I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Una nomina episcopale mancata...
per motivi linguistici?

Dall'esame di nuovi documenti si scoprono curiosi particolari sull'impegno di don Bosco per la nomina dei vescovi in un momento difficilissimo della storia della Chiesa.

Don Bosco, si sa, giocò un suo particolare ruolo nella nomina di vari vescovi nell'Italia risorgimentale, vale a dire nel periodo di durissimo confronto, o per meglio dire, scontro, tra Santa Sede e neonato Regno d'Italia; e ciò sia negli anni precedenti sia in quelli successivi alla presa di Roma (1870). Facendo leva sul fatto che godeva di notevoli “entrature” in Vaticano - don Bosco era in forte sintonia spirituale con papa Pio IX, ma aveva frequenti rapporti con altri cardinali, fra cui il Segretario di Stato Giacomo Antonelli - poté più volte suggerire nomi di sacerdoti, per lo più piemontesi, che riteneva degni e nelle migliori condizioni fisiche (compresa la voce!), dottrinali, spirituali ed anche politiche per ben esercitare il delicato ed importante ministero vescovile.
Ma perché “condizioni politiche”? Perché all'epoca i nuovi vescovi dovevano avere il placet, governativo, vale a dire il consenso delle autorità del Regno d'Italia, che evidentemente non lo avrebbero concesso a sacerdoti che consideravano ostili, ossia poco liberali e troppo vicini alla politica della Santa Sede. Ovviamente don Bosco come “mediatore privato” poteva godere di qualche informazione riservata da parte dei vari ministri dell'Interno e di Grazia, Giustizia e Culti (Ricasoli, Rattazzi, Valiani, Lanza, Crispi...) che lo apprezzavano e con cui era in contatto.
Così fu per varie nomine pontificie, fra cui quella dell'amico teologo Lorenzo Gastaldi prima alla sede vescovile di Saluzzo e poi a quella arcivescovile di Torino. Una candidatura, quest'ultima, avanzata in prospettiva di possibile appoggio alla Società Salesiana e che invece si sarebbe rivelata una dolorosissima spina nel fianco per un lungo decennio, come abbiamo accennato nel BS di aprile.

Una proposta
Nell'aprile 1872, in presenza di varie sedi episcopali vacanti, fra cui Aosta e Bobbio (Piacenza), don Bosco propose tre “candidati”: il Vicario Generale di Aosta, il Vicario Generale di Alba e il parroco della principale parrocchia di Ivrea. I primi due nomi suggeriti da don Bosco, ed ovviamente da altre autorità religiose, vennero in effetti accolti: monsignor Giuseppe Duc e monsignor Pietro Giocondo Salvaj furono nominati quello stesso anno vescovi rispettivamente di Aosta e di Alessandria. Invece il nome del prevosto di Ivrea, don Silvestro Tea, non venne accolto, tant'è che don Bosco lo ripropose l'anno successivo, ma ancora senza esito.
Rimaneva però in sospeso la nomina del vescovo di Bobbio. Don Bosco aveva udito parlare molto bene del padre cappuccino Laurent (al secolo Pierre Thomas Lachenal), per cui ne aveva delicatamente suggerito il nome in un colloquio privato con il cardinale Segretario di Stato Antonelli. Ma anche in questo caso al suo posto venne scelto un altro cappuccino, il padre provinciale di Torino Enrico Gaio (al secolo Enrico da Carignano).

A domanda, rispondo
Vari anni dopo però alla morte di monsignor Gaio (31 gennaio 1880), appena nominato il successore, Giovanni Battista Porrati, già rettore del seminario di Alessandria (20 agosto 1880), da parte di qualche valdostano venne chiamato in causa don Bosco per il ruolo che poteva aver svolto in occasione della sede vacante otto anni prima.
Ecco che allora un sacerdote giornalista, don Francesco Fenoil, dopo essersi complimentato con don Bosco per le sue opere per le quali non mancava di inviare un'offerta in denaro, gli chiese espressamente se era vero che lui nella suddetta occasione aveva avuto notizie negative sulla condotta e sulle opinioni del padre Laurent e se poi lo avesse conosciuto personalmente.
Don Bosco nella risposta anzitutto lo ringraziò per le parole di stima nei propri confronti e per il sussidio inviatogli. Poi invocò su di lui e sul periodico di cui era redattore le benedizioni del Signore. Infine in risposta alla prima domanda del Fenoil assicurava che all'epoca non aveva mai ricevuto né avuto sentore di giudizi critici di qualunque genere sul padre Laurent. Quanto alla seconda richiesta, affermava che aveva fatto delicatamente il nome del cappuccino all'autorità pontificia competente (card. Antonelli) sulla base delle referenze positive che aveva ricevuto da altri, visto che - se ricordava bene - non lo aveva mai incontrato personalmente.
Ma perché allora al Laurent era stato preferito il confratello provinciale del capoluogo sabaudo? A giudizio di don Bosco aveva pesato negativamente il fatto che il Laurent parlava solo francese.
Ma le motivazioni erano però state anche altre. Il neoarcivescovo di Torino, monsignor Gastaldi, inizialmente favorevole alla nomina del Laurent, a seguito però di voci pervenutegli, da parte del rettore del locale seminario, circa “una certa rilassatezza ed eccessiva cautela nella condanna di certe mode musicali”, aveva mutato opinione, tanto più che lo stesso padre cappuccino, da lui interpellato, gli aveva scritto che avrebbe avuto difficoltà ad accettare l'eventuale elezione.
Don Bosco però non era andato troppo lontano dal vero. Se infatti a suo giudizio aveva giocato a sfavore di una promozione episcopale del Laurent il fatto che parlasse solo la lingua francese, anche monsignor Gastaldi aveva messo sul piatto della bilancia certe “usanze francesi” del candidato. Dunque qualche punto di accordo fra l'arcivescovo e don Bosco, almeno su questo, c'era.