I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

A TU PER TU

O. PORI MECOI

Hernán Cordero

Con i più poveri del mondo

«Sono un coadiutore salesiano dell'AFO (Africa Occidentale Francofona), dove sono arrivato come volontario dall'Ecuador nel 1990. La nostra ispettoria ha dimensioni geografiche enormi e la regione è sicuramente una delle più povere del mondo».

Può auto presentarsi?
Mi chiamo Hernán Cordero e sono originario dell'Ecuador. Sono un coadiutore salesiano dell'AFO (Africa Occidentale Francofona), dove sono arrivato come volontario nel 1990. Sono un meccanico industriale e prima di arrivare in Guinea ho lavorato con i bambini di strada a Quito, in Ecuador. Ho 51 anni e ne ho trascorsi oltre metà in Africa Occidentale: sono stato per 10 anni in Guinea, 4 in Togo per la formazione, 3 in Burkina Faso e 10 in Costa d'Avorio.
Nel corso degli ultimi dieci anni in cui sono vissuto in Costa d'Avorio, ho svolto la funzione di economo ispettoriale e ho avuto l'opportunità di visitare tutte le comunità della nostra ispettoria AFO, nei sette Paesi in cui è distribuita. In questo momento sono incaricato di lavorare in Burkina Faso, dove mi recherò tra pochi giorni per occuparmi dell'amministrazione di un centro di formazione professionale.

Com'era la sua famiglia?
Provengo da una famiglia numerosa, che conta otto figli. Io sono l'ultimogenito. La mia famiglia è originaria di un piccolo villaggio sperduto sulle montagne, dove mio padre aveva una fattoria molto grande, ma siamo tutti nati in città. Durante le vacanze di fine anno andavamo sempre a lavorare nella fattoria; ho frequentato la scuola pubblica e ho seguito gli studi medi superiori in un Istituto diretto dai Salesiani grazie a una borsa di studio.
Quando ero bambino, mio padre lavorò per alcuni anni negli Stati Uniti e in Canada e quando avevo dodici anni ho perso mia madre. La morte ha quindi cambiato la vita della nostra famiglia. In realtà, eravamo abituati a sbrigare da soli le faccende domestiche e a badare a noi stessi per le necessità della scuola. In definitiva, la mia infanzia è stata molto tranquilla, ma la mia vita da adolescente è stata difficile.
La mia famiglia è cristiana e andavamo a messa, recitavamo il rosario e praticavamo altre devozioni con mia madre. La nostra situazione economica era difficile; durante le vacanze dovevamo lavorare nella fattoria per pagare i nostri studi. In generale eravamo sobri e disciplinati; eravamo stati allevati così. Tutti i miei fratelli e le mie sorelle erano ottimi studenti e bravi sportivi, non hanno mai dato problemi in famiglia.

Perché ha deciso di diventare religioso e salesiano?
Ho imparato a conoscere i Salesiani frequentando l'Oratorio con uno dei miei fratelli maggiori. Ci andavo per giocare e vedere film, per partecipare alle passeggiate con gli scout.
Quando ho cominciato a frequentare l'istituto tecnico, ho offerto spontaneamente il mio aiuto nell'organizzazione delle attività dell'oratorio, in particolare con i coadiutori che le dirigevano.
Ho anche partecipato ad attività missionarie per costruire piccole cappelle in Amazzonia e così sono andato in missione già a sedici anni durante le vacanze scolastiche, per tre settimane. Nel resto delle vacanze andavo sempre a lavorare nella fattoria con mio padre.
A diciotto anni ho terminato il percorso di formazione professionale e sono andato a lavorare come volontario nella capitale con i bambini di strada. È un mondo molto difficile, con violenza, droga, prostituzione... e richiedeva un grande sforzo da parte di noi volontari. Mentre lavoravo con i Salesiani ho compiuto un cammino di fede, ma sempre legato ai bambini di strada. Non vedevo la missione in senso globale o la portata della vita religiosa. Di fatto, la vita religiosa in un'opera rivolta ai bambini di strada è forse diversa da quella di altre Case, che gestiscono parrocchie o scuole. Avevo compreso la missione, ma non del tutto la vita comunitaria e cercavo di conoscere anche Gesù di Nazareth.

Perché ha scelto la missione in Africa?
Nel corso di un incontro tenuto nella capitale dell'Ecuador, mi informai del “progetto Africa” avviato dai Salesiani di don Bosco nel 1985... nel 1989 ho avuto l'opportunità di visitare l'Italia per un programma di formazione per il lavoro con i tossicodipendenti. Ci sono rimasto per sei mesi, durante i quali ho avuto tutto il tempo per stilare un bilancio del mio lavoro, ma anche del mio impegno e per pensare al futuro. Ero ormai un educatore specializzato, ma nello stesso tempo volevo vivere qualche altra esperienza. Dietro consiglio di alcuni amici salesiani presentai domanda per andare in Guinea come volontario. In questo Paese i Salesiani avevano aperto un Istituto Tecnico e avevano bisogno di tecnici. Mi preparai dunque per sei mesi e poi andai in Guinea. Da parte mia c'era da un lato una ricerca di novità e forse di avventura, ma si trattava anche di una ricerca esistenziale, di un desiderio di decidere per il mio futuro, di orientarlo. Avevo 23 anni. Dovevo comunque dare alla mia vita un orientamento più o meno stabile.
Il mio destino si è dunque definito in terra di missione, perché ho cominciato lavorando come volontario per tre anni... Ma quei tre anni in Guinea avrebbero cambiato la mia vita per sempre.

Qual è il suo lavoro attuale?
Sono impegnato a Bobo-Dioulasso, una grande città del Burkina Faso, in Africa Occidentale. L'opera è un Centro di Formazione Professionale che ha anche una casa e un oratorio. La parrocchia è un altro degli ambiti in cui lavoriamo. Sono l'economo dell'opera e il responsabile della casa, tengo alcuni corsi nel Centro e anche per i prenovizi.
Ho appena terminato di svolgere l'incarico della durata di dieci anni come direttore di un Ufficio di Pianificazione e Sviluppo che ha lo status di ONG e di nove anni come economo provinciale. È un'esperienza molto bella, ma anche molto difficile, dal momento che l'ispettoria ha dimensioni geografiche enormi e la regione è sicuramente una delle più povere del mondo.

Qual è la situazione dell'Ispettoria AFO?
L'Ispettoria AFO è molto estesa a livello territoriale, con la sua distribuzione su sette Paesi e con venticinque case. Tutte le opere sono in espansione e abbiamo molto lavoro. In questo momento la grande maggioranza delle opere ha un direttore africano; noi Salesiani siamo 155 e si tratta soprattutto di confratelli africani molto giovani che seguono il percorso di formazione. In ogni opera lavorano mediamente quattro confratelli e siamo quindi sempre oberati dalle attività, anche se diventano numerosi pure i laici impegnati.
Le Case di formazione sono piene, al momento abbiamo 14 prenovizi, 11 novizi, 24 postnovizi e 25 confratelli che studiano teologia. Oltre alla teologia, sin dall'inizio dell'attività salesiana in questa zona il percorso di formazione viene compiuto in Togo.
In questo momento la situazione economica è difficile, poiché dopo il progetto Africa del 1985 il finanziamento delle ispettorie fondatrici è quasi scomparso. Sebbene le opere educative e sociali, o anche le parrocchie, possano essere autosufficienti a livello finanziario, non è così per la formazione dei Salesiani e dipendiamo almeno per il 50% dall'aiuto del Rettor Maggiore.
Un settore ora in difficoltà è quello dei bambini di strada; il problema è anche finanziario, perché questi bambini devono essere assistiti per lunghi periodi, mentre occorre cercare sistematicamente finanziamenti costanti. Questi problemi finanziari fanno sì che i giovani confratelli abbiano difficoltà ad assumersi la responsabilità di dirigere queste opere, per le quali è necessario cercare costantemente fondi.

Quali sono i problemi da affrontare?
La povertà non consiste solo nella carenza di denaro: è molto di più. La povertà è all'origine di guerre per la conquista di risorse naturali, di grandi divisioni sociali, di problemi di identità, di migrazioni, ecc.
Io vivo in un contesto particolarmente povero. I Paesi dell'Africa Occidentale, a sud del Sahel, sono tra i più poveri del mondo, mancano sempre di tutto. È come se si vivesse in una situazione di crisi permanente e ci si abitua alla miseria, ci si abitua a vedere la gente soffrire, alla violenza.
Nelle grandi metropoli la droga comincia a essere un problema molto serio per i giovani che non hanno speranza; c'è anche una perdita dei valori morali a livello globale, siamo influenzati dall'Occidente, ma soprattutto da un consumismo smodato, dalla cultura dell'immagine, dall'edonismo.
L'emigrazione è un problema specifico in alcune zone della nostra ispettoria; molti giovani non vedono infatti un futuro diverso dall'abbandono di questa realtà per andare in Europa, anche se si tratta solo di andare a bighellonare per le strade e sopravvivere.
Tanti non hanno speranze, a causa delle complesse situazioni politiche e dell'estrema povertà.
Penso anche che ci sia un problema di identità nei giovani, che cercano di conservare alcuni valori culturali, ma sono sensibili ai valori della globalizzazione. L'identità nazionale incontra qualche difficoltà, perché l'identità delle persone è prima di tutto etnica.
Ci sono poi tante sfide nella nostra ispettoria, come accadeva a don Bosco a Torino quando cominciò la sua opera.