I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

A TU PER TU

O. PORI MECOI

«Siamo al fianco dei salesiani del Venezuela»
(don Ángel Fernández Artime)

Incontro con don Roman Cena
da La Dolorita, Caracas

«Vogliamo costruire insieme un Venezuela realmente democratico, in cui tutti ci sentiamo accolti, figli di Dio e fratelli che vivono in armonia e in pace, in cui siano rispettate le libertà fondamentali delle persone ed esistano possibilità di sviluppo».

Si può autopresentare?
Mi chiamo don Romano Cena, ho 78 anni, sono salesiano da 60 anni e sacerdote da 50. Sono arrivato in Venezuela nel 1956, quando avevo 17 anni, per seguire il percorso del Noviziato. Sono nato a Torino. Attualmente lavoro in una parrocchia molto grande alla periferia di Caracas, in cui vivono tante persone alle prese con difficoltà economiche.
Qual è stata la sua esperienza più bella?
Ho vissuto tante esperienze; posso dire che praticamente tutta la mia vita sia stata un'esperienza benedetta da Dio. Ricordo, in particolare, che quando avevo 54 anni domandai all'ispettore di permettermi di frequentare un corso che mi servisse per l'aggiornamento, oltre a costituire un periodo di riposo. Ricevetti invece l'obbedienza, insolita e inaspettata, di andare a lavorare in un centro che si occupava di inserimento nella grande baraccopoli di Petare. L'opera era atipica; si trattava di vivere a contatto con gli abitanti della baraccopoli, in una casa in mezzo alle altre, e di là promuovere l'evangelizzazione su vari fronti in molti altri quartieri. Accettai subito. La prima volta entrai nella baraccopoli con una certa apprensione; ben presto, però, quando attraversavo il confine del quartiere mi sentivo “a casa”: provavo un senso di insicurezza al suo esterno. Anche l'opera di evangelizzazione fu molto interessante, perché il quartiere diventò per me casa, scuola, giardino e parrocchia... e la gente lo percepiva così. Noi Salesiani eravamo considerati parte del loro mondo. Dopo aver vissuto questa esperienza per 11 anni, posso dire che siano stati gli anni migliori della mia vita salesiana, quelli che mi hanno veramente avvicinato al cuore delle persone, di quelli che sono stati i miei veri maestri.
Com'è nata la sua vocazione? Come ha reagito la sua famiglia? Perché è partito per le Missioni?
La mia vocazione si è manifestata gradualmente. La mia famiglia era molto religiosa: i miei genitori nutrivano una profonda fede cristiana ed entrambi facevano parte dell'Azione Cattolica. Sono il quinto di sei figli, tutti maschi. Fin da bambino cominciai a partecipare assiduamente insieme ai miei fratelli alle attività della nostra Parrocchia, la chiesa di Santa Teresina in via Caboto. Ero uno tra i bambini più assidui al catechismo, ero ministrante, facevo parte del gruppo di aspiranti dell'Azione Cattolica. Di quegli anni conservo il vivo ricordo delle occasioni in cui la mia mamma accompagnava i figli più piccoli ai Santuari della Consolata e di Maria Ausiliatrice; quest'ultimo mi affascinava in modo particolare. Prima di andare via, la nostra mamma ci presentava al sacerdote che prendeva nota delle Messe e gli chiedeva di impartirci la benedizione di Maria Ausiliatrice perché fossimo buoni. Fin da bambino ero attratto dal clima salesiano che si respirava nell'Oratorio Salesiano della Crocetta, vicino a casa dei miei cugini (uno di loro, Ugo, diventò coadiutore salesiano). Ricordo che leggevo con piacere le storie di don Bosco e di Domenico Savio. Nella mia parrocchia, poi, i catechisti ci proponevano anche le filmine su don Bosco. La prima persona ad accompagnarmi nel mondo salesiano fu un sacerdote, don Mario Tricerri, segretario dell'Ateneo Salesiano, che tutti i giorni celebrava nella mia parrocchia la Messa che io servivo. Questo sacerdote mi indirizzò a un altro Salesiano, don Sereno da Frosi, che fu ordinato sacerdote quello stesso anno e propose ai miei genitori di mandarmi nell'aspirantato di Castelnuovo, che proprio quell'anno si trasferì a Bagnolo. Là, nel calore di quell'ambiente, maturai il desiderio di essere salesiano e missionario.
E perché proprio in Venezuela?
Il nostro aspirantato era sovvenzionato dall'Ispettoria del Venezuela. Ogni anno celebravamo solennemente la festa dei sacerdoti novelli: tra loro c'erano molti Venezuelani. Cominciarono così a partire per il Noviziato in Venezuela i primi gruppi di compagni di studi. Mandavano poi le loro esperienze di viaggio, che leggevamo con piacere in refettorio. Vivevamo un vero e proprio clima missionario. Quando frequentavo il quinto anno di studi, per me fu naturale chiedere di andare in Venezuela e frequentare là il Noviziato. I miei genitori diedero il consenso, non senza una certa apprensione.
Ho seguito qui in Venezuela il mio percorso di formazione, a partire dal Noviziato. Mi sono identificato completamente con la mia nuova patria e con la mia missione. I passi compiuti nella vita salesiana, il noviziato, la prima professione, gli studi di filosofia, il tirocinio, la professione perpetua e, infine, gli studi di teologia e l'ordinazione sacerdotale a Roma, mi hanno aiutato a perseverare nella mia vocazione.
Il primo anno dopo l'ordinazione sacerdotale, che è coinciso con l'ultimo anno di studio della teologia, è stato decisivo. Prima di tornare in Venezuela, nel mese di agosto, l'Ispettore mi permise di vivere un'esperienza speciale in una comunità internazionale di 50 sacerdoti e seminaristi. Ricordo che il responsabile mi pose una domanda semplice: «Qual è il tuo ideale?». Risposi istintivamente: «Essere sacerdote salesiano e missionario». Il responsabile mi guardò e disse: «Questo ideale non basta; il tuo ideale deve essere Dio». «Certo», replicai. «No», continuò il mio interlocutore, «non può essere dato per scontato. L'ideale deve essere solo Dio, e per Lui, se questa è la sua volontà, devi essere disposto a sacrificare il progetto di essere sacerdote salesiano e missionario». Questo dialogo mi fece andare in crisi e mi aiutò a comprendere che Dio, in realtà, occupava il secondo posto nella mia vita, mentre altri ideali, che pur essendo buoni erano passeggeri, assorbivano le mie aspirazioni e la mia vita... Ripensando ora alla mia vita, ringrazio quel sacerdote svizzero, Tony Weber, che mi fece aprire gli occhi, perché fino a quel momento ero andato avanti raggiungendo vari obiettivi, ma ora che ero sacerdote, quale sarebbe stata la mia meta successiva? Mi tornarono in mente le parole che Ignazio di Loyola rivolse a Francesco Saverio, che era allora studente universitario: «se poi?». Quelle parole aiutarono Francesco Saverio a scoprire che in fondo ai suoi ideali c'era la morte, ma Dio lo chiamava alla vita.
In tutti questi anni ho vissuto diverse esperienze e varie scoperte, ma sempre in quest'ottica. La mia età ormai mi porta ad avvicinarmi alla conclusione e vivo tante situazioni in tono minore, per limiti dovuti alla salute, per il calo delle forze a livello fisico e per la capacità di lavorare che si riduce. Tutto questo mi porta davvero a credere e a vivere sempre più secondo il motto “Solo Dio basta”.
Com'è l'opera in cui lavora attualmente?
Attualmente lavoro in una parrocchia alla periferia di Caracas, nella zona montuosa di Mariche. Nel corso degli ultimi cinquant'anni, tante persone hanno occupato questo territorio costruendovi la loro casa, senza alcun controllo e tanto meno una pianificazione. Per questo motivo l'area è sovrappopolata (la nostra parrocchia ha oltre 100.000 abitanti) e scarseggiano molti servizi di base. Un altro Salesiano e io prestiamo qui la nostra opera, che in pratica è completamente assorbita dall'evangelizzazione, ma il nostro raggio d'azione è limitato. Siamo spiacenti di vedere questo immenso numero di persone senza alcuna assistenza, soprattutto bambini e giovani, che finiscono per entrare nella logica del vagabondaggio e del crimine.
L'anno prossimo, a Dio piacendo, dovremmo essere 4 o 5 a lavorare qui, perché nel fine settimana saremo aiutati da alcuni studenti di teologia.
Quando sono arrivati i Salesiani in Venezuela?
I Salesiani sono arrivati in Venezuela nel mese di novembre del 1894. Erano stati mandati da don Rua.
Quali sono le opere principali dei Salesiani in Venezuela?
Lavoriamo principalmente con i bambini e con persone in difficoltà economiche. Abbiamo un discreto numero di parrocchie, in zone popolari e povere. Nell'ambito educativo, stiamo affidando progressivamente le scuole ai laici della Famiglia Salesiana, riservandoci la pastorale. È stata creata una rete chiamata “Casa Don Bosco” per i ragazzi di strada, che comprende una decina di opere coordinate dai Salesiani. È stata anche istituita l'organizzazione “Giovani e Lavoro” per i giovani privi di istruzione che vogliono formarsi per il lavoro. Nella nostra parrocchia sono operativi due di questi centri. L'organizzazione comprende complessivamente una quindicina di centri. Ci è stato affidato il Vicariato Missionario dell'Amazzonia, con diversi centri missionari, con priorità per quelli al servizio degli Yanomami, i primi contatti con i quali risalgono ai padri Luigi Cocco e Alfredo Bonvecchio: sono attive due scuole bilingui e viene svolto un interessante e proficuo programma di catecumenato con gli indios. Purtroppo avvertiamo il problema della carenza di personale, ma negli ultimi due anni abbiamo dato alla Chiesa quattro Salesiani che sono stati consacrati vescovi in zone disagiate.
Il nostro Ispettore è stato eletto presidente del CONVER, un'organizzazione che riunisce i religiosi del Venezuela.
Come ci vede e considera la gente?
Generalmente godiamo di buona reputazione: le persone ci sentono vicini, partecipi della loro vita, soprattutto in queste circostanze critiche in cui viviamo.
Come sono i giovani venezuelani?
Sono allegri, spontanei, molto aperti, amano fare festa, anche se sono condizionati dalla situazione attuale. Non perdono comunque il senso dell'umorismo e la dignità: occorre compiere uno sforzo per comprendere la situazione precaria in cui stanno vivendo, caratterizzata da mancanza di cibo, di opportunità, di ideali. Da oltre due mesi il Venezuela rivendica i diritti lungo le strade: a causa della repressione sono morte settanta persone, in maggioranza giovani e adolescenti, oltre mille giovani sono stati arrestati e altrettanti, se non di più, sono rimasti feriti nelle manifestazioni. I primi ad agire sono sempre i giovani. Sono ammirevoli l'inventiva e lo spirito di sacrificio che manifestano per cercare di fare in modo che il Venezuela torni a essere quello di sempre, in cui tutti possano sentirsi a proprio agio e vivere come fratelli.
Quali sono i problemi più sentiti, oggi?
È difficile dire quali siano i problemi più pressanti di oggi, ma si può dire senza tema di smentita che oggi tutto sia un problema: mangiare, ammalarsi, uscire, lavorare, andare a effettuare acquisti: non c'è denaro a sufficienza, l'insicurezza ci spaventa (non si può lasciare la casa incustodita, perché al ritorno la si può trovare svaligiata, si registrano furti continui e violenza) viviamo senza alcuna protezione da parte della pubblica autorità (la polizia è corrotta), senza tutela da parte della legge, poiché il governo fa di tutto per distruggere la nostra Costituzione e imporre una Costituzione comunista.