I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

GIAMPIETRO PETTENON - info@missionidonbosco.org - www.missionidonbosco.org

Myanmar frontiera salesiana

Un paese a maggioranza buddista dalle grandi possibilità economiche ma travagliato da divisioni, che ama e apprezza i salesiani.

Anisakan è l'opera più antica dei salesiani in Myanmar. Il collegio è stato frequentato anche dall'attuale cardinale di Yangoon, Charles Bo, salesiano, primate del Myanmar.
I salesiani hanno in questa cittadina, che si trova a circa 1000 metri di quota, un collegio nel quale accolgono 130 ragazzi, cattolici, che frequentano le scuole cittadine dal sesto al decimo grado (dagli 11 ai 16 anni). L'attuale governo del paese, controllato dai militari, non permette ai salesiani di aprire scuole. Quindi ci dobbiamo “accontentare” di offrire ai ragazzi l'esperienza complementare alla didattica, che è quella del convitto. Si tratta dell'attività che anche noi in Italia facevamo fino all'avvento del boom economico degli anni '60: i ragazzi sono accolti in casa salesiana per ben 11 mesi all'anno, senza mai poter ritornare a casa durante l'anno scolastico, perché le distanze e l'assenza di mezzi di trasporto non favoriscono gli spostamenti.
Immaginate la fantasia che devono avere i salesiani per tenere occupati i ragazzi di questa età, aiutandoli anzitutto nello studio e poi coinvolgendoli in mille attività di gruppo per passare il tempo in maniera sana ed educativa. Sport, teatro, musica, preghiera sono gli ingredienti che, da don Bosco in poi, sono l'anima del sistema preventivo salesiano.
Il direttore della casa salesiana, don Zeya Aung Bosco, ci ha detto molto sinceramente che fino a qualche tempo fa per poter essere ammessi al collegio bisognava manifestare il desiderio di diventare salesiani. I genitori per primi, all'atto di iscrivere il figlio, dichiaravano che questi aveva manifestato l'intenzione di farsi salesiano, premessa necessaria per poter essere accolti! Ora non è più così. Quando i genitori premettono quella frase di rito, consigliati di farlo, si sentono rispondere dal direttore che non è bene dire le bugie. Dopo un attimo di smarrimento, si apre un sorriso nei genitori e nel ragazzo da accogliere, perché il direttore chiede direttamente al ragazzo se desidera impegnarsi nello studio e diventare felice nella vita futura, accogliendo la vocazione che il Signore ha in serbo per lui, sia essa quella di farsi salesiano o di formare una bella famiglia.
Di fatto, comunque, da Anisakan continuano a venire le vocazioni salesiane del Myanmar. Perché la vita in comune e fianco a fianco con una bella comunità di salesiani giovani che vivono con i ragazzi tutto il tempo della giornata e dell'anno, pone in maniera forte la domanda vocazionale ai ragazzi più grandi, che prima di concludere gli studi, bussando alla porta del direttore gli dicono apertamente che hanno il desiderio di iniziare il cammino alla vita religiosa salesiana.
Questi 130 ragazzi vengono da tutto il paese e sono in gran parte di famiglie povere. Per un anno intero di mantenimento in collegio i salesiani chiedono ai genitori un contributo spese di 300 euro all'anno. Ma la metà di questi non riesce nemmeno a pagare questo piccolo contributo e sono accolti gratuitamente dai figli di don Bosco. Bisogna quindi industriarsi per dar loro da mangiare. Centotrenta bocche da sfamare tutti i giorni, e di ragazzi che stanno crescendo, sono una bella sfida per l'economo della casa. Ecco allora che a fianco del collegio c'è una grande fattoria con maiali, galline, oche... e l'orto.
I tagliatori di teste
La gente del Myanmar è gentile e sorridente, prodiga di inchini e di attenzioni verso gli ospiti. Parlano lentamente, senza mai alzare la voce, e ti guardano con grandi occhi neri, leggermente allungati all'orientale, con un atteggiamento di curiosità misto a timidezza che caratterizza soprattutto lo sguardo delle donne e dei bambini.
I salesiani sono presenti nel Myanmar quando era ancora una colonia britannica, coordinati nei primi periodi dall'Ispettoria salesiana di Calcutta, in India. Crescendo di numero, e dopo l'espulsione dei missionari stranieri ordinata dal governo militare negli anni '70, sono diventati negli ultimi vent'anni un'ispettoria autonoma che attualmente conta 85 confratelli salesiani, di cui più di un terzo (32) sono in formazione iniziale.
Operano in 11 case salesiane sparse in tutto il paese, da nord a sud, con attività educative che però non prevedono la scuola, prerogativa dello stato.
A Yangon, la capitale, che oggi è una metropoli di circa sette milioni di abitanti, abbiamo incontrato il superiore religioso, l'Ispettore come lo chiamiamo noi salesiani, padre Charles Saw di 55 anni e 35 di vita salesiana. Nel dialogo con lui abbiamo colto alcune priorità e obiettivi specifici che i figli di don Bosco si stanno dando per il prossimo futuro, in risposta ad alcuni bisogni di quella terra, ed in particolare dei ragazzi più poveri.
Padre Charles ci ha parlato di un fronte missionario “ad gentes” vero e proprio a Pang Wai, nella zona a nord est del Myanmar, al confine con la Cina. È una zona definita dal governo “abitata da ribelli”. Sono tribù isolate, di religione animista, tagliatori di teste! Non è un modo di dire, è ancora oggi il modo in cui si regolano i conti da quelle parti.
Il vescovo locale di quel vasto territorio montuoso, ricco di miniere di pietre preziose, in particolare di rubini, ha chiesto in passato ai salesiani se hanno coraggio e forza per portare il Vangelo anche a quelle popolazioni. I giovani sono presenti, anzi, sono molti. Come dire di no? I contatti dei salesiani con le tribù locali sono già stati fatti da alcuni anni. Anzi, proprio lo stesso padre Charles quando era giovane prete è entrato in relazione con questa gente e, ci hanno raccontato i salesiani, ha salvato la vita ad un bambino appena nato. La mamma era morta di parto nel dare alla luce il bambino e, per la superstizione di quelle tribù, se la madre muore di parto la causa è da addebitare al bambino che è nato. Quel bambino porterà sfortuna alla famiglia e dunque deve essere ucciso subito e sepolto assieme alla madre. Padre Charles che assisteva la moribonda, sentito quale sarebbe stata la fine del bambino appena morta la madre, ha implorato i capi del villaggio di consegnare a lui il neonato promettendo che l'avrebbe portato il più lontano possibile dal villaggio e che non l'avrebbero visto mai più. Così è stato, infatti. Il bambino venne portato in un orfanotrofio di suore al sud del paese, nella zona di Yangon, ed ora è un adolescente che si prepara a diventare un uomo adulto.
Dopo anni di contatti con queste tribù, ci pare che ora possiamo iniziare un'attività sistematica ed organizzata in una decina di queste, che accolgono più benevolmente la nostra presenza.
Doposcuola e dispensari
Il secondo obiettivo che ci ha presentato l'Ispettore, padre Charles, è invece localizzato nel Centro di Addestramento Professionale salesiano di Myitkyina, nel nord del paese. Qui abbiamo attivato da anni diversi corsi annuali di formazione professionale in vari settori: saldatura, elettricità, motoristica, carpenteria, informatica, cucina. Il centro però ha bisogno di essere ampliato e consolidato perché la domanda di formazione è molto alta e i ragazzi vengono anche da molto lontano.
L'ultimo aiuto che padre Charles ci ha proposto e sul quale si vogliono impegnare come salesiani è a Yangon, nella zona ovest della città dove sono concentrate le fabbriche che negli ultimi anni stanno crescendo come funghi ed attirano molta manodopera in cerca di un posto di lavoro per sfamare la famiglia. Come capita sempre in questi nuovi quartieri che si sviluppano attorno alle zone industriali, la delinquenza trova facile terreno per radicarsi, le famiglie sono fragili, la violenza e il regolamento di conti sono all'ordine del giorno. In questo quartiere il cardinale Charles Bo ha chiesto a noi salesiani e alle suore Figlie di Maria Ausiliatrice di aprire un'opera educativa e ci ha anche affidato la nuova parrocchia. Abbiamo costruito la chiesa in mezzo ai capannoni delle fabbriche, ma le autorità governative sono arrivate e hanno sequestrato l'edificio perché avevamo cominciato ad usarlo senza il permesso del governo (mancava l'autorizzazione all'esercizio del culto). Ci è stato riferito che le tensioni presenti nel governo del paese con i musulmani, anch'essi minoranza come noi cattolici, ma irrequieti e pronti a scontri quasi quotidiani, hanno indotto le autorità ad un controllo molto stretto sulla presenza e l'attività di predicazione che viene svolta nelle moschee. La medesima norma l'hanno applicata per noi cattolici, chiudendoci la chiesa perché privi dei documenti per l'esercizio del culto. La strategia che il Superiore salesiano ha pensato per farci ben accogliere da questo quartiere, mentre si portano avanti le pratiche per ottenere l'autorizzazione a riaprire la chiesa, è quella di realizzare due attività molto apprezzate dalla povera gente. Intendiamo aprire un doposcuola pomeridiano e un dispensario medico. Ci prendiamo cura della loro salute e della formazione dei loro figli. In questo modo la gente capirà che non siamo dei predicatori fanatici sobillatori del popolo, ma siamo in quella terra a servizio dei poveri e dei più deboli.

MANDALAY
Nel nostro viaggio in Myanmar abbiamo fatto visita all'opera salesiana di Mandalay. Si trova nella città che fu capitale del regno del Myanmar nel XIX secolo, capitale che poi gli inglesi, nel periodo coloniale, spostarono a Rangun, ora chiamata Yangon, a sud del paese, vicino al mare.
In questa grande città, la terza del paese, con un milione di abitanti, i salesiani avevano un grande collegio maschile ed una bella chiesa pubblica in stile neo gotico fondata nel 1957 ma che poi fu requisita dal governo quando espulse tutti i missionari stranieri. Dal 2005 siamo tornati a Mandalay ad occuparci dei più poveri e bisognosi: carcerati, malati di HIV, handicappati, ragazzi di strada, moribondi... Il cuore della nostra attività è la comunità alloggio dove sono accolti 25 ragazzi di strada e tutte le altre attività sono un complemento di questo servizio.
I salesiani della comunità locale, aiutati da educatori laici, coordinano i servizi della diocesi per la visita alle carceri del mandamento (4 maschili ed una femminile), l'ospedale dove sono ricoverati i malati terminali di AIDS e di cancro, gli orfanatrofi per ragazzi con handicap (c'è un grande istituto di ciechi). Vanno poi di sera ad incontrare i ragazzi che vivono in strada, e che trovano riparo sotto i ponti, lungo l'argine del fiume, attorno alla stazione ferroviaria. Come in tante altre esperienze simili, il primo approccio è fatto per creare amicizia e confidenza. Poi arriva l'aiuto materiale con un po' di cibo, un vestito, una medicina in caso di malattia. Così si crea la fiducia che è il presupposto per invitare il ragazzo ad entrare nella casa famiglia.