I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

PIERO GAVIOLI (da 50 anni in Congo)

Bukavu

Il Congo è un paese estesissimo e ricchissimo di risorse naturali dove la gente porta un peso enorme di sofferenza eppure manifesta ogni volta che può la gioia e la voglia di vivere. Anche qui, in una città del confine orientale, una comunità salesiana tiene aperta la porta della speranza.

La Repubblica Democratica del Congo preoccupa il mondo. La situazione politica ed economica è sempre più complicata. In un incantevole angolo al confine orientale con Rwanda e Burundi, sul lago Kivu, c'è la città di Bukavu. La natura è magnifica. La vita della gente molto poco.
Qualche mese fa nel suo ufficio, al centro di formazione professionale di cui era responsabile nella parrocchia Mater Dei di Bukavu, è stata uccisa suor Marie Claire Agano, congolese, della congregazione delle Francescane di Cristo Re. Colpita a morte in un assalto all'arma bianca, probabilmente da banditi che volevano rapinarla. Suor Marie Claire va ad aggiungersi a una lunga lista di religiosi che a Bukavu hanno donato la vita per il Vangelo. Non si può dimenticare, come hanno fatto tutti, la figura dell'arcivescovo Christophe Munzihirwa, pastore coraggioso di Bukavu, ucciso vent'anni fa in quest'area del mondo da troppo tempo senza pace.
Nel Sud del Kivu, la regione di cui Bukavu è capoluogo, il clima di violenza diffusa è alimentato dalla piaga dei «minerali insanguinati»: oro, coltan, cassiterite e tante altre ricchezze minerarie che continuano ad arricchire tutti tranne la popolazione congolese.

I salesiani di don Bosco a Bukavu
In questo contesto, i salesiani di don Bosco hanno scelto l'educazione dei ragazzi più poveri come via per cambiare la vita e per cambiare la società. Siamo presenti in Congo da più di 100 anni, abbiamo aperto scuole di ogni livello (ultimamente anche un Istituto superiore di Informatica e di Economia politica). Ma continuiamo ad avere una preferenza per l'accoglienza e l'educazione dei ragazzi di strada e dei ragazzi vulnerabili, a rischio.
È il caso dell'opera di Bukavu, aperta due anni fa. I salesiani sono stati invitati a Bukavu da un missionario saveriano di Parma, padre Giovanni Querzani, fondatore di vari progetti sociali nel quartiere di Kadutu. Tra l'altro, una scuola professionale, Tuwe Wafundi (“Diventammo artigiani”), per dare ai ragazzi esclusi dal sistema scolastico formale la possibilità di imparare un mestiere. Per garantire la continuità del suo lavoro, padre Giovanni ha chiamato i salesiani, noti per il loro carisma, per prendersi cura di ragazzi vulnerabili. Dopo un anno di ricerca e di tentativi, una comunità di tre salesiani si è trasferita nella casa di Kadutu il 25 agosto 2015 e ha assunto la direzione della scuola professionale.
La scuola di mestieri, diventata Centro Don Bosco Bukavu, si trova di fronte alla prigione centrale, a trecento metri da Piazza Indipendenza, dove si possono incontrare molti ragazzi di strada o in strada che esercitano le loro attività di sopravvivenza: lavare le auto, portare borse e sacchi, scaricare la spazzatura nel canale del quartiere, o semplicemente stare insieme per ammazzare il tempo. Come tutti i ragazzi provenienti da famiglie in crisi, devono arrangiarsi per sopravvivere. Per fare questo, tutti i mezzi sono buoni: piccoli lavori, furti, imbrogli, mendicità... La maggior parte di questi ragazzi ha un basso livello di istruzione, ha frequentato al massimo qualche anno di scuola elementare e poi ha abbandonato - meglio, sono stati cacciati - perché le loro famiglie vulnerabili non potevano pagare le tasse scolastiche. Altri ragazzi, vittime delle stesse condizioni, hanno trovato lavoro come scaricatori nel porto di Bukavu - a dieci minuti a piedi da casa nostra. Guadagnano qualcosa per sopravvivere, ma a che prezzo? Portano a spalla sacchi e casse di decine di chili. Dopo alcuni anni non ce la faranno più, e non sapranno fare nient'altro.
La scuola di mestieri. A questi ragazzi, di almeno 16 o 17 anni, abbiamo aperto gratuitamente la scuola di mestieri. Quest'anno, sono 116, non di più a causa della ristrettezza dei laboratori. Ce ne sono 40 in costruzione, 30 in meccanica automobile, 24 in falegnameria e 22 in saldatura. Hanno seguito prima un corso di due mesi (che continua in parte durante l'anno) di alfabetizzazione e di recupero scolastico, e poi otto mesi di pratica in laboratorio e tre mesi di tirocinio, in un'officina o in un cantiere. Non sarà facile per loro trovare lavoro, li accompagniamo con un assistente sociale e diamo loro un minimo di attrezzi, in maniera che possano fare qualcosa con le loro mani. Siamo ancora all'inizio dell'esperienza, aspettiamo qualche mese per verificarne i risultati.
E le ragazze? I mestieri che proponiamo sono tradizionalmente considerati come maschili. Tra i 116 apprendisti, ci sono 4 ragazze, una per laboratorio. Alle altre ragazze vulnerabili che chiedono un mestiere più “femminile”, proponiamo di iscriverle al Centro Nyota, vicino al Don Bosco, dove possono seguire corsi di alfabetizzazione e imparare il mestiere di sarta e di parrucchiera.
Per una sessantina di bambini e bambine più piccoli, che possono frequentare la scuola elementare e la scuola media, il Centro Don Bosco, con l'aiuto del sostegno a distanza, paga almeno la metà delle spese scolastiche (chiediamo una partecipazione ai genitori che possono darla).

L'oratorio
Fin dall'inizio della nostra presenza a Bukavu, nonostante la ristrettezza del nostro cortile (20×20 m), abbiamo accolto i bambini del quartiere per attività ricreative e culturali. Un centinaio di bambini e bambine dai 6 ai 14 anni vengono all'oratorio quattro pomeriggi alla settimana per giocare a calcio o a giochi di sala (dama, carte, ping-pong...), ma anche per leggere, cantare, preparare una scenetta teatrale...
Durante le vacanze estive, organizziamo attività di tipo GREST, aiutati da una ventina di animatori volontari.
Appena arrivati a Bukavu, siamo stati avvicinati da decine di giovani che volevano aspirare alla vita salesiana. Li abbiamo ascoltati e abbiamo offerto loro un percorso formativo della durata di un anno scolastico, da esterni. Quelli che abitano nelle vicinanze vengono ogni giorno al Centro Don Bosco, dove danno una mano al mattino nelle attività della scuola e il pomeriggio all'oratorio. Tutti vengono il sabato mattina per un corso introduttivo alla vita consacrata salesiana e un corso di aggiornamento di francese scritto e parlato, in cui spesso sono deboli.

Prospettive future
La scuola dovrebbe aprire le nuove sezioni di aggiustaggio-saldatura e di idraulica. La ONG belga di Medici Senza Vacanze organizza in luglio a Bukavu una formazione in idraulica ed elettricità per tecnici ospedalieri. Alla fine dovrebbero affidarci le attrezzature che utilizzano in modo da poterle usare per la formazione di apprendisti idraulici: si tratta di un mestiere ricercato sul mercato del lavoro.
Dovremmo avviare un piccolo convitto per ospitare i minorenni in conflitto con la legge e i ragazzi di strada, la cui formazione richiede assistenza totale.
In collaborazione con il Centro Nyota, incominciamo in agosto una prima formazione di prova per una decina di ragazze apprendiste parrucchiere.
A medio termine, prepariamo la ripresa della fattoria di Nyakadaka, che l'Arcivescovo ha appena ceduto ai salesiani.
Alla fine di marzo abbiamo ricordato i due anni da quando siamo entrati nella casa in cui abitiamo adesso. Il nostro lavoro è modesto. Ma la nostra presenza nel quartiere ci sembra significativa: i bambini dei dintorni vengono all'oratorio per giocare o fare i compiti, i ragazzi di strada cominciano a conoscerci e a frequentarci, gruppi giovanili chiedono i nostri locali per un ritiro o per una festa, la nostra cappella è aperta per chi vuole pregare in silenzio, la gente sa che trova sempre un prete disponibile per confessarsi. Così i salesiani cercano di realizzare l'ideale lasciato da don Bosco: essere segni e portatori dell'amore del Signore per i giovani, soprattutto i più poveri.

LA TESTIMONIANZA DI ROSA, VOLONTARIA
«A Bukavu la vita procede tranquilla, come in ogni città ci sono i ricchi ed i borghesi, che mandano i figli a scuola con il taxi e che pagano rette scolastiche ai propri figli di 50 dollari al mese e c'è chi guadagna invece 50 dollari al mese e oltre che mandare i figli a scuola deve sfamarli e poi chi guadagna pochi dollari o niente del tutto che deve sopravvivere. Insomma situazioni come ne vediamo anche noi in Italia.
La vita qui è molto costosa, poiché poche cose sono a “km 0”. Quasi tutto è importato dalle nazioni adiacenti quali il Rwanda e la Tanzania, oppure la Cina e l'India. Per esempio le uova arrivano dal Rwanda e non si sa la “freschezza” di quanti giorni hanno... 5 uova un dollaro, una gallina 10 dollari.
Le campagne fanno fatica a rimettersi in moto con la produzione, poiché l'insicurezza è ancora elevata, i contadini si sono rifugiati in città e quelli che sono rimasti nelle campagne non producono più nulla perché hanno il timore di vedersi rubare bestiame e ortaggi. Proprio l'altra settimana allo zio di un animatore del foyer hanno rubato a 100 km i duecento capi di bestiame (si tratta di bande armate che vivono ancora nelle foreste e che saccheggiano per sopravvivere anche loro). Fanno tutti una vita miserabile mentre ci sarebbe terra e cibo per tutti se decidessero di non prevaricare e volersi impossessare delle terre più fertili.
Belli e significativi anche gli incontri con le donne lungo le strade, basta un saluto semplice in Kiswahili e subito si crea allegria e complicità. Ho appreso tante cose belle da questa gente semplice, in certe occasioni qualcuno mi ha anche pagato il biglietto del bus per ringraziarmi del lavoro che si sta facendo per i bambini congolesi. Semplici cose che in più di un'occasione mi hanno commosso. Tuttavia ho vissuto situazioni anche che mi hanno fatto male al cuore, come ai primi di aprile mi ero recata in un villaggio per raccogliere le iscrizioni di alcuni bambini figli di genitori portatori di handicap (mulemavo in Kiswahili) segnalati come vulnerabili tra i vulnerabili (per le disgrazie non c'è mai misura) al mio arrivo però ho trovato, oltre i 7 che dovevo registrare, altri 40 bambini che si erano presentati pur non essendo del gruppo inviato. Così, dopo aver sbrigato le pratiche con i primi, ho spiegato che non potevo inserire anche gli altri quaranta, a parte la delusione nei loro sguardi, la maggior parte ha capito la situazione, fatto salvo un piccolino di 6 anni che ha iniziato a piangere a dirotto. Non è valsa nessuna consolazione né caramelle per farlo smettere. Diceva tra i singhiozzi: “Ho perso la chance della mia vita d'imparare a leggere e a scrivere!” Per giorni questo pianto mi è rimasto nelle orecchie».