I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA LINEA D'OMBRA

ALESSANDRA MASTRODONATO

Prigionieri di un'eterna precarietà

Oggi diventa essenziale allenarsi a coltivare e consolidare la virtù della perseveranza, la capacità di insistere nel cammino, assecondando il cambiamento e, se necessario, modificando in itinere il percorso, pur restando fedeli a se stessi, ai propri ideali e ai propri progetti.

Uno “stabile” precariato. La condizione dei giovani adulti è, oggi più che mai, fatta di ossimori. Quella che dovrebbe essere una fase transitoria, un necessario momento di passaggio nel percorso di costruzione di un compiuto progetto di vita, finisce spesso con il diventare un dato strutturale, un tratto ineliminabile dell'adultità, che interessa non solo la sfera del lavoro, ma anche quella delle relazioni e degli affetti. Uno stato permanente di sospensione che porta con sé un lungo strascico di incertezze, frustrazioni, sensi di colpa, dilatando indefinitamente l'“apprendistato alla vita” e posticipando all'infinito l'obiettivo del raggiungimento di una certa stabilità esistenziale.
L'identità dei giovani adulti si cristallizza, così, in un eterno essere in prova, in una incessante corsa a ostacoli per la sopravvivenza, intrappolata in un limbo in cui alle crescenti responsabilità in ambito familiare e lavorativo spesso non fanno riscontro maggiori sicurezze e riconoscimenti. Effetti collaterali ne sono i tanti equilibrismi a cui i giovani sono ormai avvezzi e, non di rado, un forzato nomadismo che costringe molti di loro a peregrinare da un lavoro all'altro, da una città all'altra, da una vita all'altra. Una mobilità estrema, al tempo stesso geografica ed esistenziale, che se da un lato può essere foriera di un arricchimento umano e culturale attraverso il confronto con realtà e prospettive diverse, dall'altro comporta talvolta il rischio di un disorientamento e di una perdita delle radici difficili da debellare.
Di fronte a questa situazione, oggi sempre più comune, è forte la tentazione di cedere al pessimismo e allo scoraggiamento, di adattarsi a indossare in perpetuo i panni del “supplente”, di circoscrivere la propria capacità di azione nell'orizzonte di un mero sopravvivere senza investire risorse ed energie in un più fecondo sforzo di trasformazione del reale. Soprattutto, appare sempre più arduo conservare intatti quell'entusiasmo, quella tenacia, quella voglia di mettersi in gioco che sono propri dei giovani e che, in una quotidianità spesso dura e spigolosa, rappresentano l'unico antidoto contro la passività e la rassegnazione, i soli atteggiamenti in grado di restituire valore e dignità ad ogni esperienza intrapresa, seppure “a termine” e provvisoria.
Diventa, allora, essenziale allenarsi a coltivare e consolidare la virtù della perseveranza, la capacità di insistere nel cammino, assecondando il cambiamento e, se necessario, modificando in itinere il percorso, pur restando fedeli a se stessi, ai propri ideali e ai propri progetti. Una “resistenza” attiva, che non si lascia scoraggiare dalla fatica, dalle battaglie quotidiane e dai fallimenti, ma sa trasformare anche la precarietà in un'occasione per mettersi continuamente alla prova, per sviluppare nuove competenze in termini di flessibilità e resilienza, per testare nuove strategie di navigazione in una realtà sempre più “liquida” e sfuggente. Perché se è vero che, nel presente momento storico, si fa fatica a trovare una “stella polare” che indichi con certezza la rotta da seguire, si può almeno cercare di attrezzarsi con bussola, binocolo e astrolabio per orientarsi nel difficile viaggio della vita e imparare a veleggiare in alto mare, anziché limitarsi a “tirare a campare” e “rimanere a galla”.

Quanto sopravvivrò
nel mio ruolo di supplente?
Non credo sarà facile per me
arrivare all'ultima ora indenne,
agli attacchi resistente.
La verità? C'è una novità,
ho qualcuno che mi ascolta,
che mi domanda:
“allora da che pagina a che pagina 'sta volta?”
Ma chi ha la luna storta dichiara apertamente:
“lei non conta niente”...
Io sono un portatore sano di sicuro precariato
e anche nel privato resto in prova
e ho un incarico a termine, lo so,
ma ho molta volontà, non c'è pericolo...
Figli della polvere raggrumata sotto ai banchi
anche per oggi non vi interrogo;
ho saputo già dal preside e dagli altri
che vi siete alzati stanchi.
Ma è l'ultima possibilità che ho
di chiedervi un piacere:
vorrei sapere chi mi imita e perché
non ne posso anch'io godere,
una volta sola,
prima di lasciare anche questa scuola...
Noi siamo portatori sani di sensi di colpa
e sulle mani abbiamo segni di medusa;
io ho il sospetto che non se ne andranno via,
ecco un esempio di eterna compagnia...

(Samuele Bersani, Sicuro precariato, 2006)