I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

CHE COSA PENSANO I GIOVANI

CLAUDIA GUALTIERI

“Vado bene così come sono?”

Questa, la fatidica domanda cui i giovani cercano di rispondere ogni giorno per costruire una loro identità che sia al contempo in linea con i rigidi schemi sociali ma anche, e soprattutto, con il loro spirito interiore. Qual è l'esperienza dei nostri giovani?

Andrea, 20 anni:
Vivo ogni giorno con l'obiettivo di essere sempre all'altezza delle sfide che mi si pongono davanti.

Devo ammettere che mi pongo spesso questa domanda perché sono sempre convinto di non andare bene così come sono. Cerco sempre di migliorarmi, sia per me stesso sia per gli altri ma soprattutto lo faccio in virtù dei valori che mi sono stati trasmessi. Vivo ogni giorno con l'obiettivo di essere sempre all'altezza delle sfide che mi si pongono davanti e soprattutto essere punto di riferimento per chi ne ha bisogno. Molte volte è successo che fossero gli altri a farmi sentire inadeguato e ciò mi ha provocato un conseguente senso di smarrimento e confusione. Sono arrivato a pensare che la vita non facesse per me o, al contrario, che io non facessi per lei. Ma proprio da questo sono riuscito a trarre la mia forza per andare avanti, per ripartire ed edificare me stesso, giorno dopo giorno. Infatti, penso sia giusto chiedersi se si è adeguati ad affrontare questa vita così come si è fatti, in modo da prendere atto di eventuali carenze e quindi colmarle senza sentirsi delle nullità o sminuendosi in altro modo. Sono convinto che in ognuno di noi ci sia il tocco divino, bisogna solo accorgersene.

“E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, e i flutti vasti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l'immensità dell'oceano, il corso degli astri, e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi”
(sant'Agostino)

Bernadette, 20 anni:
La società impone degli stereotipi caratteriali, emotivi, fisici, impone delle strutture comuni.

Quando mi è stata posta la domanda “Vado bene così come sono?”, non mi sono spaventata, perché è una domanda che mi pongo ogni giorno, più volte al giorno, e ancor di più è stata presente nella mia fase adolescenziale. Il motivo principale che mi ha spinta e che mi spinge tuttora a pormi questa domanda, è la società. La società impone degli stereotipi caratteriali, emotivi, fisici, impone delle strutture comuni, ed è normale che nel momento in cui non ti identifichi in nessuna congettura, ti venga spontaneamente da porti questa domanda. Non so se ad oggi vado bene così come sono, sicuramente avverrà un'ulteriore evoluzione, un'ulteriore processo naturale in me, però posso dire che ad oggi, mi verrebbe da dire, come disse il poeta americano Walt Whitman: “Sono quel che sono, e questo è sufficiente”. Nulla di più, nulla di meno. Vorrei essere migliore con me stessa, ma ciò penso faccia parte dell'evoluzione personale che ancora deve avvenire e che solo il tempo può esserne complice.
Decisamente, ci sono state persone in passato che mi hanno fatta sentire inadeguata, anche involontariamente, ma credo comunque che stia all'intelligenza di ognuno di noi dosare le parole che ci vengono dette. Penso sia giusto porsi queste domande perché viviamo in una società, siamo animali sociali e quindi non siamo al mondo per stare da rinchiusi nella nostra solitudine, ma per avere continui ed infiniti rapporti con i nostri simili. Ritengo quindi che bisogna sviluppare una maturità adatta a sopportare il confronto con questa società che, almeno a me, non appartiene.

Alessandra, 26 anni:
Mai mettersi in discussione per colpa del giudizio altrui, mai cercare di essere come gli altri vorrebbero.

Non mi sono mai posta questa domanda e credo che il motivo per il quale non l'ho mai fatto, sia il mio pensiero sulle persone. Sono convinta che tutte le persone, nel bene e nel male, con pregi e debolezze, siano uniche così come sono. Mi è capitato a volte di incontrare qualcuno che ha tentato di farmi sentire sbagliata o non all'altezza di una qualche situazione, ma è stato un tentativo vano, io so chi sono e nonostante abbia una marea di difetti, non vorrei mai essere diversa.
Porsi questa domanda vuol dire un po' mettere in discussione se stessi, la vita che conduciamo, la strada che vogliamo percorrere. Forse è giusto porsi qualche domanda di tanto in tanto, ma solo se siamo noi a deciderlo. Mai mettersi in discussione per colpa del giudizio altrui, mai cercare di essere come gli altri vorrebbero. Essere se stessi e accettarsi per ciò che si è, è la più grande vittoria.

OCCHI AZZURRI
Emy era una bella bimba di tre anni. Amava la sua famiglia e ammirava gli occhi azzurri di suo padre, di sua madre e dei fratelli. Tutti in casa di Emy avevano occhi azzurri. Tutti, meno Emy!
Il sogno di Emy era aver occhi azzurri come il mare, lo desiderava più di ogni altra cosa.
Ogni sera, pregava: «Per favore, quando domattina mi sveglierò, voglio avere gli occhi azzurri come quelli di mamma. Nel nome di Gesù, amen».
Ma i suoi occhi erano castano scuro come sempre. Anni dopo, Emy andò come missionaria volontaria in India. Il suo compito era “comperare bambini per Dio”. Erano i bambini che le famiglie più povere vendevano ai mercanti di “pezzi di ricambio” per i trapianti. Però, per entrare nei “giri” del traffico, senza essere riconosciuta come straniera, doveva travestirsi da indiana. Passava polvere di caffè sulla pelle, tingeva i capelli, si vestiva con il sari ed entrava liberamente nei luoghi di vendita dei bambini. Poteva camminare tranquilla per tutto il “mercato infantile”, poiché sembrava in tutto e per tutto un'indiana.
Un giorno, un'amica missionaria la guardò travestita e disse: «Oh, Emy! Hai mai pensato a come avresti fatto a travestirti se avessi avuto gli occhi chiari come tutti quelli della tua famiglia? Siamo proprio al servizio di un Dio intelligente. Ti ha dato occhi molto scuri, perché sapeva che sarebbe stato essenziale per la missione che ti avrebbe affidato nella vita».

Noi e Dio. Che formidabile società! Non c'è niente che, insieme, non possiamo fare.