I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE

STEFANO ASPETTATI

Don Josè De Grandis

Morto a Firenze, il 19 settembre 2018, a 72 anni

Josè nasce a Castelfranco Veneto (TV) il 2 giugno 1946, da papà Rino e mamma Elisa, quarto di 5 figli. Nasce in una data significativa: è infatti la data dello storico Referendum che sancisce il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica; per la prima volta anche le donne possono votare, quindi mamma Elisa fa il suo dovere, prima vota e poi partorisce. La famiglia De Grandis, famiglia contadina di fede solida e semplice “regala” 4 dei 5 figli alla vita religiosa: Riccardo (diventato salesiano sacerdote), Gilda (Figlia della Chiesa), Giovanna (Cottolenghina, che prende il nome della mamma Elisa), Josè resta poi l'ultima Anna Maria (l'unica non religiosa). Josè prende il nome da Giosafat, il nonno. Ma qualcosa nella registrazione va storta, perché tutti - lui compreso - credono che si chiami Josè, invece si chiama Iose senza “J” e senza accento. Ricordo però che a Firenze avevamo risolto il problema perché per noi era semplicemente “Dongio”.
Racconta don Gianni D'Alessandro, compagno di Riccardo, che alla loro vestizione venne anche “il piccolo Josè che aveva solo 9 anni e quando vide il fratello vestito di nero cominciò a piangere e si nascose dietro mamma Elisa. Non lo dimenticherò mai”. Ciò non impedisce a Josè due anni dopo di seguire il fratello ed entrare a sua volta in aspirantato e poi prenoviziato nel 1957 a Novi e poi a Pietrasanta. Nel 1962 comincia il noviziato a Pinerolo e nel 1963 fa la sua prima professione religiosa come salesiano. Poi la filosofia a Nave e quindi il tirocinio prima a Firenze poi a Pietrasanta e infine a Vallecrosia. L'11/11/1978 riceve l'ordinazione sacerdotale a Genova Sampierdarena. Poi due anni a studiare a Roma e nel 1987 diventa direttore e parroco a Rosignano M.mo fino al 1993. Durante quegli anni, nel 1991, Josè perde l'amato fratello don Riccardo a soli 52 anni. Poi il trasferimento a La Spezia sempre come direttore e parroco. Nel 1999 diventa parroco a Genova Sampierdarena, proprio la parrocchia dove aveva speso le ultime energie suo fratello Riccardo e quella della sua ordinazione.
Nel 2006 viene chiamato a Livorno, ma per aprire una nuova presenza salesiana a Grosseto, ricomincia da Vallecrosia come direttore e parroco fino al 2016, anno in cui torna a Firenze stavolta come parroco. Due anni molto intensi, anche perché la fatica degli anni comincia a farsi sentire. Josè continua a spendersi fino alla scoperta, poco più di un mese fa del male che lo consumerà in brevissimo tempo.
Josè aveva in camera una foto che è diventata molto famosa in questi giorni di malattia: lui e suo fratello Riccardo, in montagna, con su scritto “le due rocce”. Da domattina le loro spoglie saranno accanto nel cimitero di Genova, ma soprattutto li pensiamo adesso già insieme in cielo e insieme a don Bosco. Ma Josè era una roccia non solo per battuta, lo era davvero. Non solo per la sua forza fisica e per la sua passione per la montagna, ma proprio per la sua fede. Incrollabile. Le tante (tantissime!) testimonianze ricevute in queste ore ricordano il suo approccio spontaneo e il suo sorriso, con tutti: piccoli, giovani, gente matura, anziani, tutti hanno avvertito in lui l'amico vicino, su cui puoi contare. E questo anche le persone che lo hanno conosciuto per poco. Semplice, non ha mai messo soggezione a nessuno, perché amava tutti e amava la vita, la natura, le montagne della Val d'Aosta, come il miele di Rosignano, e le colline di Firenze. Gli piacevano la battuta, la compagnia, una cenetta tra amici...
I suoi ex-ragazzi ricordano Josè come uno che ascoltava tanto; ma la cosa che amava di più ascoltare era la Parola di Dio e la faceva ascoltare anche a loro. Cito ancora: “sapeva entrare nella Parola di Dio in modo fresco e profondo. Dall'altare o nelle catechesi di gruppo sapeva sviscerare le ricchezze anche nascoste, con serietà e parole contagiose”. Sapeva valorizzare le persone che lavoravano con lui, credeva nella collaborazione dei laici e li lanciava fin da giovani in servizi di responsabilità, restando dietro a vigilare e a infondere fiducia.
Personalmente non riesco a ricordare un momento in cui l'ho visto davvero arrabbiato; era capace di stemperare tutto. Lavorava sempre per la comunione. A Genova, come riporta il giornalino parrocchiale del 2003, accettò di festeggiare il suo 25esimo di Messa a patto che - parole sue - non fosse una festa per lui, ma un'occasione per “rinsaldare i vincoli di fraternità della comunità”. Non l'ho mai sentito parlar male di qualche confratello, anche se non gli sono mancate le difficoltà. Per lui la comunità è sempre stata un valore assoluto, fino alla fine, quando lo scorso 1° settembre ha voluto essere presente all'insediamento del nuovo direttore e in quell'occasione ricevere il sacramento dell'Unzione degli Infermi.
E poi quando ci siamo trovati a pregare in camera con tutto il consiglio ispettoriale: “le offro per tutta l'ispettoria”. Cari confratelli davvero in lui e grazie a lui avete e abbiamo sperimentato che cosa sia la fraternità e il volersi bene, dentro una comunità religiosa.