I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IN PRIMA LINEA

LINDA PERINO

“Ana Jahan” (Ho fame)
Sud Sudan

Il più giovane paese del mondo sull'orlo del baratro

Incontro con Jim Comino. «Ho fatto cinquantasette anni di vita missionaria. Se nascessi un'altra volta mi affiderei di nuovo alla Madonna e ci farei la firma».

Ho 78 anni, sono il terzo di sei fratelli. Mio fratello Andrea è anche lui salesiano. Avevo 21 anni quando nel 1960 feci la domanda per le missioni, mi dissero che dovevo andare in Corea, non avevo la minima idea dove fosse, guardai sulla carta geografica e vidi che dovevo girare mezzo globo per raggiungerla. Sapevo solo un po' di francese studiato a scuola, ma niente inglese. Non avevo alcuna possibilità di comunicare con i ragazzi, e mi misi a studiare prima l'inglese per poter tradurre il coreano. Questa missione fu il “mio primo Amore Missionario” incominciai con l'oratorio e subito divenni amico dei più piccoli. Dopo 32 anni di missione in Corea, ormai parlavo benissimo il coreano e mi trovavo come a casa mia. Improvvisamente il Delegato, oggi monsignor Van Looy, mi chiese di andare in Sudan per due anni e poi avrei potuto ritornare in Corea.
In Sudan, a Khartoum i Comboniani ci avevano donato una scuola professionale e il mio compito era quello di organizzare i laboratori e iniziare i corsi. Mio fratello Andrea era nelle Filippine da 18 anni, gli chiesi di venire ad aiutarmi anche solo per 2 anni, venne e anche lui si innamorò dell'Africa e da circa 20 anni continua a lavorare in Sudan. Passati due anni, la situazione in Sudan era talmente tragica e disumana che in coscienza non me la sentivo di abbandonare questa missione per andare a star meglio in Corea. Feci la promessa alla Madonna di rimanere finché Lei mi avesse aiutato ad andare avanti. Ho dovuto superare tante difficoltà di ogni genere ma, grazie all'aiuto della Madonna, fino ad oggi sono 25 anni che lavoro in Sudan. Solo Lei sa quanti anni ancora mi rimangono per lavorare qui. Ho 78 anni e molti mi chiedono perché non torno in Italia, io rispondo che non vado in pensione e che spero di morire in Sudan ed essere sepolto sotto un grande albero dove in bambini possano venire a giocare e pregare, e con i soldi risparmiati del funerale dar da mangiare a tanti bambini. È una grande gioia poter sfamare, educare e dare speranza ai nostri bambini che sovente mi dicono in arabo: “Ana Jahan” che vuol dire “ho fame” ma sono sempre sorridenti. È proprio vero che c'è più gioia nel dare che nel ricevere.
Dalla padella nella brace
Nel 2011 finalmente, il Sud Sudan dopo oltre trent'anni di guerra che ha falciato circa due milioni di vite umane e obbligato quattro milioni di persone a lasciare i loro villaggi del sud e rifugiarsi nei campi profughi nel deserto del nord, ha ottenuto l'indipendenza. Con l'indipendenza circa un milione di persone hanno lasciato i campi profughi del nord per ritornare ai loro villaggi nel sud.
Ho lasciato il Nord Sudan fondamentalista musulmano per venire al Sud Sudan di maggioranza cristiana, perché pensavo di trovare tanta fede, un paese in pace e con tanti progetti di sviluppo. Purtroppo cascai dalla padella nella brace, perché dopo soli due anni dall'indipendenza, nonostante il trattato di Pace, il 15 dicembre 2013, un conflitto tribale, tra la tribù del presidente e quella del vice presidente ha falciato centinaia di vite, creando migliaia di profughi. Per circa tre anni ci fu una tregua di pace ma di nuovo nel luglio del 2016 un ennesimo, terribile scontro tribale ha falciato nuove vittime e, secondo le Nazioni Unite, oggi si contano almeno 50000 morti, e mezzo milione di rifugiati nei Paesi confinanti, e una popolazione di circa quattro milioni ridotta alla fame. Ma la cosa più impressionante è che circa 200 mila persone sono tornate nei famigerati campi profughi del Nord dove i cristiani sono trattati come cittadini di seconda classe. Sono cifre impressionanti che si aggiungono alle migliaia di persone obbligate a vivere in condizioni di assoluta povertà, con meno di 1 euro al giorno. Nel luglio 2016, in pochi giorni circa 13000 persone scappando dai vicini villaggi hanno cercato rifugio nel nostro centro Don Bosco nella capitale, Juba. Li abbiamo messi a dormire in chiesa, nelle aule e anche sotto le piante, abbiamo svuotato tutte le riserve di cibo, confidando nella Divina Provvidenza che attraverso altre organizzazioni umanitarie ci venne in aiuto.
«Uccidi o sarai ucciso»
Alcuni giorni dopo, di notte sono stato svegliato da raffiche di mitra. Era un ennesimo scontro tribale nel vicino villaggio, dove una ventina di morti fu il prezzo di questa carneficina. Il giorno di Pasqua invece del suono delle campane sentivamo il rombo dei bombardamenti indiscriminati sui villaggi nemici. Usavano lo stupro come vendetta e il blocco degli aiuti umanitari per far morire la gente di fame. La fame, un'arma silenziosa, che costa poco ma che decima le popolazioni. In queste lotte tribali più di 9000 bambini dai 9 ai 14 anni furono rapiti per farne dei bambini soldato, con la droga e l'addestramento forzato, per essere arruolati nell'esercito. Dovevano uccidere uno dei propri famigliari per dimostrare che erano coraggiosi e disposti a tutto, il loro slogan era «Uccidi o sarai ucciso».
Nel Sud Sudan i bambini sono la mia gioia, è per loro che desidero continuare a vivere qui, sono loro che mi hanno salvato diverse volte da pericoli di morte, un giorno di sparatorie mi hanno buttato a terra per non essere colpito dalle pallottole.
Dopo il rosario alla sera, una ventina di bambini si aggrappano alle mani, chiedendomi perché la mia pelle è bianca e la loro è nera, li accompagno fino al vicino villaggio, e arrivati ad un certo punto mi dicono: “Adesso tu devi tornare a casa tua, perché sei bianco e se entri nel villaggio c'è pericolo che qualche ribelle ti spari...”.
Oggi, da questa guerra civile non si vede una via d'uscita. Il Sud Sudan è ricco di petrolio ma purtroppo il petrolio è stato fonte di conflitto e di morte tra nord e sud, per questo i vescovi sud-sudanesi lanciarono un messaggio accorato. Il più anziano vescovo del Sud Sudan, con la voce rotta dal pianto, disse: «La guerra civile continua nonostante la nostra richiesta a tutte le fazioni di fermarla e si perpetuano uccisioni tra fratelli, come Caino che uccide Abele, stupri, saccheggi, incendi di chiese, ospedali, scuole e villaggi. Il nostro Paese è nel mezzo di una terribile crisi umanitaria. La nostra gente lotta quotidianamente per sopravvivere. Milioni di sud-sudanesi sono colpiti dalla fame e costretti a fuggire o trovare rifugio nei campi profughi. È una guerra su base etnica». I vescovi e noi missionari abbiamo dovuto amaramente rilevare che lo spirito tribale prevale sullo spirito cristiano. Il perdono e la riconciliazione sono molto difficili. Ogni delitto chiede una rivendicazione.
Noi e le suore resistiamo
Sono stato nella nostra scuola salesiana elementare di Maridi che confina con l'Uganda, una regione fertilissima che potrebbe produrre cibo in abbondanza per tutto il paese. La gente non coltiva perché molti terreni sono ancora disseminati di mine antiuomo, molte Made in Italy. La gente aveva promesso al vescovo che, pur essendo di diverse etnie, non si sarebbero combattuti a vicenda ma improvvisamente un gruppo di ribelli, alleati con l'ISIS attaccò il villaggio dando fuoco alle capanne, stuprando le donne e portando via i bambini. La gente per difendersi fu costretta a imbracciare il mitra e sparare, lo scontro di un giorno costò un centinaio di vite umane. I ribelli attaccarono l'ospedale eliminando i pazienti che erano a letto per far posto ai loro feriti. I dottori e le infermiere scapparono, il nostro dispensario tenuto dalle suore salesiane fu l'unico posto per curare i feriti. Le due suore infermiere, pur non avendo esperienza, per salvare la vita di tanti feriti dovettero amputare mani e gambe ed estrarre pallottole dalle ferite. Il nostro parroco mi racconta che giorni fa i ribelli hanno strappato dalle braccia delle mamme 15 bambine per i loro sporchi piaceri. La vita è diventata sempre più pericolosa e terrificante, con una povertà assoluta, appena l'indispensabile per non morire di fame.
Come risposta, noi Salesiani nel Sud Sudan con i nostri volontari viviamo in continua emergenza, impegnati 24 ore su 24, pronti ad accogliere, assistere, e curare specialmente i bambini del nostro campo profughi, stiamo facendo tutto il possibile per salvare i salvabili, con le cure mediche del dispensario, per curare la malaria e il colera e provvedere ad altre necessità per sopravvivere.
In questa emergenza di vita o di morte per salvare una vita, bastano 5 euro per comprare una dose di pastiglie per bloccare la malaria. Nel Nord Sudan, dove comanda un governo fondamentalista islamico, la situazione si fa sempre più difficile, i pochi salesiani cercano in tutte le maniere di mandare avanti le tre opere nonostante le difficoltà e i problemi che il governo islamico impone. Nel sud, avevamo cinque presenze salesiane, una è stata distrutta dai ribelli e la maggioranza della gente è fuggita in Uganda, nelle altre quattro opere, in ognuna abbiamo un dispensario medico, la scuola primaria e secondaria, la parrocchia e due scuole tecniche.
Davanti a questa situazione di conflitti etnici, di genocidi spietati, l'avidità del potere e del denaro e lo sfruttamento delle multinazionali nell'impadronirsi delle ricche risorse naturali, noi salesiani siamo convinti che solo attraverso l'educazione dei più piccoli, insegnando il perdono, la riconciliazione e il rispetto dei diritti umani, possiamo formare la futura generazione che dovrebbe fermare queste lotte fratricide.
Per questo, grazie al novantenne don Donati, abbiamo lanciato due progetti. Uno per la costruzione di 100 scuole elementari, che affidiamo ai vari Vescovi per gestirle. È un vero miracolo visibile della Divina Provvidenza, in 3 anni ben 74 scuole elementari sono già state costruite dando la possibilità a circa 18000 bambini di andare a scuola.
L'altro è un Progetto di Sviluppo Agricolo. Il Sud Sudan è circa quattro volte più grande dell'Italia e solo il 30% della terra è coltivata e ci sono solo 11 milioni di abitanti. Siamo convinti che solo coltivando la terra si possa dar da mangiare ai 4 milioni di persone che stanno morendo di fame, solo facendoli crescere, sviluppare e vivere nella propria terra risolviamo il problema delle lotte tribali e dell'emigrazione indiscrimata e clandestina. Se l'Africa fosse sviluppata e non derubata, potrebbe diventare il granaio del mondo e produrre cibo per tanta gente.
Ci manca tutto, tranne la fiducia nella Divina Provvidenza e nella Madonna di don Bosco, che finora non ci ha mai abbandonato.