I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

CHE COSA PENSANO I GIOVANI

CLAUDIA GUALTIERI

Violenza sulle donne e femminicidio

Che cosa pensano i nostri giovani di questi tragici fenomeni e del ruolo della donna nella nostra società?

Fabiola, 21 anni
«Si parla di “femminicidio” quando si fa riferimento ad una specifica tipologia di omicidio in cui la vittima è una donna».

È un fenomeno purtroppo sempre più crescente negli ultimi anni (da qui, la necessità di coniare un nuovo termine), che riguarda non solo la donna intesa come persona fisica, ma anche e soprattutto i suoi diritti e la sua identità, spesso calpestata dalla società stessa. Sono convinta che gli episodi di femminicidio siano dovuti ad una perdita generale di valori nella società, anche se la posizione della donna è stata considerata subalterna a quella dell'uomo fin dai tempi più antichi. La donna è stata considerata nel corso dei secoli “strega”, “seduttrice”, “persona non degna di diritti/poteri civili”, “simbolo del peccato”, fino ad arrivare a concetti più recenti che, incastonati in questa società, portano ad un uomo sempre più padrone della donna e quindi giustificato nel poter approfittare della situazione. Purtroppo oggi, ancora non esiste la parità tra uomo e donna nei vari ambiti della vita. Per esempio, la donna non viene considerata sempre uguale all'uomo in ambito lavorativo e professionale, perciò non viene neanche ben tutelata nei momenti che più la caratterizzano come Donna (momenti quali la gravidanza e il parto, per non parlare del periodo post-parto). Quello che possiamo fare noi, in società come anche nel nostro piccolo, è riflettere sui valori che ci hanno trasmesso le generazioni passate e quelli che trasmetteremo alle generazioni future, farci un esame di coscienza e chiederci se è giusta la direzione nella quale stiamo andando, cosa dovremmo rivedere e quindi che cosa dobbiamo cambiare. Se ognuno di noi non fosse indifferente all'argomento, dal politico alla forza dell'ordine, allo studente, forse qualcosa cambierebbe.

Giuseppe, 24 anni
«Don Bosco, nel corso della sua esperienza formativa, ha appreso molto di più da figure femminili, quali Mamma Margherita, che da figure maschili».

Si parla di femminicidio perché, ancora oggi, purtroppo, è radicata nella società la differenza tra uomo e donna. Sono del parere che l'alto tasso di femminicidi in Italia, come anche nel resto del mondo, è dovuto ad un altrettanto alto tasso di ignoranza e rabbia nei confronti dei più deboli, in questo caso relativa alla debolezza fisica delle donne. Forse è possibile parlare a livello teorico di una parità socio-culturale tra uomo e donna. Purtroppo però, soprattutto nel mondo aziendale, ci sono ancora forti considerazioni che portano a intendere alcuni posti di lavoro solo riservati agli uomini o solo riservati alle donne. Si dovrebbe invece, secondo me, avere una considerazione diversa: è, infatti, necessario comprendere che l'uomo e la donna possono contribuire ciascuno a loro modo in qualsiasi occupazione. L'unico modo per cambiare questa visione di fondo in maniera concreta potrebbe essere avviare a livello formativo diversi corsi che facciano capire, soprattutto ai più giovani, il concetto di uguaglianza tra uomo e donna, attraverso esperienze concrete che si avvicinino ai loro bisogni e richieste. Riflettendo su questo argomento non posso fare a meno di pensare a don Bosco che, nel corso della sua esperienza formativa, ha appreso molto di più da figure femminili, quali Mamma Margherita, che da figure maschili.

Valentina, 31 anni
«Sia chiaro: noi donne siamo Belle, ma belle davvero.
Nella testa e nel cuore».

Uccidere una persona è un atto orrendo a prescindere, per questo focalizzarmi sui termini lascia il tempo che trova. Ogni vita è sacra e un femminicidio è prima di tutto un omicidio. Ma da donna non sottovaluto il termine femminicidio: indica qualcosa di più, una sottile e silenziosa cultura di fondo che vede ancora la donna come il sesso debole, una proprietà. Dice qualcosa di più terribile: la prima colpa da pagare è quella di essere donna. Probabilmente ci portiamo sulle spalle un lungo retaggio culturale che fa dell'uomo il “pater familiae”, relegando la donna ai lavori di casa e alla cura dei figli. Le lunghe lotte che le donne hanno dovuto portare avanti, per l'emancipazione e per l'affermazione dei propri diritti, testimoniano il bisogno di autonomia e indipendenza un tempo impensabili. In generale, dove c'è violenza ci sono il mancato rispetto della vita propria e altrui, un serio problema di dipendenza, smania di possesso, fragilità, che si riversano su chi abbiamo accanto in maniera perversa e incontrollata.
Da educatrice dico banalmente, perché la società cambi, è indispensabile investire nell'educazione, con la E maiuscola. Educarsi alla bellezza, al rispetto reciproco, in famiglia innanzitutto. Ho visto mio padre trattare mia madre sempre con grande rispetto e devozione. Le prime regole si imparano in casa. Ma soprattutto ho visto mia madre darsi da fare senza mai dipendere da nessuno. Va da sé che in tutti i luoghi di crescita umana (scuole, parrocchie, associazioni, oratori ecc.) debba esserci grande attenzione al discorso dell'alterità, a quel principio di umanizzazione alla base dell'educazione per il quale “tu sei degno di rispetto in quanto altro da me”, e nella relazione con te ri-scopro anche me stesso.
Poi, a noi donne innanzitutto, direi di avere rispetto per noi stesse: non siamo in vendita noi, non sono in vendita i nostri sentimenti, i nostri sogni. Smettiamola di pensare che la nostra felicità dipenda da un altro! Una relazione sana non ci rende dipendenti ma libere. Chi ci ama ci rispetta. Su questo non ci sono compromessi o mezze misure. E, se necessario, alziamo anche la voce quando sentiamo, leggiamo, vediamo atti che in maniera subdola rivelano una profonda considerazione della donna come mero oggetto sessuale. Arrabbiamoci quando in TV la donna è sempre seminuda, ripresa puntualmente sui seni, sul sedere: le donne possono stare in TV anche in giacca e pantalone, e avere da dire qualcosa di intelligente. Finché noi per prime accettiamo il binomio “bella-oca”, cambiare una cultura che ci crede solo bambole soprammobili diventa un processo lento e difficoltoso. Sia chiaro: noi donne siamo Belle, ma belle davvero. Nella testa e nel cuore. Ma non possiamo aspettare che sia qualcun altro a ricordarcelo!