I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

MEMORIE

NATALE MAFFIOLI

Le custodie del corpo di don Bosco

Tutti sanno che attualmente le reliquie di don Bosco sono conservate in un'urna nell'altare a lui dedicato nella basilica torinese di Maria Ausiliatrice, ma pochi sanno, nel dettaglio, la storia degli spostamenti del suo corpo e le vicende della sua iniziale sepoltura.

Alla morte del nostro Santo (31 gennaio 1888), don Michele Rua, suo primo successore, brigò anche con il primo ministro del regno, Francesco Crispi, per poter seppellire don Bosco nel santuario di Maria Ausiliatrice (non era ancora basilica) il Crispi gli consigliò, per non contravvenire alle norme della polizia cimiteriale cittadina, di tumularlo nel collegio salesiano di Valsalice, situato in una zona extraurbana. Don Rua accettò il suggerimento e fece approntare subito una custodia sul pianerottolo della scala che scendeva dal giardino superiore al porticato, antistante il cortile inferiore, e fu lì che la salma di don Bosco fu posta. In breve tempo si costruì, su disegno dell'architetto Carlo Maurizio Vigna, un'edicola di stile neogotico divisa in due ambienti: l'inferiore con la tomba di don Bosco, il superiore, un'edicola dedicata alla Pietà, affrescata dal pittore Giuseppe Rollini. La lastra di chiusura del loculo fu affidata allo scultore Pietro Piai, ovviamente lo scultore si avvalse delle fotografie eseguite all'indomani della morte di don Bosco, quando il suo corpo, rivestito dei paramenti sacerdotali, come se si apprestasse a celebrare la Messa, fu esposto per i riti di suffragio. Nel giro di pochi mesi si iniziò a decorare l'ambiente con abbellimenti parietali fino al 1924, anno della beatificazione del nostro. Tolta la salma e portata trionfalmente nella basilica di Maria Ausiliatrice, la tomba non fu abbandonata, ma negli anni successivi si provvide a creare una sorta di cappella della memoria della sepoltura. Il corpo non c'era più ma i salesiani erano convinti che quel luogo doveva essere ugualmente ricordato e venerato. Nel 1931 iniziarono così i lavori di arricchimento della struttura: la parete di fondo, dove era stato ricavato il loculo, fu arretrata e si ricollocò la lastra del Piai; lo spazio dove precedentemente era deposta la cassa con il corpo del beato fu smantellato, si ricavò una piccola cappella provvista di altare, una sorta di arcosolio che ricordava gli analoghi elementi delle catacombe romane. Si misero in opera marmi pregiati e si provvide a decorare le pareti laterali, il sottarco e il fondo con mosaici realizzati dallo Studio del Mosaico Vaticano. Con tutta probabilità i mosaici furono eseguiti in Vaticano, dapprima fissati ad un supporto flessibile con colla idrosolubile, in seguito messi in opera a Valsalice e liberati dal supporto. I disegni delle decorazioni musive furono approntati dal pittore Francesco Chiapasco su modelli ravennati e, segnatamente, i mosaici del mausoleo di Galla Placidia e di San Vitale. Nell'archivio della Fabbrica di san Pietro si conservano i documenti per “l'esecuzione a musaico decorativo per la Tomba del Beato don Bosco a Torino” il contratto, tra “L'economo della Pia Società dei Salesiani in Torino e la Rev. Fabbrica di San Pietro in Vaticano è datato al maggio del 1931. Successivamente, il primo agosto dello stesso anno, fu stilato un contratto tra i mosaicisti Lorenzo Cassio e Ludovico Lucietto, due veterani dello Studio del Mosaico e “Monsignor Luigi Pellizzo l'Economo Segretario della Rev. Fabbrica di San Pietro in Vaticano, Presidente dello Studio dei Musaici”. I due artisti dovevano eseguire il mosaico in nove mesi dalla firma del contratto. Interessante è l'impegno assunto: “Per ottenere l'esatta e perfetta imitazione della pittura in quelle parti che rendessero molto difficili ad eseguirsi in smalto tagliato, sarà permesso ai Signori Musaicisti Cassio e Lucietto anche l'uso di smalti filati (tessere piccolissime anche inferiori al millimetro, tratte da pasta vetro)”. Il prezzo dell'impresa fu fissato a trentamila lire; i salesiani si impegnarono a fornire ai due mosaicisti vitto e alloggio durante la loro trasferta a Torino.
Il contratto aveva una postilla “il lavoro a musaico sarà eseguito dal Sig. Lorenzo Cassio per tutta la parte decorativa, mentre il solo quadro rappresentante S. Francesco di Sales (lo stemma dei salesiani) resta affidato per l'esecuzione al Sig. Ludovico Lucietto”. La splendida riproduzione dello stemma della Congregazione Salesiana fu dunque realizzata da questo artista in mosaico minuto con smalti filati in paste vetrose policrome. L'aggiunta è datata maggio del 1931. È interessante una fotografia degli anni trenta del Novecento: il Cassio è seduto al suo tavolo di lavoro nello Studio e, alle sue spalle, si intravede un brano del cartone del Chiapasco.

L'urna della beatificazione
Il 2 giugno 1929 papa Pio XI beatificava don Bosco. In vista della traslazione del corpo da Valsalice si approntò una teca che servisse per il trasporto e per la collocazione decorosa delle reliquie in attesa della costruzione dell'altare a lui dedicato nella Basilica di Maria Ausiliatrice. All'epoca il transetto sinistro era ancora occupato dall'altare intitolato a S. Pietro.
Lo scultore salesiano Sebastiano Concas (1890-1963), su disegno dell'architetto salesiano Giulio Valotti (1881-1953), realizzò l'urna in legno dorato. La sua struttura è elegante e allo stesso tempo fastosa ma senza essere ridondante. Quattro putti reggono il coperchio e le loro braccia alzate sostengono dei festoni di frutti che, al centro, fissano lo stemma di Pio XI, il papa che ha beatificato e canonizzato don Bosco; la base, frutto di uno studio del Concas, fa riferimento a modelli rinascimentali. I cristalli sono ampi e adeguati a una visione totale del corpo del santo rivestito di paramenti sacerdotali. Il salesiano coadiutore Mario Notario ebbe più volte a dirmi che lui bambino aveva fatto da modello al Concas per la realizzazione dei piccoli putti angolari dell'urna. Questa teca fu utilizzata per le reliquie di san Giuseppe Cafasso e per quelle di santa Maria Domenica Mazzarello, fu in questa occasione che i piccoli putti furono modificati.

La nuova urna nell'altare del santo
Con la canonizzazione di don Bosco, il primo aprile del 1934, si concretizzò l'idea, già ventilata in passato, di un ampliamento della basilica di Maria Ausiliatrice. Nel 1922 don Filippo Rinaldi, terzo successore di don Bosco, aveva pensato alla trasformazione della basilica su disegni dell'architetto Mario Ceradini, ma i costi proibitivi e la sua morte avevano bloccato l'impresa e i disegni furono messi nel cassetto. Appena l'occasione fu propizia, si pose mano al progetto, ma non sulla scorta dei piani del Ceradini, il compito di riplasmare la parte absidale della basilica fu affidato all'architetto salesiano Giulio Valotti. Per il nuovo altare dedicato a don Bosco, che doveva sostituire l'antico intitolato a san Pietro, si incaricò l'architetto Mario Ceradini, era una sorta di compensazione dopo il fallimento del suo primo progetto. La struttura dell'altare risultò fastosa, furono impiegati marmi colorati, il diaspro di Garessio impiegato per le colonne e la trabeazione, furono inserite statue in marmo di Carrara, cornici in bronzo dorato e mosaici. L'architetto concepì lo spazio dove collocare l'urna con le reliquie del Santo sopra la mensa e sotto la pala principale, avanzata quel tanto da lasciare spazio ad una sorta di scurolo che desse la possibilità ai fedeli di accostarsi al corpo di don Bosco. Si affidò l'impresa della custodia all'architetto Giulio Casanova (1875-1961) che approntò un disegno geniale: il corpo del Santo doveva essere visibile fronte-retro, dalla chiesa e dal ricettacolo posteriore. Il progetto prevedeva una cassa in ottone argentato dove la salma del santo era tra due lastre sagomate di cristallo. Il modello in gesso costò ai salesiani 17.500 lire. L'impresa della sua realizzazione iniziò il 7 giugno 1937 con la firma dei preventivi da parte di don Fedele Giraudi, economo generale della Congregazione. Il compito era stato affidato alla ditta “Fratelli Chiampo Fonderia Metalli” di Torino, esperta in fusioni artistiche; il contratto prevedeva l'esecuzione dell'urna “fusa a cera persa in ottone di buona lega, con parte inferiore dell'urna in un sol pezzo e i montanti e la parte superiore smontabili in modo da permettere di togliere i cristalli”, le ali degli angeli “saranno tagliate e montate sull'urna con giunto fatto a regola d'arte”. La cassa realizzata su disegno del Casanova è sobria, priva di ridondanze nonostante il suo riferimento stilistico sia barocco; coppie di teste alate di cherubini sono poste agli angoli e sovrastano scudi con motti cari al nostro Santo ”DA MIHI ANIMAS COETERA TOLLE”, non hanno funzioni di sostegno in modo da non impedire la visione del corpo del Santo. La copertura è retta da sostegni con l'immancabile presenza di testine angeliche e profilata da una cornice centrata da tre teste di cherubini portate da una conchiglia, è fatta da una lastra di cristallo su cui si appoggia una colomba raggiata simbolo dello Spirito Santo. Sulla base furono incastonate alcune pietre dure rare messe in opera dalla stessa ditta Chiampo. «STARÒ IO QUI ALLA CUSTODIA DI QUESTA CASA»
Il 13 settembre 1887, al termine di una seduta del Capitolo Generale tenutasi a Valsalice “erasi deliberato di cambiare destinazione al collegio di Valsalice, sostituendo ai nobili convittori i chierici studenti di filosofia. Tolta la seduta capitolare, don Barberis, rimasto solo con lui (don Bosco), gli domandò con tutta confidenza come mai, dopo essere stato sempre contrario a quel mutamento, avesse poi cambiato parere. Rispose: «D'ora in avanti starò io qui alla custodia di questa casa». Così dicendo teneva sempre gli occhi rivolti allo scalone, che mette dal giardinetto superiore al porticato del grande cortile inferiore. Dopo un istante soggiunse: «Fa' preparare il disegno». Poiché il collegio non era interamente costruito, don Barberis credette che volesse far terminare l'edificio; quindi gli rispose: «Bene, lo farò preparare; quest'inverno glielo presenterò». Ma egli: «Non quest'inverno, ma la prossima primavera; non a me, ma al Capitolo presenterai il disegno». Continuava intanto a guardare verso lo scalone. Solo cinque mesi dopo don Barberis cominciò a comprendere il pensiero del Santo, quando cioè lo vide sepolto a Valsalice e precisamente nel punto centrale di quello scalone; lo comprese finalmente del tutto quando, preparato il progetto del monumento da erigersi sulla sua tomba, fu nella primavera presentato senza che egli avesse mai ancora detto nulla della conversazione di settembre. (Memorie Biografiche 18, 384-385).