nella scuola salesiana di Puerto Casado. E anche i suoi figli. Due di loro attualmente frequentano l'università di Asunción. Sorridendo, mi ha detto che quando era bambino il suo primo insegnante era stato il missionario salesiano padre Martin. E dopo tanti anni, Martin era lì, con me.
Come non pensare quanto don Bosco sarebbe fiero dei suoi figli e delle sue figlie?
Hanno combattuto a fianco delle popolazioni native per ricuperare la terra che era loro. Alcuni anni fa, i missionari salesiani mossero cielo e terra per ottenere duemila ettari di terra da congiungere a quelli già ottenuti dagli Ayoreo. E la stessa lotta è stata fatta con il popolo Moskoy, che ora è riuscito a recuperare le terre che aveva perso.
Tutto questo ho rivissuto, insieme alla forte fede di queste persone semplici, una fede nella Vergine e nel buon Dio. Una fede in Papà Dio e in Gesù.
E una speranza: c'è chi crede che questi popoli siano in estinzione. Ci sono quelli che sarebbero felici della loro estinzione. Grazie a Dio, invece, sono popoli che continuano a riprendersi e aumentano di numero. I bambini crescono buoni e studiano e sono educati ad essere più liberi e nessuno può, mai più, violare i loro diritti o sottoporli all'inganno.
Per questo affermo, oggi: credo nel Sogno Missionario di don Bosco. L'HO TOCCATO CON LE MIE MANI.
Auguro a voi tutto il bene possibile, anche a questi popoli che con la loro vita ci insegnano tanto.