I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE

DON ALFONSO ALFANO

Salesiano di don Bosco
26.11.1936 - 26.01.2017

Sapeva parlare agli adolescenti come pochi altri, don Alfonso Alfano, «Zì Fonso» come tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo lo chiamavano familiarmente. Perché come ogni zio riusciva meglio di tanti genitori a penetrare nel cuore dei ragazzi, specie i più diseredati, gli scugnizzi del rione Doganella o i «pischelli» delle borgate di Roma. Ad amarli con l'intensità emotiva ma anche con il rigore morale che gli avevano insegnato la vita e l'apostolato di don Bosco, il punto di riferimento di una vita da sacerdote che non poteva che snodarsi con i Salesiani. E ovviamente, e negli oratori, il luogo di aggregazione per eccellenza di tante generazioni che proprio là, nei cortili, hanno imparato a crescere, ad accettare le diversità, ad essere tolleranti e solidali.
E a chi era andato a trovarlo quand'era ricoverato ripeteva: il Signore faccia di me quello che vuole, affidando ai suoi occhi mai rassegnati o tristi il messaggio più bello: non lasciate mai soli i miei ragazzi.
Sono quelli che da anni, attraverso il Centro Le Ali, hanno avuto grazie a lui la possibilità di imparare a suonare uno strumento o di mostrare la loro bravura in una banda musicale; di provare a inventarsi un futuro come camerieri o come aspiranti cuochi; di ricostruirsi un'identità dopo dolori familiari ed errori personali, anche drammatici. La Provvidenza, come anche Zì Fonso la chiamava, gli aveva permesso di entrare in contatto con enti come l'Inail e l'Inps, con istituzioni come la Regione e il Comune che ne avevano compreso subito la profonda, irripetibile umanità e deciso di condividerne le idee, i percorsi formativi, le finalità educative.
Erano il Dna di don Alfano, napoletano di Sant'Antonio Abate, nato nel 1936 in una famiglia di contadini con forti radici cristiane. Dove la mamma, come ricorda lui stesso in uno dei suoi otto libri, esortava lui e i fratelli a non sprecare nemmeno le briciole del pane perché erano un dono di Dio.
L'Ispettore scrive di lui: «di temperamento sensibile, riflessivo, un po' riservato, di spirito salesiano ben animato e impegnato, apostolicamente generoso, è stato un Sacerdote secondo il cuore di don Bosco, disponibile a svolgere con fedeltà e giovialità gli incarichi che gli venivano chiesti di Catechista, Economo e Incaricato dell'Oratorio, di Direttore e di Parroco nelle nostre Case dell'Ispettoria. Ma soprattutto confratello attento ai ragazzi più in difficoltà».
Carismatico, coraggioso fin dai primi anni della sua missione sacerdotale, un vulcano di idee. Da Portici (Resìna) a Caserta sfonda con l'entusiasmo dell'innovatore il muro che aveva diviso prima di lui la scuola salesiana dall'Oratorio, aprendo le città all'incontro con un'istituzione decisiva per la formazione dei più giovani e resistendo a chi lo sconsigliava di insistere. Sport e catechismo, gruppi di preghiera e impegno sociale, ascolto e allegria: Zì Fonzo ha profuso a piene mani da quella riserva di energia umana e spirituale che sembrava infinita. Ispettore della Congregazione per l'Italia meridionale, ha lasciato una traccia indelebile anche a Roma dove ha lavorato per lunghi anni dando vita nell'istituto a ridosso della stazione Termini all'incontro quotidiano con i ragazzi del disagio, i tossicodipendenti, gli emarginati.
Lasciando il Centro Accoglienza Don Bosco di Roma via Magenta, poi trasferito all'Istituto Borgo Ragazzi Don Bosco, ritenendo giunto il tempo di mettersi da parte, perché il “nuovo” potesse crescere in libertà, così scrive: «Ringrazio Colei che è stata Madre e Aiuto, in ogni istante del nostro cammino. A Lei e a Don Bosco ho affidato ciascuno di voi, soprattutto ho pregato perché continui a proteggere gli oltre mille ragazzi che avevano trovato a via Magenta non solo un sostegno educativo e scolastico, ma la loro Parrocchia, il punto di riferimento di chi non aveva parrocchia».
E proseguiva «Anch'io credo che il nostro sia un progetto singolare, una sfida coraggiosa contro una pedagogia, oggi contorta e lontana anni luce dal mondo dei ragazzi, anch'io credo che potesse esserci in questo angolo caro e ricco di memoria salesiana una risorsa oggi per il territorio e domani per la Circoscrizione. Anch'io ho creduto e continuerò a credere che la sinergia tra pubblico e privato ci apra orizzonti educativi nuovi, oggi difficili da comprendere e da accettare. Anch'io credo che la gratuità sorretta dalla fede e il coinvolgimento di benefattori e volontari, sia la strada per non farci strozzare da una cultura, dove l'economia oggi condiziona l'educazione. La sfida deve continuare!».
Da quest'esperienza sono nati libri diventati oggi indispensabili agli operatori del settore.
Era tornato a Napoli dieci anni fa e subito aveva dato vita al Centro Le Ali. Sempre al fianco degli adolescenti, spesso in solitudine, ma senza mai un attimo di cedimento. Sapeva di non poterselo permettere, Zì Fonzo, sapeva di essere l'ultima speranza per tanti ragazzi: anche per questo il suo vuoto è incolmabile.
E rivolgendosi ai ragazzi, rivela il suo sogno. «In questi giorni è un tormentone non di semplici ricordi, ma di storie vere. Quante visite in carcere, quanti momenti vissuti accanto ai “pipistrelli della notte”, quanti incontri in piazze, piazzette, giardinetti, luoghi di ritrovo, alla scuola della strada, per capire, per apprendere il vostro linguaggio, per entrare nel vostro mondo, prima di sederci a un tavolino e scrivere un progetto e lanciarvi scialuppe di salvataggio... Oh, se potessi, vorrei gridare a tutti che lo stare con voi ragazzi del Centro, è la strada maestra piena di spine e croci, ma anche una fonte inesauribile di una insperata pace divina.
Voi siete i ragazzi del Sogno! Don Bosco ha visto nei suoi sogni “i pischelli” di Roma e ha visto gli “scugnizzi” di Napoli. A voi ragazzi del sogno il Santo dei giovani ha promesso un posto per tutti in Paradiso. Aveva ragione, quando parlava ai suoi ragazzi. “Voi siete tutti ladri. Mi avete rubato il cuore”. È vero! Ora più che mai ne sappiamo anche noi qualcosa. Avete rubato anche i “nostri” cuori».