I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE

ALBERTO MARTELLI

SIGNOR GIORGIO BREVI

Morto a Torino, lƎ marzo 2018, a 53 anni

Nella lettera da Roma del 10 maggio 1884, don Bosco scrive: «Il Salesiano sia tutto a tutti, pronto ad ascoltare sempre ogni dubbio, o lamentanza dei giovani, tutto occhio per sorvegliare paternamente la loro condotta, tutto cuore per cercare il bene spirituale e temporale di coloro che la Provvidenza gli ha affidati».
È la prima frase che ci è venuta in mente pensando a Giorgio e provando in poche righe a presentare la sua persona.
La vita di Giorgio è tutta raccolta dentro una tensione: restare e andare. Restare in mezzo ai ragazzi, da vero salesiano, con attenzione e concretezza, formandosi, imparando e studiando ciò che a loro piace per poterli così animare, accompagnare, guidare. E andare dove i ragazzi ci sono, dentro le loro fatiche e verso le loro vite, anche a costo di attraversare i continenti e partire verso l'Africa, o tornare a casa e ugualmente raggiungere chiunque avesse bisogno.
Giorgio nasce il 22 marzo del 1964. Tra pochi giorni avrebbe compiuto 54 anni. È il secondogenito di Giovanni e Franca, e la sorella Paola gli regalerà dopo il matrimonio 4 nipoti, Flora, Aurora, Gabriele e Davide. Giorgio resterà sempre affezionato alla sua famiglia, preoccupandosi dei nipoti, seguendoli nella crescita e frequentando spesso il paese e la casa natia per dare una mano e ricaricare anche ogni tanto le pile.
San Benigno sarà la casa salesiana che lo vede crescere e muovere i primi passi nella vocazione. Qui studia, e da qui parte per il noviziato a Pinerolo, dove farà la sua prima professione come salesiano coadiutore lƎ settembre del 1983. Due anni di formazione a Nave per proseguire gli studi, due di tirocinio a Valdocco e poi il ritorno proprio nella sua San Benigno, nel CFP che, lì o altrove, sarà la sua casa in tutti gli anni a seguire.
È Giorgio stesso a scrivere in una pagina di appunti personali: «Una vita trascorsa nell'impegno in campo tecnico (partendo da giovanissimo), una vita giocata per capire, per approfondire la propria vocazione, specializzandosi in tutto quello che piace ai giovani, con l'ingresso deciso nel CFP e alcune costanti: il convitto (croce e delizia), l'animazione mattutina (voluta, preparata e prediletta), il costante servizio ai giovani con la musica, l'insegnamento, il laboratorio, il cortile, il teatro, l'estate ragazzi; insomma una gran pedalata per stare con i giovani cercando di non pensare a se stessi».
È la prima fase di quel restare e andare: restare lì, dove la vocazione lo ha messo, in mezzo ai ragazzi, ma sempre nella tensione dell'andare verso di loro, del lasciare ciò che lo può portare via dalla sua azione educativa e pastorale.
Ma una nostalgia gli è rimasta nel cuore e si affaccia nella sua vita.
Durante gli anni di formazione Giorgio vede crescere il Progetto Africa. Molti sono coloro che partono, compagni, formatori, amici. Scrive: «Era un piacere sentire parlare della Nigeria, del Kenia, ma anche della Cina e della Bolivia. Sentire che le cose crescevano, che don Bosco conquistava i popoli attraverso persone semplici e buone, ma soprattutto colme di fede».
E così restare con i giovani vuol dire provare ad andare. Dal 2001 al 2005 è ad Akure, in Nigeria, nel CFP di laggiù, provando a dare tutto di sé.
Nel 2005 torna a Valdocco. L'esperienza nigeriana lo ha provato nel corpo e nello spirito. Ancora una volta per poter restare con i ragazzi deve intraprendere un altro viaggio, più complesso, e fruttuoso. Giorgio decide di riprendere in mano la propria vita, ricucire e guarire le ferite che ha subito e pian piano rimettersi in gioco. Riprende anche a studiare, a formarsi, a confrontarsi. Si inserisce di nuovo nel CFP, come insegnante e animatore, mettendosi a fianco dei catechisti presenti e dandosi disponibile sempre per il bene dei ragazzi.
Le ferite che ha subito gli hanno lasciato un'attenzione particolare ai ragazzi più bisognosi di accompagnamento e così li ascolta e prova ad aiutarli uno per uno, senza protagonismi e senza mosse eclatanti. Resta discreto, preciso, disponibile, preoccupato per gli altri, consapevole dei suoi limiti. Questa volta, per stare con i ragazzi, il viaggio che deve e vuole fare è interiore, verso l'autenticità della propria personalità e vocazione, verso l'autentica risposta alla chiamata di don Bosco, cercando di approfondire la vita fraterna, di riscoprire i rapporti familiari, di guadagnare in semplicità e profondità.
La malattia lo sorprende all'improvviso e quello che sembrava un banale infiacchimento si rivela il segno di qualcosa di ben più grave.
Ancora andare e restare: restare per lottare, finché può per guarire, per se stesso, ma soprattutto continuando fino alla fine, pochi giorni prima di morire di andare a fare scuola, laboratorio, assistenza. E contemporaneamente, nel silenzio e nella discrezione, senza dire nulla quasi a nessuno, imparare ad andare docilmente dove i medici lo conducono e dove le cure lo costringono ad essere.
Dopo sei mesi di lotta, Giorgio muore l'8 marzo scorso.
È l'ultimo andare, verso il Paradiso, per restare per sempre con don Bosco e con noi.