I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

FINO AI CONFINI DEL MONDO

SILVIO ROGGIA

Nove giorni in Vietnam

«Volentieri vi racconto qualche cosa dei nove giorni che ho passato in Vietnam. Questo paese a forma di 'S', lungo oltre tremila chilometri e con una popolazione di oltre 90 milioni di abitanti, è un caleidoscopio di meraviglie. Rinuncio subito a farvi la presentazione turistica e vado a quello che mi è capitato di vedere e di vivere nelle comunità dove sono stato».

Comincio dal fondo: pranzo di ferragosto. Eravamo in 700. Tutti seduti a gruppi di 9 o 10 attorno a tavolini rotondi, con un fornello portatile al centro. Delle 8 portate 5 erano 'a caldo': al centro si susseguivano i vassoi-pentola inox in cui era contenuta la base del piatto - per lo più marinara -, su cui venivano 'tuffate' le componenti di verdura fresca, funghi, noodles di ogni specie. Dopo non più di 60 secondi di bollitura, avanti con i bastoncini (io forse ero l'unico tra i 700 a usare il cucchiaio)... Non sono un esperto di gastronomia e non sono un cliente di Eataly. Ma devo dire che trovare una così grande varietà di modi di preparare il cibo, senza quasi nulla di fritto e di grassi, è stata per me una novità sorprendente. Il vapore è la loro energia numero uno per cucinare e riescono ad essere così versatili e ricchi di sapori e forme, oltre che così sani e leggeri.
Un'ora dopo il ricevimento quel grande spazio era completamente libero e pulito. Un'efficienza e organizzazione che sfidano quelle del Giappone.
Andiamo indietro di tre ore: 9 del mattino. Sopra quel grande porticato e salone multifunzionale aperto da tre lati c'è la chiesa, inaugurata pochi anni fa: molto bella, capace di contenere 1500 persone a sedere. Invece, sotto il salone multiuso, nel semi interrato, c'è un grande garage per parcheggiare gli scooter, il principale mezzo di trasporto in Vietnam (tassa del 300% sulle auto!): è incredibile il numero di motorini che entrano ed escono da quel garage a ogni messa: a centinaia, no stop.
Tra sabato sera e domenica si celebrano 7 messe dove si devono occupare anche i corridoi laterali perché i posti dentro registrano sempre il tutto esaurito.
Il 15 agosto alle 9 ancor più partecipanti del solito, perché nella messa 8 giovani vietnamiti hanno fatto voto di dedicare per sempre la loro vita al Signore seguendo le orme di don Bosco, 6 come aspiranti sacerdoti e 2 come salesiani coadiutori. Il giorno prima in un'altra parrocchia salesiana di Saigon 20 novizi vietnamiti hanno fatto la loro prima professione (tra loro 3 come coadiutori salesiani - don Bosco ci ha fondati così: salesiani laici, o coadiutori, se conserviamo la terminologia delle origini, e salesiani preti; solo insieme siamo quello che lui voleva).

Con gli universitari
Due giorni prima, ero a Dalat, sui 1400 metri di altezza. Un posto splendido per la natura, anche se non ha quasi mai smesso di piovere perché siamo nel periodo dei monsoni. È lì che vanno quei neo salesiani appena sfornati per i tre anni di studio che seguono (post-noviziato). Anche a Dalat c'è del sorprendente, per il turbinio di attività che girano attorno a quella comunità. Una parola su quella che mi sembra più originale tra tutte: l'accompagnamento di studenti universitari. Dalat - 150.000 abitanti - ha diverse facoltà e molti giovani vengono anche da lontano per gli studi. I salesiani hanno cercato e trovato una serie di case/alloggi in affitto, adattando gli ambienti perché possano ospitare mini comunità dai 15 ai 30 studenti. Si dà loro molta responsabilità nel gestire tutta l'organizzazione: fan le spese, cucinano, puliscono... tutto autogestito. Si offre questo tipo di accoglienza a circa 300 giovani, su due percorsi: uno più di aiuto allo studio e alla crescita umana e spirituale, per ragazzi e per ragazze, cristiani e anche di altre fedi. Uno, più impegnativo, di crescita cristiana e ricerca vocazionale, per ragazzi cattolici che sono interessati a questo cammino.
Il criterio animatore di questa singolare forma di pastorale universitaria non è l'offerta di alloggio, ma l'accompagnamento educativo e pastorale di questi giovani, a cui si fa personalmente questa proposta contattandoli già nelle scuole superiori, un po' su tutto il territorio nazionale (parrocchie, movimenti giovanili...). La vita comunitaria permette loro di risparmiare molto rispetto al costo di altri centri. Con l'equivalente di 50 dollari al mese riescono a coprire le spese di vitto e alloggio, grazie anche alla totale autogestione, che rende molto responsabili e disciplinati. Così possono accedere all'università i figli delle classi sociali meno abbienti. Oltre all'impegno per lo studio c'è una ricca varietà di proposte formative. Per il gruppo che ha scelto il percorso di ricerca vocazionale il primo appuntamento del mattino è la Messa in una delle parrocchie della città alle 4.30 o 5.00. La vita quotidiana in Vietnam comincia prestissimo, per tutti.
A Saigon (oltre 10 milioni di abitanti) c'è una simile proposta, in scala ancora più grande. Da questa modalità di animazione di giovani universitari sono nate centinaia di vocazioni laicali impegnate, che poco per volta fanno lievitare le loro comunità di origine, e decine o forse centinaia di vocazioni alla vita consacrata e al sacerdozio. Tra di esse anche tanti Salesiani di Don Bosco.
Il Vietnam ha ora più di 300 Salesiani; la loro età media è 40 anni; oltre a quelli che lavorano in Vietnam sono partiti in questi anni da quella casa di postnoviziato di Dalat più di 100 giovani missionari salesiani, presenti in tutti i continenti - uno è ora anche a Sunyani in Ghana, al mio posto.
Andiamo indietro ancora un passo, all'inizio della mia permanenza in Vietnam. I primi quattro giorni ero a K'Long (mezz'ora da Dalat) per il congresso dei salesiani coadiutori della regione Est Asia e Oceania. Eravamo 188 da Vietnam, Myanmar, Tailandia, Laos, Cina, Hong Kong, Korea, Giappone, Mongolia, Filippine, Indonesia, Timor Est, Papua, Australia, più qualche invitato 'occidentale' come il sottoscritto; la maggioranza ha tra i 25 e i 45 anni di età, con una varietà di 'missione' giovanile che non provo neppure qui a riassumere. Il denominatore comune però è lo stesso, ed è la vicinanza, la 'fratellanza' con i ragazzi più poveri: essere veri fratelli al loro fianco, arrivando più in là, più dentro, più a fondo di quello che noi preti riusciamo a fare, soprattutto in culture dove il cristianesimo è piccola minoranza o deve fare i conti con regimi molto restrittivi.