I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

FILIPPO PERIN

Fame!

Diario dalla fine del mondo, dove si nasce e si muore ancora di fame. E nessuno lo sa.

Etiopia, regione di Gambella al confine con il Sud Sudan, missione salesiana di Pugnido, a servizio della popolazione locale Anuak e di tre grandi campi profughi soprattutto di origine sud sudanese di etnia nuer.

La nostra giornata inizia presto, quando ancora è buio. Siamo vicini all'equatore, l'alba arriva sempre verso le sei e mezza e il sole tramonta sempre verso le sei e mezza di sera. Aspetto tre o quattro persone che mi accompagnano, carichiamo alcuni sacchi di farina e pasta in macchina, insieme a olio, sale e altre verdure e andiamo a Pochalla, a 30 km da Pugnido.
Qui scarichiamo il materiale e lo carichiamo in una piccola barca e insieme ai nostri catechisti visitiamo a turno i villaggi anuak che sono lungo il fiume Gilo, un grande fiume che poi, arrivando in Sud Sudan, sfocia nel Nilo. Qui abbiamo molte comunità in cui cerchiamo di portare non solo il Vangelo e il primo annuncio di Dio, ma un considerevole aiuto al primo problema per la loro sopravvivenza, il provvedere del cibo ogni giorno per ciascun membro della famiglia e dell'acqua potabile. Restiamo ancora impressionati al giorno d'oggi come in questa zona dell'Etiopia il problema principale per la sopravvivenza sia la possibilità o no di trovare del cibo.
Quando parlo con Ocianny, il nostro catechista che vive a Two, mi racconta che nella stagione delle piogge, da giugno a ottobre, prima un periodo di siccità ha rovinato le piantine di granoturco che erano appena cresciute, poi nella risemina l'inondazione del fiume ha coperto gran parte dei terreni coltivabili, lasciando ben poco raccolto disponibile alla gente del villaggio. Ogni anno la situazione alimentare di questa gente peggiora. Quel poco raccolto viene poi trasformato in farina per fare la polenta, pestando i chicchi con un bastone oppure tra due pietre.
Si rifanno un po' in questi mesi cercando di pescare nel fiume con reti e canne rudimentali, sperando di non trovare coccodrilli.
Poi viene la stagione secca, direi arida, quando il sole prosciuga tutto, e ammazza tutto, la gente qui fa ancora un raccolto di sorgo, trova del pesce fino a che il fiume si abbassa di circa 7-8 metri, e cerca nella savana radici e piante da mangiare. È il periodo più duro, in cui l'ONU, che di solito sfama le persone dei campi profughi vicino a Pugnido, fa varie distribuzioni anche in questi villaggi Anuak.
Pure noi, come Vicariato di Gambella, con l'aiuto della Caritas Austriaca, da vari anni in questo periodo distribuiamo ai più poveri delle nostre 15 parrocchie un sacco di granoturco. È un piccolo aiuto, ma sommato a quello di tutti viene incontro a quelle persone che non solo sono povere, ma che non hanno possibilità di uscire da questa situazione. In ogni visita a questi villaggi cerchiamo di portare qualche aiuto con la nostra presenza, con del cibo, trasportando alla clinica del villaggio di Pugnido chi è ammalato, costruendo anche dei pozzi per avere l'acqua potabile.
Nel villaggio centrale di Pugnido, don Giorgio Pontiggia e io, i due salesiani presenti, cerchiamo in tutti i modi di aiutare chi ha bisogno di cibo con il nostro asilo, che accoglie 150 bambini dai 3 ai 6 anni a cui ogni giorno diamo la colazione e il pranzo, potremo chiamarla più mensa per i bambini malnutriti che scuola materna, ma cerchiamo di intercettare quella fascia di bambini più esposti al problema della scarsità di cibo.
È molto bello al mattino vedere la fila di tutti i bambini arrivare e prima lavarsi le mani e la faccia, poi andare in ordine a fare colazione, un bicchiere di tè e del pane, infine dopo la scuola, sempre in ordine, prendere il piatto preparato e mangiare velocemente per poi appoggiarlo in un grande catino per essere lavato e dopo correre forte per andare a casa.
Ogni famiglia è molto numerosa, nella povertà estrema sono i figli che garantiscono una speranza di futuro per i genitori, ma proprio perché la mamma deve badare a molti figli, la fascia tra i 3 e i 6 anni è molto esposta a malnutrizione, magrezza, sotto peso, pancia gonfia, poca igiene e vestiti trasandati. Con i catechisti e le maestre cerchiamo di recuperare questi bambini, dando da mangiare e insegnando loro alcune cose di vita basilari.
Nella famiglia anuak e nuer hanno perfino un nome da dare al fratellino o sorellina che nasce dopo che un bambino piccolo della loro famiglia muore, Chuol, proprio per ricordarlo e per continuare a farlo vivere nel fratellino successivo.
Il pianto delle donne
Oltre alla scuola materna abbiamo attivato un convitto per i giovani delle superiori che vengono dai villaggi della foresta e che non avrebbero possibilità di frequentare la scuola perché nessuno li potrebbe ospitare. Anche qui la nostra parte principale è il vitto, la possibilità di fare la colazione e mangiare a pranzo e a cena, un bel piatto o di riso, o di pasta o di polenta, per poter andare a scuola. Oltre a questo diamo l'alloggio, la possibilità di una libreria alla sera, con tavoli, sedie, libri scolastici e la luce elettrica, una rarità da queste parti, perché abbiamo installato i pannelli solari, con la possibilità di corsi di inglese, computer e sartoria, soprattutto per le ragazze, in tutto ne ospitiamo una sessantina.
Ogni mattina, molte donne vengono a chiedere alla missione, non tanto dei soldi, ma del cibo, sono donne che, non avendo sufficientemente da mangiare, non hanno neppure il latte da dare ai loro bambini appena nati e allora ci chiedono di comprare del latte in polvere, per sfamare almeno per un po' di tempo il bambino piccolo. Oppure altre donne, soprattutto anziane, vedove o lasciate dal marito, che hanno bambini o ragazzi da crescere, ci chiedono dei sacchi di grano per sfamare la famiglia. O ancora altre che hanno il grano ma non hanno nient'altro. Infine molti che ci chiedono medicine oppure dei soldi per poter andare all'ospedale. Abbiamo imparato che anche se hai la medicina giusta ma non hai cibo sufficiente per sostenerti, la medicina serve a poco.
Clima e guerra
La regione di Gambella espone spesso i suoi abitanti alla difficoltà di trovare cibo per ragioni climatiche, dalle piogge intense a mesi di grande siccità. Non mancano tensioni etniche tra anuak, abitanti dell'altopiano etiope e profughi arrivati dal Sud Sudan a causa della guerra civile che è in corso. Una ragnatela tremenda intrappola tutto, per la mancanza di energie vitali per affrontare una giornata, per mancanza di una necessaria istruzione agricola nel coltivare e trovare cibo, per l'abbandono da parte del governo di queste zone di frontiera, per la mancanza di lavoro, di uno stipendio mensile... e ancora per tante altre piccole cause.
Anche nei due campi profughi vicino al nostro villaggio di Pugnido la situazione è difficile per quanto riguarda il cibo. I profughi sud-sudanesi sono aumentati a dismisura in questi due o tre anni e, visto che siamo la regione più vicina al confine, tantissimi sono venuti in Etiopia. Sono stati aperti otto nuovi campi profughi in diversi luoghi in mezzo alla savana. Per ora si stima che ci siano circa 500 mila profughi nella regione di Gambella, quasi tutti di etnia nuer. La difficoltà è che non sempre il cibo che l'ONU fa arrivare attraverso grossi camion da Addis Abeba è sufficiente per tutti. È già stato dimezzato per far fronte a tutti i profughi e la gente del campo cerca di organizzarsi come può. Ogni domenica andiamo nei campi profughi, abbiamo sei chiese sparse in tutto il territorio dei campi, non solo per le necessità religiose, ma anche per una presenza, un incontro, un ascolto delle loro necessità. In altri due campi vicino a Gambella è cominciata una presenza salesiana attraverso un oratorio, un centro giovanile e dei corsi brevi per poter imparare un mestiere.
Alla fine del mondo a Pugnido, dove non sei registrato in nessuna anagrafe perché non esiste, nasci e muori e nessuno lo sa, le mani che incontriamo davanti a noi ci chiedono prima di tutto cibo, ci chiedono prima di tutto di avere qualche cosa in pancia per ascoltare l'annuncio del Vangelo. Alle volte riusciamo a moltiplicare il pane come Gesù per la gente anche se il più delle volte non ci riusciamo, allora rimane solo la presenza, la condivisione.
La vita di questa gente sembra non cambiare mai, ma fa cambiare noi che siamo qui, per camminare insieme, per far maturare qualche cosa insieme, “certi che Qualcuno, Colui che tutti cerchiamo, ci camminerà accanto”.

FAME ZERO È LONTANA
La fame aumenta per il terzo anno e raggiunge 821 milioni di persone. Nella battaglia combattuta dall'umanità contro la fame, gli esseri umani stanno perdendo. Nel 2017, 821 milioni di persone vanno a letto ogni giorno senza aver mangiato le calorie minime per le loro attività quotidiane, sono 15 milioni in più rispetto all'anno precedente. I primi a essere colpiti, come sempre, sono i più piccoli: 151 milioni di bambini sotto i cinque anni registrano una crescita irregolare, 50 milioni sono denutriti. Le cifre indicano che la situazione più preoccupante è, come sempre, nell'Africa subsahariana e nei paesi più poveri dell'Asia. Ma fra i dati sui minori c'è anche un accenno ai 38 milioni di bambini sovrappeso. È il segno di una diseguale, iniqua e disordinata distribuzione delle risorse. Le leggi del mercato da sole, si legge fra le righe, non garantiscono un'alimentazione corretta né a chi ha poco, né a chi ha qualcosa di più, ma non ha gli strumenti per gestirlo. E si rivolge a cibo di bassa qualità, economico e pieno di grassi, con molte calorie e basso valore proteico. Anche l'obesità degli adulti è in aumento, dice la Fao: sono in grave sovrappeso 672 milioni di persone, cioè un adulto su otto. Altre forme di malnutrizione sono in aumento. Nel 2017, almeno 1,5 miliardi di persone hanno sofferto di carenze che minano la loro salute e la vita.