I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

I NOSTRI EROI

TERESIO BOSCO

La gente lo chiamava «o padre santo»

Don Rodolfo Komorek
(11 agosto 1890-11 dicembre 1949)

Passando di centro in centro alle volte restava senza cibo. Una volta, a scuola, un'alunna fece la sua colazione molto povera: alcune patate. Lasciò le bucce sopra la cartella.
Poi, per caso, vide padre Rodolfo raccogliere quel resto di cibo e alimentarsi con quello.

Lavrinhas è una piccola città dello stato di Sào Paulo, in Brasile. Nel 1939 ospita una casa per aspiranti salesiani e lo studentato per giovani salesiani studenti di filosofia. È direttore don Ladislao Paz, che diventerà vescovo di Corumbà. Un giorno don Paz sta accompagnando alla stazione ferroviaria un salesiano che ha predicato il ritiro agli aspiranti. Ed ecco che, davanti a lui, scorge una veste nera di prete sormontata da uno strano oggetto lucente. Accelera il passo. È lui stesso a raccontare: «Quale non fu la mia sorpresa quando vidi padre Rodolfo con in testa uno scatolone di latta colmo d'acqua. Quegli scatoloni di latta servivano ai poveri come secchi. Accanto a padre Rodolfo infatti camminava una donna povera, giovane, che era venuta chissà da quale baracca ad attingere acqua. Padre Rodolfo, per sollevarla da quel grave peso, l'aveva preso in testa lui. Feci finta di niente, ma tornando lo chiamai: “Padre Rodolfo, questo non si fa. Lei non conosce quella signora, non sa chi è. Chissà cosa avrà pensato la gente passandole accanto. Non faccia più così”. Subito egli rispose: “Molte grazie, direttore, molte grazie. Non lo farò più”».
Non portò più il povero secchio di donne sconosciute, ma il direttore (che si confessava ogni settimana da lui) si affretta ad aggiungere: «C'erano muratori nella nostra casa, anche ragazzotti, che portando mattoni e spingendo carriole si stancavano molto. E lui, quando passava lì vicino, andava a strappare dalle loro mani la carriola, il mucchio di mattoni, la secchia di calce, e li portava lui».

I ricordi di Wanda
Rodolfo Komorek era nato nel 1890 a Bielsko, nella Slesia polacca (che allora era austriaca). Fu il terzo dei sette figli di Giovanni e Agnese Goch, due coniugi veramente cristiani. Papà faceva il fabbro e lavorava duramente per mantenere la famiglia. Mamma Agnese era l'ostetrica del paese, e lavorava anche come sarta. La sua giornata si apriva sempre con la Messa.
A 19 anni (mentre il fratello Roberto si avvia a diventare ingegnere, la sorella Wanda professoressa, Giovanni musicista), Rodolfo entra nel seminario arcivescovile di Weidenau. In tutta la sua vita, Rodolfo non avrà mai un momento di incertezza, di sbandamento. Lo riconoscono tutti: «Sembrava nato per fare il sacerdote». La sorella Wanda scrive: «In famiglia era quello che metteva pace tra di noi, quando come in ogni famiglia si litigava un po'. A scuola aveva ottimi voti. In seminario, per la sua bontà, tutti gli volevano bene, lo amavano molto, e fin da allora lo chiamavano un san Luigi».
22 luglio 1913. Dal cardinale Kopp, Rodolfo Komorek è ordinato sacerdote. Ha 23 anni. E sull'orizzonte del mondo sta per affacciarsi la tragica «prima guerra mondiale».
Attorno a Bielsko ci sono piccoli agglomerati urbani: Strumien, Zagrzeb... Per dodici mesi don Rodolfo è prete tra quella mite gente contadina. Ma il 28 luglio 1914 le truppe austriache invadono la Serbia, e quattro giorni dopo la Germania è in guerra contro la Russia e la Francia. Don Rodolfo vede partire vestiti da soldato i suoi giovani contadini, e chiede di seguirli come prete.

In prima linea
È cappellano negli ospedali militari di Cracovia. Qui vede rovesciarsi la marea dei feriti delle battaglie di Tannenberg, dei laghi Masuri, di Leopoli, i dilaniati dalle granate nella fortezza austriaca di Przemysl. Il fratello Roberto scrive: «L'ho visitato una volta all'ospedale di Cracovia durante una mia licenza dal fronte. I malati lo amavano molto. Stava sempre in mezzo a loro, cercando di alleggerire le loro sofferenze».
Ma negli ospedali gli sembra di essere un imboscato, e chiede di essere mandato come cappellano in prima linea. Raggiunge le truppe del Tirolo. Gli verrà assegnata la medaglia al valore della Croce Rossa. Nella motivazione si legge: «Raro esempio di sacerdote che si consuma in maniera ideale per gli impegni della propria vocazione».
È mentre vede morire accanto a sé tanti giovani, che nel suo cuore matura il desiderio di consacrarsi maggiormente al Signore e ai suoi fratelli: andrà nelle missioni, dove tanti polacchi sopravvissuti alla guerra emigreranno per trovare una vita meno stentata, tra pericoli fisici e spirituali. Entrerà tra i Salesiani, che hanno missioni in tutto il mondo.
Alla fine del 1919 don Rodolfo è nominato parroco a Frystak. Di lì, egli scrive al cardinale Bertran chiedendo il permesso di entrare tra i Salesiani. La risposta è umile e grave: «II Cardinale le concede il permesso con sincero dolore nel cuore. La supplica tuttavia che resti nella diocesi, in vista della grande mancanza di sacerdoti».

“La sua porta era sempre aperta, e tutto quel che aveva era per darlo agli altri. Ogni volta che un povero bussava alla sua porta, riceveva da padre Rodolfo quel che egli aveva in mano”

Rimase fino al 1922, lavorando e facendo penitenza per i suoi parrocchiani. «Dormiva sulla dura panca, coperto da una semplice coperta. Portando un giorno l'Eucarestia a un malato, notò che era tanto povero che non aveva di che coprirsi. Tornò a casa, prese la sua unica coperta e la portò a quel malato. Egli si copriva anche di notte con il cappotto. Camminando per strada era sempre molto modesto. Tutti i passanti, cattolici o no, e persino gli ebrei, lo salutavano, dicendo che era un uomo santo. Il suo confessionale era sempre molto affollato. Era sempre molto affabile con la gente. Amava molto i bambini».
18 gennaio 1922. È la giornata più dolorosa per don Rodolfo. Muore la sua carissima mamma Agnese. Ora non ha più nulla che lo trattenga. In ottobre don Komorek, 32 anni, da 9 sacerdote, inizia il noviziato salesiano e presenta la domanda di partire per le missioni. In uno dei primi giorni, il maestro dei novizi si sente domandare da lui il permesso di dormire sul pavimento: «Da sei anni lo faccio, e ci sono ormai abituato».
Dal Brasile è giunta la richiesta di avere alcuni sacerdoti che si prendano cura degli emigrati polacchi, e la domanda di don Rodolfo è accettata. Scende a Torino, dove riceve il Crocifisso dei missionari partenti dalle mani del beato don Rinaldi.

Tra gli emigrati polacchi
27 novembre 1924. Padre Rodolfo giunge a Rio de Janeiro, ed è inviato a lavorare nelle scuole e nella cappella della comunità polacca a San Feliciano, una colonia del Rio Grande do Sul. «Per i coloni fu un angelo consolatore. Preparava alla prima Comunione i bambini di una decina di scuole che avevamo aperto nei diversi centri della colonia. Diverse volte la settimana viaggiava a cavallo per assistere i malati nei centri, portando loro il Viatico. Nelle case dei malati trovava molta gente riunita, e ne approfittava per parlare di Gesù. Nel pomeriggio riuniva la gente vicino alla chiesa per la predica e la recita del rosario. Faceva molte penitenze. Passando di centro in centro alle volte restava senza cibo. Una volta, a scuola, un'alunna fece la sua colazione molto povera: alcune patate. Lasciò le bucce sopra la cartella. Poi, per caso, vide padre Rodolfo raccogliere quel resto di cibo e alimentarsi con quello».
È in questi anni che i cristiani tra cui lavora con la solita, assoluta dedizione, cominciano a chiamarlo «o padre santo». Quando le persone semplici lo chiamano così, diventa molto serio e risponde: «Io sono padre Rodolfo, grande peccatore».
Giugno 1936. Padre Rodolfo ha 46 anni, e la sua salute, sottoposta a strapazzi considerevoli da quando è prete (cioè da 23 anni) comincia a scarseggiare. È venuto a mancare il confessore allo studentato per giovani salesiani studenti a Lavrinhas. L'ispettore pensa di mandarvi padre Rodolfo: nessuno più di lui può educare a una vita sacrificata e santa quei giovanissimi salesiani.
Padre Rodolfo saluta i suoi cari emigrati e, senza una parola di lamento, fa l'obbedienza. L'ispettore scrive al direttore don Ladislao Paz: «Ho la convinzione di mandarvi un santo». Don Ladislao si accorge presto che non si tratta di un'esagerazione. Scrive: «Prima e dopo le confessioni pregava a lungo. Il suo confessionale era sempre circondato da molte persone che lo cercavano per poter ricevere l'assoluzione e i consigli appropriati che dava, brevi, incisivi e pratici. Io mi confessavo da lui ogni settimana. Durante la notte, come direttore, ero obbligato a fare un giro per la casa. Mi accorgevo molte volte che nella cappella c'era una luce accesa. Avvicinandomi, vedevo padre Rodolfo disteso per terra con le braccia aperte in croce. Pregava lì».
Non era solo confessore. Gli diedero 28 ore di insegnamento alla settimana.
Quando si presentava qualcuno a cercare un prete per assistere un malato - ricorda don Paz - egli era il primo ad offrirsi. Correva in sacrestia a prendere il Santissimo nella teca, prendeva il cavallo per le redini e andava. Lungo il viaggio recitava il rosario. A volte doveva raggiungere capanne lontane, su colline alte e senza strade. Ma lui andava, piovesse o facesse sole, sgranando quel suo rosario nero, già molto usato e sciupato, che non volle mai cambiare con un altro».
Gennaio 1941. La salute di padre Rodolfo è seriamente compromessa. Una tosse ostinata lo logora giorno e notte. È inviato alla residenza salesiana di
S. José do Campos, casa di salute.
Una visita accurata dello specialista toglie ogni dubbio: i suoi polmoni sono colpiti gravemente dalla tubercolosi. Non può più tornare a Lavrinhas. Deve fermarsi a S. José perché solo una cura radicale può allungargli la vita.

Alle soglie del cielo
Nel dicembre 1942 arriva in quella stessa casa di salute un giovane sacerdote che diventerà vescovo, don Giovanni Marchesi. Ricorda padre Rodolfo così: «Lo incontrai e fui molto lieto di vivere accanto a un santo. Pur malato, lavorava l'intero giorno al ministero sacerdotale. La Santa Casa (ritiro dei vecchi) di cui era il cappellano, e il sanatorio “Vicentina Aranha” erano il campo del suo apostolato. Quanti tubercolotici assistette! Alcuni, prima indifferenti, finivano per ricevere i sacramenti dal “padre santo”, come lo chiamavano. Impressionava la sua povertà. Dormiva su tre tavole di legno, con una coperta vecchissima e alcuni soprabiti logori per coprirsi. La sua umiltà era immensa: sempre l'ultimo di tutti».
Suor Maria Faleiros, che gli fu accanto nelle ultime ore, ha testimoniato: «Voleva che le sue medicine, ormai inutili diceva, le dessimo ai poveri che non riuscivano a procurarsele. Non ebbe mai un attimo di impazienza. Nelle ultime ore mi disse preoccupato: “Suora, è duro morire. Non sapevo che fosse così”. Alla vigilia della morte chiese al suo superiore i sacramenti in forma privata, senza disturbare nessuno. Dopo l'Unzione degli Infermi era sereno, calmo. Parlò un poco a bassa voce, poi chiese che lo lasciassimo pregare. Morì sette o otto ore dopo, l'11 dicembre 1949».
La Chiesa ha riconosciuto le sue eroiche virtù cristiane, e l'ha dichiarato «venerabile» nel 1995.