I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LE COSE DI DON BOSCO

B.F.

Il violino e il fucile

Due rottami siamo, miserabili e polverosi avanzi di due oggetti nobili, onorati e fieri. Io sono un ottimo fucile da caccia e questo accanto a me è l'archetto di un eccellente violino. Siamo nella cantina di questa cascina da almeno centottant'anni, se ho contato esattamente le bottiglie di spumante di ogni Capodanno.
Il nostro “padrone” era un giovane vulcanico. Si chiamava Giovanni Bosco ed era un seminarista che passava qui con la madre le vacanze estive. Il sabato e la domenica radunava i ragazzi della borgata, faceva catechismo, insegnava a leggere e a scrivere. Era simpatico e tutti amavano la sua compagnia. Sapeva suonare con maestria il violino e, un anno, lo zio Matteo lo invitò a suonare in chiesa per la festa di san Bartolomeo.
In chiesa, le cose andarono molto bene. La musica e la solenne liturgia lasciarono la gente estasiata. Subito dopo pranzo, cominciarono i guai. Tutti i commensali invitarono Giovanni a suonare qualche bel pezzo al violino. Il giovane non seppe dire di no e incominciò un'allegra serenata. Dopo qualche minuto si sentono un bisbigliare e uno scalpiccio ritmico. Giovanni si affacciò alla finestra e vide nel cortile una folla di persone che a coppie, teneramente allacciati, ballavano spensieratamente. Il giovane seminarista arrossì e si rivolse confuso agli astanti: «Ma come? Io predico contro i balli pubblici, e voi me ne fate organizzare uno nel vostro cortile? Non capiterà mai più!».
Il povero archetto qui accanto, mille volte mi ha raccontato fra le lacrime che, arrivato a casa, Giovanni frantumò in mille pezzi il suo violino. E non lo suonò mai più. Devo dire che era uno che manteneva sempre quello che prometteva.
Lo posso ben dire io. Giovanni era bravo in tutto, ma era un asso nella caccia. Aveva un fiuto per le prede come pochi. E una mira che vi dico... Uscì un mattino all'alba con me a tracolla. Vide sfrecciare una grossa lepre. Partì all'inseguimento. Di campo in campo, di vigna in vigna, attraversò le valli e si arrampicò sulle colline. Per ore. La lepre era veloce e resistente. Giovanni di più. Cinque chilometri di corsa senza sosta. Finalmente la lepre fu alla mia portata, e io feci il mio dovere. La povera bestiola cadde nell'erba umida di rugiada.
Ma il buon Giovanni non esultò. Mi accorsi che era triste e aveva le lacrime agli occhi. Gli amici che lo avevano seguito con il fiatone si congratularono. Ma Giovanni era mortificato, chiese perdono agli amici per il brutto spettacolo che aveva dato e tornò immediatamente a casa.
Lo sentii promettere al Signore di non andare mai più a caccia. Di fatto non uscii più da questo angolo buio. E nella canna è arrugginita l'ultima cartuccia.

La storia
Giovanni Bosco descrive nelle Memorie dell'Oratorio alcuni episodi che gli occorsero durante le vacanze estive del 1838 che trascorse nella fattoria del Sussambrino, dove suo fratello Giuseppe lavorò come mezzadro sino al 1839. Essendo le vacanze “un grande pericolo pei chierici”, egli si tenne impegnato con il lavoro agricolo e altri passatempi, come lettura, scrittura, falegnameria, sartoria, calzoleria e lavoro del ferro.