I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

I PROTAGONISTI

NATALE MAFFIOLI

L'architetto del sogno

Antonio Spezia, ingegnere e architetto, amico fidato di don Bosco progettò la basilica di Maria Ausiliatrice, il capolavoro dell'amore per la Madonna.

Don Bosco da qualche tempo vagheggiava la costruzione di una chiesa di dimensioni più ragguardevoli di quella di san Francesco di Sales, i motivi erano dei più diversi, non ultimo l'angustia di quest'ultima fabbrica. Così si esprimeva con don Paolo Albera una sera del dicembre del 1862: “Io pensavo: la nostra chiesa è troppo piccola, non può contenere tutti i giovani, o vi stanno addossati l'uno all'altro. Quindi ne fabbricheremo un'altra più bella, più grande, che sia magnifica. Le daremo il titolo di Maria Ausiliatrice”.
Don Fedele Giraudi esprime in sintesi i primi momenti della progettazione: “Acquistato il terreno, don Bosco pensò subito a radunare una commissione di architetti suoi amici perché studiassero e presentassero al più presto il disegno della nuova chiesa. Vari furono i progetti, e si tennero molte conferenze per esaminarli e discuterli; ma ciascun architetto non approvava il disegno degli altri colleghi e nessuno si rassegnava a fare modificazioni, volendo ciascuno che fosse eseguito integralmente il proprio progetto. Dopo alcuni mesi don Bosco troncò ogni discussione e diede l'incarico all'ingegnere Antonio Spezia, che era da tempo in amichevole relazione con lui, di preparare il disegno della chiesa”.
L'ingegnere Antonio Spezia era nato il 14 aprile 1814 a Barzona di Calasca (VB) in Valle Anzasca da Pietro Antonio, un capomastro e da Maria Teresa Patroni.
Nel 1840 fu approvato come ingegnere architetto dall'Università di Pavia e nel 1851 come architetto idraulico e civile dall'Università di Torino. L'amichevole relazione con don Bosco di cui parla don Giraudi risaliva al 1851, quando il giovane ingegnere, fresco di laurea, incontrò il nostro il quale lo invitò a redigere la stima della casa Pinardi; congedandolo don Bosco gli disse: “Veda; altra volta avrò bisogno di lei”.
Nella Guida di Torino Antonio Spezia compare nella categoria degli ingegneri e architetti idraulici, con la qualifica di ingegnere civile e idraulico ed è registrato come residente in via del Carmine 11. Pare fosse richiesto, più che per progettazioni di ampio respiro, per ristrutturazioni e ampliamenti di edifici civili già esistenti. Dunque quella di Maria Ausiliatrice è un unicum tra le imprese dell'ingegnere-architetto. Lo Spezia morì a Torino il 17 gennaio 1892.

Quanti campanili?
I cinque progetti per la nuova chiesa, firmati da don Bosco e dall'ingegnere Spezia, furono presentati all'ufficio comunale competente datati 14 maggio 1864: si trattava della “Pianta di una Chiesa Dedicata a Maria Auxilium Christianorum Da erigersi in Valdocco di Torino con obblazioni di divoti” dell'“Ortografia esterna della Facciata Principale” dell'“Ortografia esterna Delle due Facciate laterali” della “Sezione Longitudinale” e della “Sezione Trasversale”.
Il 5 maggio di quello stesso 1864 era giunta una lettera del Canonico Lorenzo Gastaldi (che diverrà in seguito arcivescovo di Torino) che, al corrente della progettazione, esponeva le sue considerazioni su alcuni elementi della struttura: secondo il suo parere si doveva abolire uno dei due campanili in facciata e collocarne uno, minore, vicino alla sacristia. Per il disbrigo delle usuali faccende di sacrestia dovevano essere aperte due porte verso le cappelle laterali e l'atrio della chiesa, chiuso da una parete, doveva far parte della navata e l'orchestra sorretta da due colonne di pietra. Eccetto l'idea del campanile unico, le richieste del Gastaldi furono accolte.
Il prospetto della chiesa di Maria Ausiliatrice fa, evidentemente, riferimento alla basilica veneziana di San Giorgio Maggiore (1506) dell'architetto veneto Andrea Palladio (1508-1580), collocata nel bacino di San Marco di fronte a Palazzo Ducale. Di certo l'opera veneziana era conosciuta grazie alle incisioni offerte nei volumi di Ottavio Bertotti Scamozzi (1719-1790), Le fabbriche e i disegni di Andrea Palladio, pubblicati in 4 volumi a Vicenza tra il 1776 e il 1783, e la chiesa di San Giorgio compare al volume IV, alle pagine 19-21, tavole V-VIII e, sicuramente, lo Spezia aveva avuto tra le mani il testo durante la sua formazione.
Con un preciso riferimento all'architettura palladiana, l'ingegnere Spezia voleva affrancare la chiesa di Maria Ausiliatrice dalla matrice torinese e inserirla in un contesto architettonico internazionale.
Un professionista che non aveva molta pratica nell'arte della progettazione di grande respiro, specie ecclesiastica e che voleva elaborare un edificio lontano dagli schemi usuali, non poteva fare a meno di ricorrere alle sue memorie scolastiche e a forme che fossero di esito sicuro. Deviando da quelle che erano le forme eclettiche, nei modi allora in voga, si rivolse a modelli neoclassici, o meglio, a quanto la sua formazione accademica presentava come la miglior espressione di quel gusto e, in questo senso, l'architettura palladiana era la più versatile ed universale. Bisogna tenere presente che il palladianesimo si presentava come un evento architettonico di vasto respiro internazionale: aveva formidabilmente attecchito in Inghilterra, ed era stato esportato negli Stati Uniti.

Un monumento del cuore
Non si era certamente fuori tempo per la proposta di una simile architettura. Il Neoclassicismo, anche il più tardo, aveva tenuto ben vivo un palladianesimo tutto italiano; anni prima, architetti come Carlo Morigia, nel duomo di Urbino (1789) o Giuseppe Valadier nella facciata della chiesa romana di San Rocco a Ripetta (1834) avevano proposto facciate chiesastiche decisamente conformi ai modelli del Palladio.
Fu questa continuità e persistenza in ambito architettonico, e anche la notevole rilevanza rappresentativa, del modello palladiano ad incoraggiare lo Spezia a riproporlo a Torino nella facciata di Maria Ausiliatrice. Ovviamente apportò quelle modifiche che dessero al suo progetto una patente di originalità e per non scadere nella pedissequa riproposizione di quanto appreso dai libri arretrò le due ali laterali rispetto al prospetto centrale, trasformando quest'ultimo in una sorta di pronao.
Quella dell'architetto Spezia, e indirettamente di don Bosco, fu una scelta coraggiosa: si trattava di imporre un modello inusitato in un contesto come quello di Torino già segnato da tutt'altra linea architettonica. Non doveva mancare nelle intenzioni del progettista e del committente l'idea di un edificio che fosse grandioso, che si staccasse dall'usuale panorama architettonico cittadino e che esprimesse, nel complesso delle sue reminiscenze, una cultura e un modo di intendere un edificio sacro di valore non piemontese, ma nazionale.
Gli obiettivi di don Bosco nell'affrontare l'impresa dell'edificazione erano chiari: voleva una chiesa grandiosa che fosse un monumento alla Vergine Maria, il segno chiaro della sua presenza a sostegno della Chiesa, come al tempo di Lepanto o durante la prigionia di Pio VII. Incaricando lo Spezia del progetto, don Bosco voleva che “fosse in tali proporzioni che potesse accogliere un gran numero di devoti, e render l'onore dovuto all'Augusta Regina del Cielo”.
La fabbrica, tra alterne vicende (corse anche il rischio di essere decurtata di una porzione importante come la cupola), fu portata finalmente a termine nel 1868 e fu consacrata il 9 giugno di quello stesso anno.
È interessante notare che, alcuni anni dopo, in occasione della progettazione della chiesa di San Giovanni Evangelista, su corso Vittorio Emanuele II, i disegni, certamente elaborati da Edoardo Arborio Mella che non era un architetto patentato, ma un dilettante, per essere presentato all'ufficio competente del municipio di Torino, furono firmati dall'architetto Antonio Spezia.


GRAZIE A VOI È TORNATA LA VOCE DEL PARADISO
MAURIZIO PALAZZO, maestro di cappella ed organista della basilica

Grazie a voi e ai tanti amici di Maria Ausiliatrice, il grande organo della Basilica è stato rimesso a nuovo. E loda il Signore con le sue 5500 canne.
Siamo nella seconda domenica d'ottobre dell'anno 1844, e don Bosco, inquieto e preoccupato, si addormenta e sogna. Scorriamo le sue parole: «Guardando, vidi un campo, in cui era stata seminata meliga, patate, cavoli, barbabietole, lattughe e molti altri erbaggi. - Guarda un'altra volta, mi disse la pastorella [la Vergine Maria] - Guardai di nuovo, e vidi una stupenda ed alta Chiesa. Un'orchestra, una musica istrumentale e vocale mi invitavano a cantar messa».
Non sono tante le parole che don Bosco ha lasciato al caso, nel corso di un'esistenza dinamica e tesa alla realizzazione di un vertiginoso Sogno, quello di Dio. Perciò volentieri parto da questo provvidenziale suggerimento per sottolineare l'idea che lo anima: in un luogo dove Dio desideri essere “onorato in modo specialissimo” la vibrazione della musica non può mancare mai.
Bisogna constatare che la lungimiranza dei Superiori salesiani, unita alla generosità dei tanti benefattori amici di don Bosco, ha consentito la realizzazione di questo principio: tanto più in questo 150° anniversario della Consacrazione della Basilica di Maria Ausiliatrice, che ha visto da poco concluso l'impegnativo restauro del prezioso organo a canne “Tamburini”, già utilizzato per tre concerti tenutisi nel corso di questi mesi. A nome della comunità salesiana ringrazio il maestro Massimo Elice, organaro genovese che si è occupato della realizzazione tecnica del restauro; ed il maestro Stefano Marino, organologo della diocesi di Torino e referente in ordine ai progetti di restauro, che ha seguito le varie procedure in sinergia con la Sovrintendenza dei beni artistici, dando preziosi suggerimenti.

Qualità costruttiva e dimensioni
L'importanza di conservare un organo a canne, quale è quello custodito nella Basilica di Maria Ausiliatrice, scrive il maestro Massimo Elice, restauratore dell'organo, risiede principalmente in due aspetti: l'altissima qualità costruttiva dello strumento e le sue imponenti dimensioni; infatti, con le sue quasi 5500 canne sonore, l'organo di Maria Ausiliatrice è il più grande tuttora presente in Piemonte, e fu costruito da una della più importanti case organarie italiane del XX secolo, la Giovanni Tamburini di Crema, che vantava, intorno agli anni '40 del secolo scorso, ben 100 fra operai e addetti, che costruivano tutte le componenti dei propri organi, dalle canne alla manticeria, dai motori ai relais elettrici.
Certamente un simile strumento, seppure costruito nel 1938 con tecniche d'avanguardia, ha mostrato la necessità nel corso della sua vita di manutenzione, data la complessità dei congegni meccanici, pneumatici ed elettrici di cui è dotato, ed è per questo motivo che si è deciso di compiere un minuzioso ed attento intervento di salvaguardia di tutte le sue componenti, intervento durato quasi 5 mesi e che ha riguardato il rimodernamento della parte elettrica nel pieno rispetto del manufatto originale (ora affiancato da un centralino elettronico d'avanguardia, prodotto in Italia, che aiuta e sostiene il funzionamento degli impianti elettromeccanici originali, tuttora funzionanti), la revisione dei somieri montanti le canne sonore, e lo smontaggio, con pulizia ed accordatura, di tutto il canneggio in metallo e legno formante i vari corpi sonori.
Il restauro eseguito ha così permesso di ripristinare lo strumento in tutti i suoi aspetti, di renderlo versatile per la liturgia ed eccellente per le manifestazioni concertistiche, e di tornare a far riascoltare la sua ricca e variegata voce nella splendida Basilica che lo conserva.