I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Don Bosco e le “previsioni” di morte e di vita

Due episodi della vita di don Bosco, ravvicinati fra loro, ma conclusisi in modo antitetico.

Fra i tanti casi che storia e tradizione ci tramandano ricostruiamo due storie attraverso fonti di prima mano, come la sua corrispondenza e le testimonianze processuali.

La morte del conte Enrico di Chambord
Ai primi di luglio 1883 cadeva gravemente ammalato il conte Enrico d'Artois, figlio di Carlo Ferdinando, duca di Berry, secondogenito di Carlo X re di Francia, e di Carolina di Borbone-Due Sicilie. Re (Enrico V) di Francia per una settimana, dal 2 al 9 agosto 1830. Era stato costretto all'esilio con la nomina senatoriale di re Luigi Filippo d'Orleans. Legittimo pretendente al trono, Enrico da anni viveva a Frohsdorf, a 40 km da Vienna con il titolo di duca di Bordeaux e conte di Chambord.
La notizia della sua malattia si diffuse rapidamente in Francia fra legittimisti e orleanisti, per cui molti amici di don Bosco, francesi ed italiani, gli diedero immediatamente notizia. Non solo, ma da Frohsdorf stesso gli si chiese ripetutamente di recarsi al capezzale dell'illustre ammalato.
Don Bosco a tutti rispose che non poteva farlo perché sfinito dal faticosissimo viaggio di mesi in Francia e perché «impossibilitato ad uscire di camera». Avrebbe però pregato e fatto pregare i suoi giovani. L'8 luglio 1883 infatti confidava a due benefattrici francesi, madame Blancon e madame Quisard: “Je connais très bien et malheureusement les graves notices de Mr le Comte de Chambord. Tous nos prêtres, abbés, enfants, dans toutes nos maisons prient pour sa guérison: toute notre confiance est dans un miracle de la Ste Vierge Auxiliatrice”.
Peggiorando il quadro clinico del malato - gli era stato amministrato l'olio degli infermi - don Bosco dovette cedere alle reiterate insistenze. Così accompagnato da don Rua e dal conte Du Bourg, in un giorno e due notti di treno (il ritardo fece perdere le coincidenze) e con un'oretta di carrozza, la domenica mattina del 17 luglio era al castello di Frohsdorf. Vi si soffermò poche ore, ma sufficienti per conversare piuttosto a lungo con l'ammalato. Alla domanda se sarebbe guarito - il conte aveva 63 anni - don Bosco gli rispose che la malattia non era ad mortem e che invocasse la Vergine salus infirmorum.
Il conte credette alla parola di don Bosco. In effetti le sue condizioni di salute migliorarono rapidamente, tant'è che don Bosco appena tornato a Torino scrisse all'amico conte Eugenio de Maistre: “Giungo in questo momento da Frohsdorf... Il conte di Chambord fino a ieri mattina, 17 del corrente, continua nella via del miglioramento”.
Sui giornali si parlava ormai di convalescenza e la moglie, principessa Maria Teresa (figlia di re Francesco IV di Modena) lo confermava a fine luglio in una commossa lettera di ringraziamento a don Rua che, al ritorno dall'Austria, gli aveva confidato che a Valdocco si continuava a pregare per il conte.
A metà agosto don Bosco le ribadiva le preghiere della comunità salesiana per “la compiuta guarigione del sig. conte di Chambord” prudentemente però aggiungeva: “Queste nostre preghiere, unite a tante altre che al medesimo fine si fanno quasi in tutta Europa, devono senza dubbio essere esaudite, ad eccezione che Dio nella sua infinita sapienza vedesse meglio di chiamare l'augusto infermo a godere il premio della sua carità e delle altre sue virtù. In questo caso noi diremo umilmente: Così piacque a Dio, così fu fatto”. Era però convinto del contrario: “Ma io sono persuaso che non siamo ancora giunti a questo momento”.
Così invece non avvenne e forse anche per un'imprudenza il conte venne a mancare poco dopo, il 24 agosto. La contessa si rassegnò alla volontà del Signore e in una lettera di ottobre a don Bosco raccontava gli ultimi sereni giorni di vita del marito, dimostrandosi, come lui, piena di fede e di speranza. Avrebbe poi sempre manifestato sentimenti di devozione a don Bosco nella ritiratezza della sua vedovanza senza figli.

La vita di san Leonardo Murialdo
Diverso il caso del fondatore dei Giuseppini, don Leonardo Murialdo. Il 31 dicembre 1884 - a 56 anni - don Murialdo si dovette mettere a letto con sospetto di “febbre reumatica e catarro bronchiale”. I giorni seguenti le sue condizioni peggiorarono al punto che i medici parlavano di grave polmonite, con rischio di morte. I confratelli ovviamente raccomandarono al Signore la salute del loro padre e fondatore, ma pensarono pure di ricorrere a don Bosco, alla cui benedizione si attribuivano da anni sulla stampa numerosissime guarigioni ed anche previsioni di futuro.
Amico sincero del Murialdo, specialmente dopo che questi aveva accettato la direzione dell'Oratorio di San Luigi in Torino, don Bosco non avrebbe potuto negargli una benedizione. Sapendolo anziano ed ammalato, gliela chiesero però attraverso il direttore di Valdocco, don Giuseppe Lazzero. La risposta fu che la benedizione gliela avrebbe impartita don Bosco in persona quella stessa sera recandosi al suo capezzale, invero a poche centinaia di metri di distanza da Valdocco.
Si presentò alle 17,30 con il suo segretario don Giovanni Battista Lemoyne. Venne introdotto da solo nella stanza del malato e vi rimase per circa mezz'ora dandogli la benedizione. All'uscita tutti i confratelli erano ansiosi di sapere dalle labbra di don Bosco se il loro padre e fondatore sarebbe sopravvissuto alla grave malattia. Don Bosco rispose: “Per questa volta se la caverà ancora; almeno così io ritengo, egli deve ancora tirar su questa famiglia” (G. DOTTA, Leonardo Murialdo, 2018, p. 339).
Sarebbe in effetti vissuto ancora 15 anni, morendo nel 1900 a quasi 72 anni di età, quella raggiunta dallo stesso don Bosco e dal beato don Rua. Ora siedono assieme a tutti i giusti al “banchetto dell'Agnello” nel regno dei cieli.