I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

L'INVITATO

SALVO GANCI

«Tutta la mia vita di prete è stata con i filippini»

Don Giovanni Benna, figlio di due patrie, “parroco” dei diecimila filippini di Torino.

“Dovete essere missionari nella testa, nella bocca, nel cuore”: don Giovanni Benna, 84 anni, missionario salesiano nativo di Chieri e vice decano della comunità filippina a Torino, nella chiesa di San Giovanni Evangelista, ama ripetersi questa frase del beato Giuseppe Allamano ogni giorno, da 56 anni. Da quel suo primo atto d'amore che si realizzò nell'obbedienza all'Ispettoria salesiana del Piemonte che decise di destinarlo, nel 1962, in missione nelle Filippine, dove è rimasto fino al 1997, anno in cui è rientrato a Torino. “Tutta la mia vita di prete è stata con i filippini, non ho mai lavorato con altre comunità”, ci dice don Benna con l'emozione di chi si sente figlio di due patrie. “Nel 1961 - continua Benna - sono stato ordinato prete: mi sono subito messo a disposizione dei superiori. In quegli anni l'Ispettoria del Piemonte poteva contare su molti preti: quando fui ordinato solo circa una trentina erano i salesiani del Piemonte, e di questi una decina partì missionario. Non avendo nessun vincolo ben preciso, mi sono messo a disposizione per la missione. I superiori mi destinarono in Birmania, dove però non ottenni il permesso di soggiorno, essendo una nazione comunista. Fui costretto quindi a rientrare a Torino, in attesa del permesso di soggiorno che però non arrivò mai. Dopo un anno l'Ispettoria del Piemonte decise allora di cambiarmi destinazione, mandandomi nelle Filippine, dove in quella fase storica 'c'era bisogno di fortificare la Chiesa' come mi spiegarono i miei superiori. E da Genova in nave sono arrivato a Manila, capitale delle Filippine. Non conoscevo nessuno, non parlavo l'inglese né la lingua del posto, il tagalo, non sapevo nemmeno che esistessero quei territori. Io avevo studiato le lingue classiche, parlicchiavo solo un po' di francese.
Un primo impatto in terra straniera abbastanza sconvolgente.
Come ogni cambiamento repentino. Il primo anno è stato davvero difficile, per il clima diverso, per il cibo (riso e pesce ovunque, mai pasta o salame, pensavo di morire!), ma soprattutto perché, non conoscendo, non riuscivo a esprimermi, ad entrare in relazione con gli altri. Il filippino pensa poi che tutto il mondo parli inglese, che per loro è una lingua colta, che chi ha studiato deve sapere e poi in realtà non è così. La mia prima esperienza nelle Filippine è stata comunque “mediata” dal seminario, dove per 5 anni mi sono dedicato, per l'appunto, allo studio delle lingue. Ho chiesto io stesso poi di andare tra la gente, tra i baraccati di Tondo dove, nel novembre del '70, abbiamo avuto la visita di papa Paolo VI, giunto nelle Filippine nonostante il parere contrario del governo del dittatore Marcos. Da lì poi mi sono spostato a sud di Manila, tra i piantatori di canna da zucchero.
La dittatura vi ha dato altri problemi?
No. I fastidi provenivano per lo più dalle autorità locali che non vedevano di buon occhio le mie opere tra la gente che in massa mi seguiva, perché si rendeva conto che io lavoravo per loro. Ho fatto costruire palestre, ospedali, tra cui il Santa Chiara, dal nome delle suore oblate ospedaliere di Firenze che ho chiamato per gestire la struttura e dalla cui realtà sono nate ben 20 vocazioni per quella Congregazione, oltre a ben 25 chiese, quasi una per ogni anno di mia permanenza e 16 scuole della comunità che provvedevo io stesso a coordinare: partivo dalla cappella, dal centro sociale alla scuola, fino al centro infermieristico, nella nostra zona con 60 mila abitanti non c'era un medico.
Aveva in mano il controllo della situazione...
E questo alle autorità non andava. C'era un qualunque guasto? Bene, ci si recava in massa dalle autorità (che invece trascuravano il popolo) per chiedere di risolvere il problema. Una volta al mese con oltre cento catechisti andavamo insieme a pulire le strade. Mi hanno sparato due o tre volte, se sono qui a parlare mi è andata bene.
E con i musulmani e le altre minoranze religiose?
La convivenza è stata (ed è) pacifica. Io comunque ho operato per 25 anni a sud di Manila, precisamente a Calamba, dove in linea di massima non ci sono musulmani. Il sud è pericoloso per via della zona montuosa piena di foreste, dove ci sono i ribelli che combattono contro il governo dei ricchi. Il povero nelle Filippine non ha voce, le istituzioni e i media sono tutti in mano ai ricchi, l'informazione è di conseguenza manipolata. Quelle poche famiglie che possiedono tutte le terre sfruttano chi le lavora, dando loro un salario da fame. Io ho fatto da mediatore diverse volte, per 10 anni sono anche stato cappellano militare, conosco bene il disagio dei meno abbienti, dei ribelli che vogliono combattere l'ingiustizia sociale con la violenza, e quanto sia devastante questo conflitto interno.
Quindi lei oggi continua a fare il missionario in Italia seguendo qui a Torino la comunità filippina...
che è riuscita ad ambientarsi abbastanza bene, il cui esodo silente è cominciato a partire dagli anni ྂ. Nella sola città di Torino i filippini sono circa 10mila: la maggior parte svolge i lavori di domestico, badante, baby-sitter. Si sono fatti subito conoscere per la loro lealtà, onestà, tanto che i padroni di casa lasciano loro persino le chiavi della propria abitazione. Pochi si sono lanciati nella sfida imprenditoriale: il filippino per natura non ha un carattere molto intraprendente. Ho già benedetto una decina di ristoranti ma in pochi hanno continuato la loro attività, gli altri sono falliti. Il filippino si accontenta di poco, gli basta giusto il minimo indispensabile per sbarcare il lunario, per tirare il mese e andare avanti, non si creano troppe aspettative in questo senso.
Come seguite la comunità filippina qui a Torino?
Esiste una convenzione tra i salesiani del Piemonte, l'Arcivescovado e i salesiani filippini. Noi salesiani abbiamo messo a disposizione lo spazio e i locali per la comunità filippina, l'Arcivescovo ha istituito questa Cappellania che funziona similmente ad una Parrocchia, che gestisco direttamente insieme al cappellano don Nesty, salesiano filippino. Ogni domenica mattina seguiamo un gruppo di 150 tra bambini e ragazzi per il catechismo, dalla prima elementare fino alle superiori. Mettiamo loro a disposizione la palestra dell'Oratorio dove proponiamo attività sportive all'aperto (da loro si gioca sempre al chiuso, al coperto a causa del sole forte), come il calcio e la pallacanestro, sport prediletto dai filippini). Ma c'è spazio anche per i genitori, i parenti: con gli adulti svolgiamo una quindicina di attività, che vanno dall'artigianato ai laboratori creativi fino alla scuola di cucina, oltre agli incontri di preghiera.
Come è nata la sua vocazione salesiana?
Colpa di don Bosco. A Chieri, mio paese natio, don Bosco ha vissuto per dieci anni, quelli della sua formazione. Nel 1945 ho terminato la scuola elementare, era da poco terminata la guerra, tutto era andato distrutto, persino le scuole. I salesiani hanno aperto in quel periodo le scuole medie a Chieri: ricordo ancora quando mi arrivò la lettera a casa con la quale i parroci dei paesi vicini ci informavano dell'apertura della scuola. Sono venuto così a conoscenza dei salesiani, prima di allora non sapevo nemmeno chi fossero. Insieme al nonno ci siamo recati, in bicicletta, a visionare la struttura. Era lƇ settembre del 1945 e io fui il primo iscritto alla casa salesiana di Chieri, dove ho passato i 5 anni più belli e intensi della mia vita: 3 anni di scuole medie, 2 di ginnasio. Mi sono reso conto che quella era la vita che avrei voluto vivere, mi si addiceva e sono andato avanti senza troppi ripensamenti, seppur con qualche difficoltà. Ho vissuto tutto l'iter di formazione salesiana, dagli studi filosofici e teologici fino al tirocinio nelle case salesiane di Valdocco e Lombriasco. E poi via nelle Filippine, ed eccomi con i filippini in Italia: perché, come scrive il missionario dehoniano Paolo Tanzella, l'epopea missionaria non è tutta nella partenza.
Rifarebbe tutto?
Certo. L'unica cosa di cui mi pento - non me ne volete - è il mio rientro in Italia. Avrei voluto morire nelle Filippine. L'avevo indicato anche nel mio testamento, poi ho dovuto modificarlo. Nelle Filippine c'è ancora la prassi della preghiera per i defunti, è un culto molto sentito. Per questo avrei voluto essere sepolto lì: per ritornare alle mie “seconde origini”, e per la certezza che almeno qualche amico sarebbe venuto a pregare sulla mia tomba.