I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

FELIPE DE J. PLASCENCIA BOTELLO

Vivere e operare su una ferita aperta

La frontiera Stati Uniti-Messico è una ferita aperta dove il Terzo Mondo viene a scontrarsi con il primo e sanguina. E prima che si cicatrizzi, sanguina di nuovo, il sangue vitale di due mondi si mescola per formare un terzo paese: una cultura di frontiera. Qui si stanno moltiplicando le presenze salesiane.

Il problema dell'emigrazione da una parte, quello dell'immigrazione dall'altra. Il Messico non riesce a contenere i flussi di persone che tentano di andare verso gli Stati Uniti, dall'altra parte invece gli Stati Uniti non riescono a contenere del tutto i tentativi di intrufolarsi dei clandestini, a cui si aggiungono quelli che il confine lo varcano per attività illecite, come il traffico di armi, di droga e, purtroppo, anche di esseri umani. Per contrastarli, nel 1924 è stata fondata la “US Border Patrol”, che si occupa di pattugliare e proteggere i confini degli Stati Uniti. Circa 14.000 chilometri di confine terrestre, di cui oltre 3000 con il Messico: è qui che è impiegata la maggior parte degli agenti della Border Patrol.
La vita nelle mani dei coyotes
Una nota canzone di Manu Chao recitava: “Benvenuti a Tijuana, qui con il coyote si salta la dogana”. Ma chi sono i coyotes? Chiamati anche “polleros”, una volta erano contadini o manovali residenti sul confine che per pochi dollari guidavano i migranti lungo i sentieri di montagna con il proposito di accompagnarli in territorio statunitense; conoscevano a menadito passaggi e scorciatoie e, dopo aver concluso la traversata, tornavano a coltivare la terra o a svolgere il proprio lavoro nei luoghi d'origine. Fino a 20 anni fa era molto comune che i braccianti messicani si avvalessero dell'ausilio di questi traghettatori per passare “dall'altra parte” ed andare a lavorare nelle campagne americane per periodi di tempo limitati legati ai cicli della produzione agricola.
Stati Uniti e Messico, California e Bassa California, San Diego e Tijuana: due realtà completamente diverse, separate solamente da una striscia di confine che mai come in quel posto segna le diversità tra due mondi così vicini ma così differenti.
Da una parte la ricchezza e lo sfarzo dei cittadini statunitensi, dall'altra la povertà e la precarietà dei messicani. Messicani che giorno dopo giorno desiderano varcare quel confine ed accarezzare il sogno americano di una vita migliore.
Il problema più grosso riguarda il tratto di confine più occidentale, appunto intorno alle città di San Diego e Tijuana. La città messicana è crocevia di pochi fortunati cittadini messicani che giornalmente si recano in California a lavorare, e di molti americani che la sera si spostano invece a sud per trovare feste a basso costo, ed a volte anche qualche “sballo”. Perché nella sua povertà Tijuana è una città piena di vita e che vive sul turismo, con costanti feste per le strade e nei locali del lungomare. Ma è anche una città caratterizzata dal crimine: è una delle piazze di spaccio principali per la droga in Messico, e non è infrequente assistere a sparatorie per le strade tra bande rivali, o tra i criminali e la polizia. Polizia messicana che a Tijuana (come nella più tristemente famosa Ciudad Juarez) è abituata a girare con le squadre speciali in assetto antiguerriglia ed in forze. Come un altro grosso problema è la prostituzione, compresa quella minorile.
Tijuana, chiamata la “Porta del Messico”, è famosa in tutto il mondo per il suo “muro”, una struttura di circa tre metri di altezza che separa fisicamente le due nazioni. In un'epoca dove i muri separatori tendono ad essere rimossi (Berlino, Gorizia, Nicosia), quello di Tijuana invece è in continuo rafforzamento. Alle lamiere ed alle staccionate si sono aggiunti i sensori nel terreno, le telecamere ad infrarossi, le torrette di guardia ed il filo spinato.
Presso Tijuana oltre 50 milioni di persone attraversano il confine ogni anno. È in questa città che si sono incontrati, dal 20 al 22 giugno, 130 dei Salesiani che fanno parte dell'Ispettoria di Messico-Guadalajara (MEG), per celebrare l'Assemblea della Comunità Ispettoriale (ACI) 2016. Sia l'Ispettore di MEG, don Hugo Orozco, sia i membri del Consiglio hanno invitato i Salesiani a vivere l'esperienza di andare sul confine, dapprima geografico, ma anche sociale, sui confini nei quali si trovano i giovani, con poca presenza salesiana - sebbene i Salesiani siano attivi con una parrocchia e sei oratori.
I Salesiani e i migranti
I Salesiani sono presenti in questa città di frontiera da quasi 30 anni. L'opera è formata da una serie di oratori, attualmente sei, in cui si sviluppano diversi programmi di formazione tipicamente oratoriani: catechesi, sport, attenzione sacramentale, laboratori, formazione umana, associazionismo, attività ludiche. Guidano una parrocchia. Hanno aperto una scuola primaria gratuita per ragazzi che per mancanza di documenti non possono frequentare le scuole ufficiali. È stato allestito anche un ristorante per poveri e migranti, in cui sono offerti, oltre ad un pasto quotidiano, altri servizi urgenti come ricovero, riparo, igiene personale, vestiti, cure mediche, assistenza psicologica e legale, telefono, computer, laboratori di formazione umana e di formazione lavoro. Attualmente, per 6 giorni a settimana, si offrono una media di 1200 pasti al giorno. È stato raggiunto il record anche di 1400 pasti in un giorno.
Per fronteggiare l'attuale situazione, dal maggio 2016, i Salesiani hanno risposto raddoppiando gli sforzi. La loro mensa pubblica Desayunador Salesiano “Padre Chava” si è trasformata in un centro che offre la sua esperienza di assistenza ad altri ricoveri che si sono aperti in città.
La grande maggioranza dei migranti che arrivavano in città erano haitiani, ma molti provenivano da altri paesi: dall'Europa dell'Est, Asia, Centro America, Africa e naturalmente numerosi messicani che pensavano fosse facile entrare come rifugiati negli Stati Uniti.
La mensa giunse ad ospitare 500 persone. Fu aperto anche un ricovero nell'Oratorio San Francesco di Sales e un altro meglio organizzato nell'Oratorio San Giovanni Bosco, dove 150 migranti si fermarono per più di tre mesi.
Trent'anni benedetti
L'emergenza è stata una benedizione per la presenza dei Salesiani. Si sono messi a disposizione con il carisma del sistema preventivo di migliaia di persone che erano in attesa di un visto per gli Stati Uniti, hanno ricevuto aiuti e collaborazione da centinaia di volontari della città e delle altre opere salesiane del paese.
La Provvidenza del Signore è stata evidente. Non è mancato nulla dell'essenziale: casa, alimenti, vestiti. Come nel Vangelo, i cinque pani e i due pesci nutrirono la moltitudine e i Salesiani poterono condividere con altri ricoveri, in maggioranza di chiese non cattoliche, quanto avevano ricevuto.
Oggi, la situazione è diversa. È quasi cessato il flusso straordinario di migranti, anche se sono ancora molti i “respinti” (espulsi dagli USA) e i centroamericani.
Con la collaborazione delle autorità governative, i Salesiani aiutano gli stranieri che, per la situazione politica degli Stati Uniti, non cercano più un rifugio umanitario e tentano di trovare una sistemazione in Messico.
«Questa esperienza» afferma il direttore don Plascencia Botello «ci stimola ad una maggiore attenzione per i respinti che disgraziatamente secondo le previsioni aumenteranno nei prossimi mesi. Non vogliamo solo sfamarli, ma attuare progetti di reinserimento nella città e nel paese. È stato un lavoro intenso. Restiamo attenti alle necessità di questi fratelli perché don Bosco, sotto il manto dell'Ausiliatrice, continui ad essere Padre e Maestro per tanti fratelli che vivono in una situazione terribilmente vulnerabile. In maggioranza sono giovani. Una ragione in più per essere al loro servizio».

VOGLIONO STRAPPARCI LA FRONTIERA!
Sì, lo dico a chiare lettere, vogliono toglierci la frontiera! Può sembrare un'espressione molto strana e poco corretta, ma è un'espressione carica di senso. E per questo la ribadisco: vogliono strapparci la frontiera e noi non lo permetteremo! Attualmente generazioni di giovani messicani sono nate in un contesto di frontiera fortificata. I tempi attuali ci hanno portato a travisare il significato di alcuni termini. Questo è il caso della parola “frontiera”.
La geopolitica ha causato una mutazione nella comprensione del termine “frontiera”, che è passato dall'essere un'opportunità di incontro all'essere una barriera, una divisione, un incontro fallito. L'altro cessa di essere il mio prossimo e diventa il nemico da tenere lontano.
Incontrarci con chi soffre ci rende responsabile del suo benessere. Questo è l'atteggiamento evangelico che siamo chiamati a praticare e a proclamare. E un modo molto concreto di vedere questa necessità nel nostro mondo contemporaneo è tra gli sfollati, coloro che migrano, che cercano rifugio a causa di situazioni di dolore, della fame, della persecuzione che li spingono a spostarsi, a migrare, a cercare rifugio altrove.
Siamo chiamati ad avere sentimenti di frontiera, pensieri di frontiera, azioni di frontiera... Ma che significa? Che dobbiamo avere sentimenti verso l'altro, verso chi è diverso, verso colui che mi è prossimo e verso cui posso andare incontro. Vuol dire pensare sapendo che ci sono altri che la pensano diversamente. Significa avere il coraggio di pensare diversamente, di essere innovativi.
La nostra Congregazione Salesiana è un mosaico di diversità. Siamo una grande famiglia che comprende una grande varietà di culture, contesti, lingue, razze, idee e tradizioni, ma riconosciamo la ricchezza di quella stessa diversità e l'identità del carisma. E, senza che importi il luogo in cui ci capita di vivere oggi, dobbiamo avere il coraggio di testimoniare il nostro impegno cristiano e salesiano di disobbedire a motivo della nostra fede a politiche e ideologie che provino ad imporci la divisione e la percezione dell'altro come un nemico.
La nostra Famiglia Salesiana vanta splendide esperienze e iniziative durature di inclusione, vicinanza, partecipazione, che rendono viva quella meravigliosa frase di don Bosco: “basta che siate giovani perché io vi ami”, a cui vorrei aggiungere, oggi, “indipendentemente dalla vostra origine, razza, il vostro passato o condizione di vita”.
P. Juan Carlos Quirarte Méndez,
direttore della comunità salesiana di Ciudad Juárez.

3145 km la lunghezza del confine;
1000 km la lunghezza complessiva dei vari muri e barriere;
22,5 km la lunghezza del muro tra San Diego e Tijuana;
1971 l'anno di costruzione della prima barriera protettiva;
6000 le persone decedute dal 1994 nel tentativo di raggiungere gli USA;
12,2 milioni i clandestini che hanno passato il confine tra il 1990 e il 2007;
18mila gli agenti impegnati nella vigilanza;
400mila gli arresti nel 2013 (ultimo dato disponibile).