I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

GIAMPIETRO PETTENON - info@missionidonbosco.org - www.missionidonbosco.org

Siria

I Salesiani sono rimasti in Siria, in mezzo ai colpi di mortaio, ai cecchini e ai bombardamenti.
E per tantissima gente, sono stati delle rocce sicure su cui mettere i piedi per continuare a camminare ogni giorno.

Per arrivare in Siria siamo costretti ad un valico via terra, lo spazio aereo è interdetto. Quindi arriviamo a Beirut, in Libano, dove ci vengono a prelevare i salesiani di Damasco e ci portano a casa loro. Appena usciti dall'aeroporto di Beirut vedo ragazzini che vendono bottigliette d'acqua agli incroci, sono poveri e sporchi, mi sembrano zingarelli. Don Munir, il direttore di Damasco che guida il pulmino, mi dice che sono siriani, figli di gente fuggita dalla guerra e riparata in Libano. Lo dice con sofferenza, e subito anch'io mi sento a disagio, perché percepisco la condizione di povertà forzata e profonda miseria nella quale si trovano a vivere, chissà per quanto tempo.
Ora sono alcuni mesi che c'è una relativa calma e la vita torna a scorrere in una parvenza di normalità. I posti di blocco, check point, dell'esercito sono ovunque. Ogni pochi chilometri ne troviamo uno.
Arrivati a casa, dopo una cena di benvenuto, ce ne andiamo a dormire. Sentiamo dei botti. Sono colpi di fucile o di mortaio. Li sento anche all'alba, appena mi sveglio per la luce che entra dalla finestra. Mio Dio, sono in un paese in cui c'è gente che spara, e gente che muore. Orrendo.

Dove hanno trovato la forza?
La comunità salesiana di Damasco è composta da quattro sacerdoti di provenienza diversa: due sono siriani originari di Aleppo, uno è italiano (il più anziano) e il quarto è un missionario fresco di incarico, arrivato dalla Spagna. Sono felicissimi di accoglierci e fanno di tutto per metterci a nostro agio. Siamo fra i rarissimi ospiti che ormai fanno visita al loro paese. Per incontrare gente nuova sono loro che devono uscire dalla Siria, non altri che vadano a trovarli. Gestiscono un bellissimo oratorio frequentato da 1300 bambini, ragazzi e giovani. Tutti cristiani, di diverse confessioni e riti. Lo spazio del cortile e delle sale dove riunirli è piccolo e non ci stanno tutti. La soluzione è quella dell'oratorio aperto a giorni alterni per fasce di età. Il venerdì pomeriggio tocca ai giovani delle scuole superiori e agli universitari, il sabato mattina ai piccoli delle elementari e al pomeriggio a quelli delle medie. La cosa più curiosa è che l'oratorio noleggia sei o sette autobus che, girando per la città, nei punti prestabiliti prelevano i ragazzi in attesa e li portano all'oratorio e così poi per il ritorno a casa. È un modo sicuro per venire all'oratorio in una città in cui i mezzi pubblici praticamente non funzionano più e il rischio per le strade è davvero alto, nonostante la presenza massiccia dell'esercito.
Anche noi siamo saliti sul pulmino che, girando per la città, ne raccoglie alcuni. Salgono per primi dei giovanotti di sedici/diciassette anni. Sono tirati a lucido. Una zaffata di dopobarba da pochi soldi invade l'abitacolo. Capiamo perché sono così curati alla fermata successiva. Salgono questa volta alcune ragazze della medesima età. Sembrano andare ad una selezione di “Miss Italia”. Curatissime, truccate al punto giusto, ben vestite. Davvero carine. Nel cortile dell'oratorio incontriamo i giovani più grandi. Si parla in inglese. Sono curiosi e desiderosi di salutare, parlare, comunicare con noi. Sono belli e ben vestiti. D'altro canto come non potrebbe essere così, visto che si trovano insieme il venerdì pomeriggio per scambiare quattro chiacchiere in tranquillità, condividere un pezzetto di vita e il loro cammino di fede, e poi perché sono giovani e si guardano, si conoscono, si corteggiano.

Questi uomini di Dio e figli di don Bosco hanno saputo assorbire il dolore, la morte e la paura e trasformarli in speranza, amore, allegria e voglia di vivere.

Che bello vedere i giovani che nonostante il dramma del proprio paese, guardano al futuro e sognano. È giusto. Come potrebbe essere altrimenti? È il loro tempo e se lo devono prendere, nessuno glielo può strappare, nemmeno una guerra sporca e complicata come quella che altri, in altre parti del mondo, hanno interesse a mantenere chissà ancora per quanto tempo.
Abbiamo ascoltato la storia di Juliana, che a diciassette anni è diventata la donna di casa, visto che la madre e il fratello hanno trovato rifugio in Germania, mentre lei ed il papà sono ancora in Siria in attesa di ottenere il visto per il ricongiungimento familiare. Quando, raccontando le sue giornate, ci ha detto che deve far da mangiare al papà perché la mamma non c'è, è scoppiata a piangere. Lacrime di nostalgia. Ha solo diciassette anni e la mamma le manca tanto.
L'ha consolata Nour, una bella giovane di ventiquattro anni, neo cooperatrice salesiana, che due anni fa ha perso il fratello, vittima di una scheggia di bomba caduta sul negozio nel quale era andato a comprarsi il vestito da sposo, perché al suo matrimonio mancavano solo poche settimane. Anche Nour non ha saputo trattenere le lacrime al ricordo di questa morte assurda.
Quanto dolore si sta accumulando in tutte queste persone, quanto! Appena scavi un pochino e tocchi i legami familiari, lacrime abbondanti riempiono gli occhi di queste donne e uomini innocenti, che si sono visti portar via un familiare, la casa, il lavoro, tutto.
Anche don Munir ci racconta che il nonno è stato ucciso dai ribelli. Stava andando in macchina con la nonna, quando hanno cominciato a sparare all'auto. Erano vicino ad un posto di blocco dell'esercito regolare ed hanno cercato di raggiungerlo di corsa. La nonna ce l'ha fatta. Ma al nonno sono arrivate due pallottole nella schiena ed è stramazzato al suolo. Morto. Lo strazio è stato di non poterlo prendere subito dopo, perché i cecchini dell'ISIS per giorni hanno impedito di avvicinarsi al defunto.
Dove trovano la forza per andare avanti, tutte queste persone? La risposta semplice e disarmante, per noi abituati a tante riflessioni e razionalizzazioni, viene dalla bocca sia dei salesiani sia dei giovani che intervistiamo. La fede li aiuta ad andare avanti e a sperare in un futuro di pace. Quando si salutano e quando commentano un fatto, sulla loro bocca esce con frequenza una esclamazione di riconoscenza e di fede: grazie a Dio siamo vivi, grazie a Dio ora non sparano più molto, grazie a Dio il viaggio è andato bene.
Grazie a Dio, dico io, ci sono queste persone che portano la loro croce con fede e speranza, dando una testimonianza formidabile di ciò che sono i cristiani veri.

Gli straordinari abitanti di Aleppo
Andiamo avanti finché non arriviamo alle porte di Aleppo e la situazione comincia a cambiare perché vediamo edifici distrutti, ma anche contadini che lavorano la campagna. Ritornano le bancarelle di frutta e i venditori ai lati della strada. Tiriamo un respiro di sollievo che però si spegne in gola quando vediamo i quartieri ad est della città. Sono palazzi, anzi erano palazzi, perché quel che resta è solo la testimonianza di una brutalità e disumanità che non si può spiegare.
La casa salesiana si trova al centro di Aleppo, ma sulla parte ovest della città. L'oratorio salesiano si trova in un grande edificio in cui convivono insieme i salesiani, una scuola superiore dello stato, una tipografia privata, la parrocchia greco cattolica ed una scuola, anch'essa greco cattolica. Siamo praticamente in un “condominio” di attività diverse.
I salesiani della comunità sono quattro. Due sono appena arrivati ad Aleppo, mentre gli altri due ci hanno vissuto tutti gli anni della guerra. Può sembrare strano, ed effettivamente lo è, ma la nostra opera educativa non ha mai smesso di essere un normale oratorio aperto tutti i giorni ai ragazzi cristiani della città, anche in tempo di guerra. E la straordinarietà sta proprio in questa ordinarietà.

L'oratorio come punto di riferimento
I bambini, ragazzi e giovani che frequentano l'oratorio sono circa 900 a cui si aggiunge poi un bel gruppo di circa 60 giovani universitari. Si trovano insieme per il catechismo, lo sport (calcio e basket). Quest'ultimo è molto amato dai siriani e dal nostro oratorio di Aleppo sono usciti giovani che hanno giocato in serie A e anche nella nazionale; poi ci sono il doposcuola, l'Estate Ragazzi.
Il doposcuola è un'attività aperta durante la guerra e risponde ad un bisogno molto serio dei ragazzi. Immaginate che cosa possa significare abitare in un appartamento, dentro un palazzo senza luce o che funziona solo alcune ore al giorno, senza una regola fissa. Immaginate poi che in sottofondo si sentano scoppi di granate, bombe, spari a raffica. Riusciremmo a studiare in una situazione del genere? Come si può concentrarsi per fare i compiti per casa? Ecco allora che i salesiani ogni pomeriggio aprono le sale dell'oratorio e, aiutati da alcuni studenti universitari, creano le condizioni perché il ragazzino possa dedicare del tempo tranquillamente allo studio. Le sale dell'oratorio sono nel piano seminterrato. Potrebbe apparire una situazione poco confortevole, invece è proprio questo “effetto bunker” che dà tranquillità. I muri spessi e la collocazione logistica non permetterebbero a nessun razzo di fare del male ad alcuno. Questa è la base per stare in serenità. Poi in oratorio c'è un buon generatore di corrente elettrica che garantisce la luce per studiare. Un adulto accanto infine, che è pronto a dare il sostegno quando serve, completa questa attività educativa fondamentale in un paese in guerra.
L'oratorio e i salesiani che lo animano sono un punto di riferimento anche per tante famiglie cristiane della zona. Papà e mamme che a causa della guerra hanno perso il lavoro, o sono stati feriti da schegge di bomba, o hanno perso un figlio arruolato nell'esercito e morto negli scontri con i terroristi. Ne abbiamo sentito molti raccontare la loro storia di dolore, ma in nessuna testimonianza abbiamo colto la disperazione.
Una mamma ci ha confidato che insieme al marito hanno deciso di stare ad Aleppo allo scoppio della guerra e di non scappare all'estero. Ma la loro più grande preoccupazione era per i due figli maschi di 9 e 12 anni. Avevano il terrore che la guerra potesse farli morire e così la mamma pregava ogni mattina la Madonna quando uscivano di casa per andare a scuola: “Maria sii tu adesso la madre dei miei due figli, custodiscili, proteggili dai pericoli e restituiscimeli sani e salvi questa sera”.