I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE

Don Luigi Melesi

Morto a Lecco, il 10 luglio 2018, a 85 anni

Parte da Cortenova, il paese in provincia di Lecco, dove nacque nel 1933: «Famiglia numerosa, sette figli, cinque ancora vivi. Un mio fratello, Pietro, è anche lui prete: missionario in Brasile, nel Mato Grosso dove nessuno voleva andare. Vive nei disagi, nella povertà, tra problemi angoscianti, ma non si muoverebbe mai da lì, se non per un ordine del cielo. Anch'io volevo diventare missionario e invece mi è stata indicata una strada diversa. Sono finito in un carcere dove c'è una grande carica di umanità, c'è stato per quindici anni un direttore che ha indicato la strada del coraggio e della fantasia, ma certe strutture sono ancora a livello del Terzo mondo. In Brasile sono stato da mio fratello per venticinque giorni, nel 1967, con un gruppo di ragazzi. Abbiamo portato aiuti e contribuito a far sorgere una scuola, che accoglie oggi sino a seicento bambini, e un poliambulatorio che, per un posto come quello, è una ricchezza. I ragazzi di quel gruppo ci tornano. Si è stabilito un bel rapporto. Sono a San Vittore dal 1978. Prima avevo lavorato con i minorenni ad Arese e poi nel riformatorio Ferrante Aporti di Torino dove c'erano più di cento detenuti sotto i diciotto anni. Torino ha un ruolo importante nella mia vita. Vi ho frequentato l'Università Pontificia...»
San Vittore era nel suo destino. «Quando sono arrivato a San Vittore, c'erano ancora le immonde celle sotterranee nelle quali i detenuti venivano seppelliti in isolamento. Al buio, senza un filo d'aria, in un fetore insopportabile. Ci siamo appellati ai diritti umani, è arrivata una commissione europea da Strasburgo, e finalmente quello sconcio ha avuto fine».
Da autentico Figlio spirituale di don Bosco non si rassegnò mai a considerare irrecuperabile neppure il peggiore dei delinquenti e in tutti cercava “quel punto accessibile al bene” da cui avviare un cambiamento di rotta. È stato un uomo che ha creduto e ha reso credibile il Vangelo, uno che ci ha messo la faccia pagando di persona e non ha mai avuto paura a stare vicino a chi ha sbagliato, ha detto il suo ispettore don Giuliano Giacomazzi.
Don Luigi raccontava: «Ho vissuto la stagione dei sequestri, poi quella del terrorismo, quindi quella di Tangentopoli e oggi siamo dinanzi a un male strisciante, incontrollabile, infinito: la droga. Non faccio distinzioni tra i detenuti: per me sono tutti uomini. Ma al tempo in cui il carcere era popolato da brigatisti ho condotto le lotte più dure e più belle. Con soddisfazioni enormi. Non c'era nessun accenno di comunicazione tra noi e quei ragazzi. E allora un giorno decisi: volevo celebrare la messa al primo raggio, nel corridoio tra le celle dei componenti delle Brigate Rosse. Ne parlai con loro. Non mi diedero neanche retta. Io decisi di celebrare la messa lo stesso, montando l'altare nel corridoio vuoto, a celle chiuse. Se qualcuno voleva farsi vivo per sua scelta, poteva chiedere che venisse aperto il blindato che copre il cancello con le sbarre. Non accadde nulla. Silenzio totale. Il direttore mi chiese notizie e io risposi che quella messa era stata un successo, perché non mi avevano insultato, non avevano fatto chiasso durante la funzione, non avevano lanciato oggetti nel corso dell'omelia. La domenica successiva ripetei l'operazione e feci una predica sull'uomo. In quel corridoio vuoto sentivo il respiro di Dio. A un tratto si aprì uno spioncino. Uno soltanto. E io vi infilai una mano. Un brigatista sconosciuto me la strinse, la accarezzò, la baciò. Udii una voce: “Padre, abbiamo bisogno di lei”. Il miracolo si era compiuto. Si aprirono tre porte».
Il suo fraterno amico, don Ugo De Censi ha scritto: «Caro don Luigi, i ragazzi di tutto il mondo ti sono entrati in casa passando per la porta del carcere minorile di Arese e per la porta del tuo cuore: dicevi “la religione è una gran bugia se non amiamo questi ragazzi, se non li convertiamo alla carità”».
Negli ultimi anni, finché le condizioni di salute gliel'hanno permesso, ha condiviso la sua esperienza in modo sapiente ed efficace attraverso conferenze, incontri, raduni degli exallievi e anche attraverso varie pubblicazioni - tra cui il libro intervista “Prete da galera”, di Silvia Valota.
A tal proposito, nel 2013 gli fu assegnata dall'Università Pontificia Salesiana di Roma la laurea Honoris Causa in Scienze della Comunicazione sociale, riconoscendo le sue doti di comunicatore, educatore ed evangelizzatore salesiano.
La sua eredità spirituale può essere condensata in alcune sue celebri espressioni: “Non è possibile aiutare una persona a cambiare la sua vita in meglio, se non ci si mette dalla sua parte, se non si prende a carico la sua vita e la sua storia... Una persona, per diventare buona, deve sentirsi amata”.