I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

A TU PER TU

LINDA PERINO

(traduzione di Marisa Patarino)

Padre Mario Pérez
e i bambini stregoni

«Rischio ogni giorno, ma non ho paura, perché credo che nella lotta per i diritti dei più deboli non si debba esitare a rischiare anche la vita».

Don Mario Pérez, Salesiano venezuelano, è attualmente impegnato a Mbuji Mayi, una città con gravi problemi sociali nella Repubblica Democratica del Congo. Lavora in particolare al servizio dei bambini e ragazzi accusati di stregoneria. Si tratta di giovanissimi di età compresa tra gli 8 e i 14 anni, orfani, disabili, albini, ma non solo. Secondo la credenza popolare questi bambini lancerebbero maledizioni e sono incolpati di provocare malessere generale, povertà, disoccupazione. Spesso queste accuse provengono dai genitori stessi e i bambini sono costretti ad abbandonare le proprie case e si ritrovano a vivere per strada. La verità, però, è che oggi per molte famiglie l'ossessione per la magia nera è soltanto un pretesto per sfamare meno bocche.
Prima di stabilirsi a Mbuji Mayi, don Pérez ha lavorato in varie altre sedi: dapprima sulla frontiera Colombia-Venezuela, luogo di passaggio per moltissimi sfollati; quindi, dopo gli studi a Torino, a Lubumbashi, dove ha lavorato con i ragazzi di strada. Nel 1997 fu mandato in Burundi e successivamente diventò direttore del Centro Don Bosco di Goma-Ngangi, dove rimase per 13 anni, durante i quali, nel 2009, l'Unicef conferì al Centro il premio internazionale 'Prima i bambini': un modo per far sentire la voce di tanti bambini che soffrivano.
Nel mese di aprile del 2010, subito dopo il terribile terremoto, don Pérez fu mandato ad Haiti. Il suo servizio è consistito nel portare aiuto, ma anche nel favorire una mentalità di impegno, portando la speranza a molti sfollati che popolavano i campi profughi di Thorland, a Carrefour. Il Salesiano coinvolse le persone nella gestione del campo: tutti dovevano rendersi utili per il bene del prossimo, sebbene la situazione fosse molto complicata.
Come e quando è nata la sua vocazione?
Fin da piccolo avevo una spiccata sensibilità per i bambini orfani o che subivano ingiustizie, per le persone ridotte in schiavitù e gli anziani emarginati e sapevo che dovevo fare qualcosa. Quando diventai adolescente cominciai a impegnarmi in un movimento socialista, pensando di trovare là una soluzione. Dopo aver completato gli studi secondari, decisi di entrare nel seminario della diocesi, sebbene non credessi nell'esistenza di Dio. Proprio in seminario trovai don Bosco e Dio e l'anno successivo fui accolto come postulante nell'aspirantato salesiano di Los Teques, in Venezuela. Dopo il noviziato sentii un'inquietudine nel cuore, sebbene fossi felice e certo di voler abbracciare la vita salesiana. Un giorno mi misi allora a disposizione della Congregazione per le missioni in Africa. In quel momento mi sembrò che il mio cuore si liberasse e da allora non ho mai avuto alcun dubbio in merito alla decisione di condividere la vita salesiana con i miei fratelli in Africa, in particolare con i bambini e i giovani in difficoltà.
Perché ha deciso di partire per le missioni?
Lo consideravo un modo per esprimere e vivere la missione affidata a don Bosco. Porto questo pensiero nel cuore e lo considero un modo per vivere la giustizia nei confronti dei miei fratelli africani e per esprimere gratitudine a Gesù Cristo. Il progetto di Dio in Gesù è che tutta l'umanità formi una sola famiglia. Ogni cristiano dovrebbe dunque portare nel cuore questo desiderio di Gesù e cercare di realizzarlo. Mi sento in famiglia tra i miei fratelli e le mie sorelle di Mbuji Mayi, nella Repubblica Democratica del Congo, dove vivo ora, e provo lo stesso sentimento per tutte le persone con cui sono vissuto a Goma, a Lubumbashi, ad Haiti e ovunque sono stato.

“Mi sento in famiglia. In generale i bambini mi chiamano per nome, altri mi rivolgono l'appellativo di padre e molti mi chiamano papà.”

Chi le dà la forza di continuare?
La fede che Dio stesso operi nella Chiesa Corpo di Gesù Cristo e voglia la felicità di tutti i suoi figli, nonché l'infinita gratitudine verso il Padre che mi affida ciò che gli sta più a cuore.
Com'è la sua vita a Mbuji Mayi?
Mbuji Mayi è la capitale del Kasai orientale, la regione conosciuta nel mondo per i suoi diamanti. Nel Congo è però nota per la violazione dei diritti dei bambini. Il 70% dei bambini di strada delle città più importanti, come Lubumbashi e Kinshasa, sono originari di questa regione e molti hanno dovuto combattere contro accuse di stregoneria, violenza e traffici di vario genere. L'opera di Don Bosco a Mjbuji Mayi ha sperimentato un momento di difficoltà per la mancanza di mezzi economici e di personale per far funzionare le scuole e la parrocchia. Dopo aver lavorato ad Haiti, sono stato mandato qui come vicario ed economo.
Qui mi impegno per il buon funzionamento di tutta l'opera e della comunità: abbiamo un centro di accoglienza per bambini in situazioni problematiche (orfani, abbandonati...), una scuola elementare, un centro di alfabetizzazione, un centro professionale che propone varie opportunità per la formazione (rispettivamente della durata di 6 mesi e di 3 anni), un istituto tecnico, una parrocchia, un oratorio e il pensionato per bambini a rischio. Non abbiamo nessuna entrata certa per coprire le spese del personale, il funzionamento dei laboratori, la parrocchia e il vitto, l'assistenza medica dei bambini e della Comunità. Ogni giorno dobbiamo cercare aiuti, individuare lavori e svolgerli per guadagnare qualcosa. Nello stesso tempo dobbiamo seguire l'amministrazione, perché i servizi dello Stato escogitano imposte e multe ogni settimana. In particolare, dobbiamo occuparci della comunità, dei bambini del pensionato Don Bosco e del personale.
Come sono i giovani della realtà in cui vive?
I giovani che frequentano i nostri centri sono meravigliosi, aperti e sinceri. Dicono quello che pensano. Sono sensibili alla Chiesa e volenterosi. La maggior parte delle attività è organizzata e svolta con un gruppo di giovani, anche il servizio a favore dei bambini di strada funziona grazie alla collaborazione in tutto da parte degli stessi bambini e giovani. Tra le grandi sfide che molti devono superare ci sono il peso delle tradizioni degli adulti, che limita la libertà e ostacola la verità, l'interesse per i soldi facili, la mentalità creata dallo sfruttamento e dal commercio di diamanti. Un'altra grande sfida è costituita dalla solidarietà e dall'impegno per la giustizia e la capacità di creare altre fonti di lavoro.
Non ha mai paura?
No. La missione che compiamo, soprattutto quello che facciamo per salvare le vittime della tratta e i bambini accusati di stregoneria, ci espone al rischio ogni giorno, ma non ho paura, perché credo che nella lotta per i diritti dei più deboli non si debba esitare a rischiare anche la vita.