I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

CHE COSA PENSANO I GIOVANI

CLAUDIA GUALTIERI

Legge di fine vita

Il tema della morte assistita e del biotestamento è da tempo al centro di un ampio e partecipato dibattito all'interno del quale è difficile prendere una posizione.
Anche i giovani hanno un'opinione riguardo un tema così delicato.

Eleonora, 19 anni
Da credente vedo la vita come il dono più immenso e prezioso che il Signore abbia potuto farci.

In Italia è ormai possibile, tramite le DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), esprimere le proprie preferenze e il proprio consenso o rifiuto su trattamenti sanitari in previsione di un'eventuale futura incapacità di autodeterminarsi. Davanti a questo scenario, si innesca in me una serie di opinioni discordanti. Posso sicuramente definirmi un'amante della vita, in tutte le sue forme, sfumature e sfaccettature; amo la vita e amo viverla pienamente, cogliendo ogni emozione, sia essa positiva o negativa. Credo fortemente che ogni attimo della propria vita sia prezioso, colmo di significato, di insegnamenti. La cosa che più mi fa stare male è perdere il tempo, sprecarlo, non metterlo a frutto, non viverlo completamente, questa è sicuramente una delle mie più grandi paure. Da credente vedo la vita come il dono più immenso e prezioso che il Signore abbia potuto farci e cerco di prenderne ogni pezzetto, per non perdermi nulla. Sono convinta che Dio ha per ognuno di noi un disegno, che ogni esistenza è in funzione di uno scopo, che ognuno di noi ha un fine da raggiungere. Ma è proprio il mio amore per la vita che davanti a tematiche come quelle dell'eutanasia, della “dolce morte”, del biotestamento, mi spinge a riflettere. Che cosa porta un uomo a considerare l'idea di mettere fine alla propria vita autonomamente? Quanta sofferenza si nasconde dietro certe decisioni? Spesso ho sentito di persone che hanno fatto questo tipo di scelta, che hanno scelto di morire. Le parole che accompagnano quel gesto spesso sono le stesse: “questa non è vita”. Lo ribadisco, io amo la vita; ma che vita è quella che continua solo grazie a delle macchine? Che vita è quella che ti costringe a letto? Quella che ti toglie la possibilità di uscire all'aria aperta, andare al lavoro, abbracciare i tuoi figli o i tuoi genitori, ballare, fare sport, mangiare il tuo piatto preferito? Che vita è quella condannata dall'attesa della scoperta di una nuova terapia, una cura sperimentale che possa farti stare meglio? Che vita è quella che ti regala poche gioie e troppe sofferenze? Riuscirei ad amarla anche così? In questi casi è così difficile riuscire a vedere la vita come un dono, è così difficile capire quale sia in nostro fine, il disegno di Dio per noi. Non so che cosa penserei, come mi sentirei, cosa farei in una situazione del genere, o che cosa vorrei che facessero i miei famigliari qualora io non dovessi più essere capace di intendere e volere, qualora la malattia mi togliesse anche la capacità di essere cosciente; non so se riuscirei ancora ad amare la vita, non so se riuscirei ancora a vedere uno scopo alla mia esistenza, non so se riuscirei a vedere ancora la vita come un meraviglioso dono di Dio, ma allo stesso modo non so se riuscirei ad avere il coraggio di porre fine a tutto, di andarmene consapevolmente, di scegliere di morire.

Roberta, 20 anni
È giusto che ogni individuo, nel limite delle proprie facoltà cognitive, possa decidere sul proprio avvenire.

“Oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”: persino papa Francesco, emblematica figura religiosa, apre così il dibattito circa la legge di fine vita. Risulta, dunque, impossibile rimanere inerti davanti a tale questione, in bilico tra l'individualità e la spiritualità etica. Si tratta, infatti, di una scelta che assume il limite della condizione umana mortale, accettando di non impedirla, all'atto di non poterlo più contrastare. Personalmente, da credente cattolica, penso che tale legislatura preveda un'inversione nella precedente relazione tra medico e paziente. Le cure mediche, difatti, non saranno più un dovere del primo ma un diritto del secondo. Parlando di biotestamento, secondo me le domande fondamentali da porsi sono due. Fino a che punto siamo realmente liberi di scegliere? Si è realmente in grado di scegliere in una simile condizione? In prima persona sono assolutamente favorevole al trattamento, poiché lo stesso si discosta molto da una forma di accanimento terapeutico lesivo per la dignità della persona. È giusto che ogni individuo, nel limite delle proprie facoltà cognitive, possa decidere sul proprio avvenire. Non è sbagliato sostenere che l'uomo non abbia il controllo della propria vita e non possa decidere quando sia arrivato per lui il momento di lasciare il mondo terreno, piuttosto credo sia necessario liberare la felicità di un malato, schiava di un corpo infermo che non gli appartiene.

Mirko, 25 anni
Compiere una determinata scelta può essere considerato come “abbracciare” con dignità e rispetto la morte come fase della vita.

Non decidiamo noi il momento di morire altrimenti sarebbe considerato un suicidio. Ritengo che, in determinate condizioni limite, si dovrebbe fare il possibile per preservare la vita della persona, ma ove ciò non sia possibile, riducendo quella persona a sofferenze, a una vita non vissuta, compiere una determinata scelta può essere considerato come “abbracciare” con dignità e rispetto la morte come fase della vita. Oggi noi possiamo far “vivere” una persona che cinquant'anni fa sarebbe morta di sicuro grazie a un'evoluzione in campo medico di macchinari e farmaci, ma questo ci ha spinto a un'esasperazione delle cure. Una persona che non riesci a curare, o che comunque dovrà essere mantenuta in vita da macchinari, quantità immani di farmaci, rischia di diventare un fenomeno vittima del fanatismo della medicina. Per spiegare meglio che cosa intendo uso questo esempio: un malato terminale di tumore può vivere fino alla fine perché nei mesi che rimangono riesce a condurre una vita dal punto di vista fisico normale; una persona che ha invece subito un incidente e non ha più la facoltà di respirare autonomamente, di camminare, di parlare, di svolgere almeno le funzioni principali, per alcuni versi ha solamente una vita biologica addirittura parziale. Nelle condizioni di salute in cui sono oggi, sono portato a dire che, trovandomi in una situazione sfortunata, sceglierei di vivere perché non riuscirei mai a immaginarmi i motivi e le sofferenze per cui dovrei fare un'altra scelta. Allo stesso tempo però, direi che vorrei abbracciare la morte in maniera dignitosa solamente se le cure prestate non procurassero un miglioramento effettivo della condizione di “non vita” che potrei affrontare.