I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

A TU PER TU

PIETRO DILETTI

«I carcerati mi chiamano papà capo»

Intervista a don Valentino Favaro, missionario in Congo-Brazzaville

«Io sono padre Valentino Favaro, salesiano a Pointe Noire e mi dedico non solo agli “enfants de la rue”, ma anche ai detenuti della prigione locale e alla povera gente di villaggi lontani 15 ore di piroga».

Don Valentino, veneto di origine, è nato il 20 dicembre del 1938 in una famiglia di contadini che possedeva un bel pezzo di terra da coltivare, ma soprattutto custodiva una fede semplice e genuina. E questa fede aveva già portato a maturazione un frutto: il fratello più grande era diventato salesiano.

Com'è nato in te l'ideale missionario?
Sentivo il desiderio di impegnarmi di più nella pastorale e cominciò a farsi strada l'idea di fare il missionario nell'ambito dell'Operazione Africa e in Camerun che era stato affidato alla ispettoria ligure-toscana. La lingua francese, appresa presso l'università di Pisa e in diversi soggiorni in Francia mi rendeva più facile la realizzazione di questo desiderio: il francese mi ha molto aiutato. L'Ispettore don Liberatore mi chiese di rimpiazzare per un determinato tempo il Direttore e parroco don Bocchi, rientrato in Italia a causa di un infarto che, comunque, non gli impedì di riprendere il suo lavoro a Yaoundé, capitale del Camerun. La parrocchia copriva tre quarti della cittadina di Ebolowa, nel sud del paese. E si estendeva nella foresta con circa 40 villaggi fino a 50 km dalla chiesa parrocchiale. Sono rimasto lì per circa 17 anni, i più felici della mia vita.

Qual è il raggio d'azione della Comunità Salesiana?
La parrocchia ha circa trecentomila abitanti, con scuola materna, elementare, media, liceo, dispensario, Caritas, un centro professionale con diverse specializzazioni. I carcerati sono ammassati in una prigione costruita ai tempi della colonizzazione per 75 detenuti e che ora ne ospita 350/400. Pigiati in piccole celle, costretti a dormire per terra, l'uno di fronte all'altro e su un fianco perché non c'era posto per dormire sulla schiena. Io sono il loro cappellano, il papà capo, come mi chiamano loro con un affetto che non ho mai sperimentato altrove negli anni trascorsi in Italia e in Africa.

È difficile l'apostolato in carcere?
Nel 2009 sono stato inviato dai Superiori in Congo-Brazzaville a Pointe Noire dove il parroco, ora vescovo della Diocesi, padre Miguel Olaverri mi chiese subito di interessarmi della prigione dove avevamo già iniziato una certa presenza, anche se non si trova nel territorio della parrocchia. Ma ci sembrava che rientrasse nel nostro spirito visto che don Bosco aveva iniziato anche lui con le prigioni.
Per me tutto quello che facevo era una soddisfazione, ma devo dire che la soddisfazione maggiore l'ho provata come cappellano della prigione di Ebolowa, nel territorio della parrocchia. Andavo regolarmente a visitare i carcerati, portavo loro medicinali, li preparavo ai sacramenti e loro mi chiamavano sempre mon père.
Purtroppo i minorenni erano mescolati agli adulti e ciò non andava bene e allora mi sono impegnato a costruire un settore dei minorenni e delle donne separato dall'altro. Durante l'estate abbiamo organizzato le grandi olimpiadi, cominciando con la Bibbia e questa iniziativa è stata molto apprezzata. Vorrei parlare di due episodi significativi. Un giorno scoppiò una rivolta nella prigione perché un detenuto che tentava l'evasione fu gravemente ferito e lasciato morire dissanguato. I carcerati hanno spaccato tutto e si sono barricati dentro la prigione. Sono stato chiamato e ho trovato davanti all'entrata il Governatore, il Sindaco e le altre autorità che non sapevano che cosa fare, perché dall'interno della prigione piovevano sassi, bastoni e altri oggetti contundenti. Sono arrivato ed ho deciso, tra la sorpresa e la paura di tutti, di entrare. Quando hanno visto mon père hanno aperto la porta e hanno accettato di far entrare anche i responsabili della città. C'è stato un dialogo tra i carcerati e il Governatore, il Sindaco e il Direttore, per conoscere le cause e la motivazione della rivolta. Dietro mio invito, i detenuti hanno messo a posto tutte le porte delle celle che erano state scardinate.
Altro episodio. Stavano male alcuni detenuti ed io ho pensato subito al colera. Sono andato dal responsabile dicendo che c'era qualcosa di strano. Ho portato con me anche due dottori, i quali hanno detto che si trattava proprio di colera. Ma solo un vecchio è morto e tutti gli altri si sono salvati.

Come affrontate il problema de “les enfants de la rue”, i ragazzi di strada?
Questo è veramente un grosso problema. Tanti ragazzi e giovani vivono, mangiano, dormono, cercano o rubano di che mangiare nei mercati e nelle case abbandonate, vittime e spesso protagonisti di furti e violenze, anche bambini di 7/8 anni. Senza orari, senza valori morali, senza una guida. Dormono sotto i banchi del mercato, sulle panche della stazione, nei containers. I più piccoli si nascondono per sfuggire alla violenza sessuale dei più grandi. Questi ragazzi non contano nulla, la gente li disprezza, li teme, li scaccia, un potenziale umano che potrebbe diventare esplosivo tra qualche anno. I salesiani si sono dati da fare subito per far sì che i ragazzi trovassero quello che inconsciamente cercavano, e cioè una famiglia, una scuola, un ambiente che li accogliesse, degli adulti che si prendessero cura di loro, della loro salute, insomma di un ambiente che li proteggesse.

«Ora ho una casa e anche un padre...»
Da un anno noi salesiani di don Bosco qui a Pointe Noire abbiamo creato un centro - Foyer - per accogliere i ragazzi che siamo riusciti a togliere dalla strada. Si chiamano appunto “les enfants de la rue”, ma ci tengono a dire che ora non lo sono più dopo che sono entrati nella casa che abbiamo affittato e che è diventata la loro. Un ragazzino diceva ultimamente a suo padre che l'aveva ritrovato dopo essersi persi: “Non vengo con te perché io qui una casa ce l'ho e ho anche un padre che si occupa di me”. Sono ragazzi che vengono da situazioni le più diverse, - abbandono dei genitori, fuga da casa, attirati da compagni - vivono in gruppi dominati dai più grandi che si cercano le vittime tra i più piccoli, vittime di violenze fisiche, morali e non raramente, purtroppo, sessuali.

Sono i pro-pronipoti degli schiavi.
Noi ci occupiamo di sistemarli, dar loro dei pasti regolari, li mandiamo a scuola, diciamo che li recuperiamo. Inizialmente dormivano per terra su delle stuoie - per loro era già molto, abituati come erano a dormire sulla terra, sui marciapiedi, tardi nella notte dopo aver lavato le macchine, spazzato davanti ai negozi, finito di vendere i sacchetti di plastica, svuotato le spazzature, e a levarsi presto alla mattina per evitare le pedate della gente o il bastone della polizia. Dormono dappertutto. Ti ho raccontato dei due ragazzini che si erano rifugiati a dormire in un vecchio camion sfasciato e sono stati trovati morti, ma perché? Strangolati, caro mio, è atroce, è triste, ma è così. Chi piangerà su di loro, chi metterà un fiore su una tomba inesistente? Noi cerchiamo di evitare loro questa nuova schiavitù della miseria morale e fisica, del degrado morale. Sono i pro-pronipoti degli schiavi che erano condotti incatenati nelle navi negriere: la metà morivano nel viaggio e gli altri non avrebbero mai rivisto la loro terra, la loro foresta, i loro dei. Vorremmo che, ben inseriti nella società, possano essere protagonisti del loro futuro.
Qui a Pointe Noire hanno visto questa piccola città letteralmente esplodere - ha più di un milione di abitanti, - ricchezze enormi di petrolio, un porto che serve paesi dell'interno, legno: ma loro assistono a tutto questo da spettatori perché tutte queste ricchezze per ora, - e per quanto?, - sono in mano agli stranieri. Total, Eni, Chevron, cinesi, indiani, libanesi, francesi, italiani: ciascuno si ritaglia un pezzo della torta: e loro che cosa avranno? Bene, ora vengo al problema: abbiamo deciso che i nostri ragazzi devono avere dei letti con un materassino - mon père, mi dicono, ora non siamo più “enfants de la rue”, ora abbiamo una casa, dei responsabili e la scuola - e poi aggiungeremo dei tavoli.
Ecco, per loro, a ottant'anni, se Dio mi dà una mano, tengo duro.