I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

I NOSTRI EROI

PETER KUBINYI
Traduzione di Marisa Patarino

Un sorriso nell'impero del ghiaccio

«Avevo un fratello maggiore che morì a sette mesi, due anni prima che io nascessi. I miei genitori pensarono che, se avessero avuto un altro figlio, sarebbe diventato sacerdote. Lo seppi solo sei mesi dopo la mia ordinazione sacerdotale. All'epoca avevo già 35 anni» racconta don Jozef Toth, missionario salesiano in uno dei più remoti e inospitali angoli del mondo.

Siberia, al centro della Repubblica di Sacha, nella zona corrispondente all'ex Yakutia. Mosca dista 7000 chilometri, Magadan circa 1000. Al di là di questa terra si trova il mare di Ochotsk. Ad alcune migliaia di chilometri di distanza c'è l'Atlantico settentrionale. Nel mezzo si trova solo la taiga, che procedendo verso il nord sfuma nella tundra. La città di Aldan è immersa in questo paesaggio. Di notte il cielo è disseminato di stelle, la neve crepita sotto le scarpe. Intorno c'è un silenzio sconfinato.
Qui vive don Jozef Toth. Vive per gli altri, per aiutare gli altri. Non si aspetta un compenso, un riconoscimento. Vive così perché crede che sia giusto.
Con il suo cappello di pelliccia tipicamente russo e la giacca a vento, e con il particolare senso dell'umorismo che lo contraddistingue, somiglia più a una varietà siberiana delle suore dei film con Louis de Funès che a un ex tecnico della sicurezza ferroviaria di Bratislava. Nel 1976 Jozef si è laureato presso l'Università dei Trasporti di Zilina, in Slovacchia, e ha cominciato a svolgere il suo primo lavoro. Nel 1979 decise di diventare sacerdote salesiano, ma ufficialmente questo non era possibile. Nel 1981 fu incaricato di svolgere un incarico tecnico-ispettivo presso l'azienda Elektrovod di Senec, una città della Slovacchia e vide in questo avvenimento un progetto di Dio. In questa città si trovava infatti una struttura che, in segreto, curava la formazione di alcuni candidati al sacerdozio. Cinque o sei altri aspiranti sacerdoti seguirono il suo stesso percorso. Sostenevano gli esami seduti su una panchina in un parco. Neppure sua madre sapeva che Jozef sarebbe diventato sacerdote.
Nel 1988 Jozef Toth fu ordinato sacerdote in segreto. «Un sogno di mia madre diventava realtà», ricorda don Jozef. «Avevo un fratello maggiore che morì a sette mesi, due anni prima che io nascessi. I miei genitori pensarono che, se avessero avuto un altro figlio, sarebbe diventato sacerdote. Non hanno però deciso per me; mi hanno permesso di scegliere liberamente e solo sei mesi dopo la mia ordinazione sacerdotale sono venuto a conoscenza di quel loro desiderio espresso prima ancora che io nascessi. All'epoca avevo già 35 anni». Don Jozef lavorò ancora per un anno nel settore dell'energia, poi i regimi dell'Est europeo crollarono e la Russia aprì le porte alle missioni cristiane. Nel 1991 don Jozef arrivò ad Aldan per la prima volta. Un anno dopo si impegnò a svolgere qui la sua opera missionaria per un periodo indeterminato. Vi rimase per sette anni.
«Come mai sei missionario?» gli chiediamo. «Già nella formazione iniziale come Salesiano, grazie a don Sutka, un missionario slovacco in Ecuador, sentii una forte attrazione per la proclamazione del Vangelo ad altre nazioni. Questa vocazione si è rinforzata attraverso i film missionari e le lettere dall'Africa da parte di don Pravda. È stato un desiderio crescente di condividere la fede con altri popoli e culture».
«E perché in Siberia?». «Nel 1991 don Pravda fece una visita di esplorazione missionaria in Yakutia; io ne ero entusiasta e l'Ispettore di allora, don Kaiser, mi chiese di accompagnarlo in tale viaggio in Russia, da settembre a novembre. Mentre eravamo a Novosibirsk, ci fu detto che ad Aldan c'era bisogno di insegnare religione nelle scuole pubbliche e nei villaggi. A quel tempo non c'erano nemmeno i missionari ortodossi. Aldan è una piccola città di 16.000 abitanti, ma tutti furono aperti e disponibili con noi. Dopo tutte le opportune valutazioni, il Rettor Maggiore, don Egidio Viganò diede l'assenso».
«I momenti più belli vissuti in Yakutia?». «Dopo la messa organizziamo un momento di dialogo amichevole con i nostri parrocchiani e parliamo liberamente del nostro lavoro missionario. Negli anni '90 l'effetto fu incredibile. Due donne cattoliche ci dissero una volta: “Senza la fede, la fede cattolica, la nostra vita sarebbe diversa. Abbiamo un senso della vita, una visione diversa della vita, un rapporto familiare con i nostri vicini. Il vostro 'stare insieme a noi' nella nostra stessa vita, dura, con le condizioni meteorologiche della Siberia, è un segno importante”. Apprezzavano il significato della nostra vita missionaria».
«E i momenti più duri?». «Ne abbiamo fronteggiati molti, come quando nel 1998 un'animatrice di 13 anni morì all'oratorio a causa di un intervento medico tardivo. Nella nostra vita quotidiana, invece, non sperimento grosse difficoltà, accetto l'ambiente così com'è. Certo, anche il confronto pastorale tra i primi dieci anni (1992-2001) e una certa stagnazione nel periodo successivo al 2002, è arduo. Ma dal 2011 la situazione sta migliorando e ora siamo sulla buona strada».
Come marionette
Forse il suo lavoro principale non era quello di tecnico. Gli è stato affidato un incarico più ampio da svolgere sulla terra: essere un “uomo buono”. E don Jozef lo adempie in tanti ambienti.
Nel dispensario psico-neurologico del villaggio di Lebedenyj c'erano 120 posti letto, ora ridotti a 45: 20 per alcolisti, gli altri per tossicodipendenti. Il trattamento dura 20 giorni; i pazienti non possono essere ricoverati per tempi più lunghi. Ovviamente, questo intervallo di tempo è troppo breve e per la regione in cui si trova Aldan la struttura è insufficiente. Negli ultimi cinque anni il numero di abitanti si è notevolmente ridotto, ma da tre anni a questa parte l'alcolismo qui costituisce un problema più grave rispetto a quanto accada nel resto della Federazione Russa. La situazione è problematica soprattutto d'inverno. Le giornate sono in gran parte buie e deprimenti. Tanti stanno a casa e bevono. Nei mesi estivi i bambini provenienti da famiglie a rischio vengono accolti in un ambiente diverso. Questo aspetto richiede grande attenzione. È importante che i bambini comprendano che esiste uno stile di vita differente rispetto a quello che vedono a casa. Gli abitanti di questa regione corrono ancora più rischi relativamente al problema dell'alcolismo. Bevono come i russi, ma il loro patrimonio genetico è diverso. Nei corridoi di questa struttura ospedaliera sembra dunque di vedere marionette che vagano reggendosi a malapena. Qualcuno li disprezza. E don Jozef? Più di una volta è stato visto accanto a un uomo che era tornato a casa ubriaco, magari dopo essere caduto nella neve e lasciando temere di aver subito un principio di congelamento alle mani. Chissà se potrà di nuovo muovere le dita? Don Jozef massaggia le mani e ascolta in silenzio. Non esprime rimproveri, non chiede all'uomo perché beva. Sa che ogni alcolista riesce a trovare mille scuse. L'uomo che ha di fronte crede in lui. È evidente. Forse è insolito addirittura il semplice fatto che qualcuno lo ascolti. Qualcuno sempre pronto a prestare ascolto alla sofferenza umana. Don Jozef ha ricevuto il dono di riuscirci e lo condivide con generosità. Diventare missionario solo seguendo la ragione sarebbe difficile.
Qual è l'atteggiamento degli abitanti di questa regione nei confronti del cristianesimo? Prima del regime comunista, la Chiesa numericamente più presente era quella ortodossa. Dopo 70 anni di regime, che vietava la professione di qualunque religione, tanti si sono posti domande di questo tenore: «Il comunismo non esiste più, io non credo in Dio, perché sono qui?».
Bambini e anziani
Subito dopo la fine del regime, oltre cento denominazioni religiose, compresa la Chiesa cattolica, hanno chiesto di essere registrate. In epoca zarista a Vladivostok c'era un episcopato cattolico e Irkutsk ospitava una grande chiesa cattolica, oggi utilizzata come sala da concerto. A Blagoveshchensk una chiesa cattolica è stata utilizzata dai fedeli ortodossi.
Nella parte più orientale dell'allora Unione Sovietica e in Siberia erano arrivati milioni di prigionieri e nella sola zona di Aldan vivono persone di 116 nazionalità diverse, tra cui vari Slovacchi. I Salesiani della missione locale cercano di proporre una scelta ai cattolici.
Peter Bicak, uno dei Salesiani di don Bosco che vivono ad Aldan, è in Russia dal 2000. Ha illustrato alcune situazioni con cui la Comunità deve confrontarsi. «Quando sono arrivato, pensavo di avere una buona conoscenza di questo paese, ma ho scoperto che non era così. Persino il russo che ho imparato a scuola sembrava diverso dalla lingua che si parla qui. Ho anche cambiato l'opinione che avevo sull'aiuto umanitario. Se ci limitiamo a offrire qualcosa a qualcuno non lo aiutiamo: eliminiamo soltanto un problema. Un esempio? Vari nonni avevano in custodia i nipoti, ma bevevano. Li abbiamo aiutati offrendo loro generi alimentari e abiti. Più li sostenevamo in questo modo, più denaro avevano a disposizione per gli alcolici. È meglio pagare i pasti dei bambini alla mensa scolastica. È anche utile aiutare chi è disponibile a impegnarsi per migliorare la propria situazione, com'è accaduto nel caso di alcune persone diversamente abili del piccolo villaggio di Chatystyr. Volevano aprire un laboratorio per cominciare a realizzare abiti. Avevano bisogno di denaro per avviare questa attività. Abbiamo acquistato tessuti per loro e ci hanno promesso che ci restituiranno il denaro che abbiamo speso. I russi hanno sofferto molto al tempo del regime comunista, che li ha segnati, ma hanno buon cuore».
Nella missione di Aldan, i Salesiani accolgono i bambini che dopo la scuola non avrebbero un posto in cui incontrarsi. Si riuniscono nell'oratorio, un grande ambiente in cui i Salesiani prestano la loro opera educativa. Qui i bambini possono giocare a tennis da tavolo e, insieme ai sacerdoti e ai volontari Viktor Baltes e Anton Hronec, cantano, parlano...
«Sono utili i volontari?» «I nostri volontari sono apprezzati per il loro impegno pratico e soprattutto come animatori d'oratorio. Spendono molto tempo con bambini e giovani e sono molto efficaci nella nostra missione, attraverso la musica, l'aiuto quotidiano, i lavori nei gruppi e la catechesi in russo».
I missionari sono amati anche dagli anziani. Danuta Voronina dopo quasi 60 anni è tornata alla Chiesa Cattolica. Le sue gambe però non presentano la stessa efficienza di allora. È troppo debole per andare a Messa ogni giorno, come vorrebbe. Don Jozef si reca a casa sua. Porta in una piccola borsa di plastica un calice e i paramenti sacri. Dopo la comunione, Danuta dispone sul tavolo, che era appena servito da altare, tè caldo, biscotti e marmellata di frutti siberiani. I suoi parenti vivono in Lituania, a migliaia di chilometri di distanza. Ha solo don Jozef. Gli ha parlato molto della sua vita, probabilmente più di quanto avesse fatto con sua madre. Gli confida le difficoltà della solitudine, dei suoi sogni infranti, della sofferenza umana.
E don Jozef la aiuta a portare la sua croce.