I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

GIAMPIETRO PETTENON

Pugnido dove si vive con niente

Questo angolo sperduto e dimenticato dell'Etiopia è davvero una “frontiera” dell'Umanità. Il cuore dei salesiani e dei loro benefattori sta cambiando le cose. Cominciando da zero.

Siamo arrivati in Etiopia. Addis Abeba presenta il volto di una metropoli in continua crescita. Ma Addis Abeba facilmente inganna, se si pensa che quello sia il volto del paese. La nostra meta è Pugnido, un villaggio nel territorio di Gambela, città del distretto più occidentale dell'Etiopia, al confine con il Sud Sudan. Qui il caldo è soffocante (la massima raggiunge e supera ogni giorno 40 gradi!). La malaria è diffusa.
Gambela comunque, pur nella povertà degli edifici e delle strutture viarie, rappresenta ancora una estrema propaggine del nostro mondo occidentale.
A Gambela c'è una grande opera salesiana che comprende la Parrocchia (della chiesa cattedrale), l'immancabile oratorio salesiano, la scuola della durata di dieci anni (dalla prima alla decima), il college che prepara ad una professione lavorativa e un ostello, per i ragazzi che vengono da lontano e cercano un convitto dove alloggiare.

Abba Filippo e Abba Giorgio
Pugnido dista circa 3 ore e mezza di macchina su una strada sterrata che va verso sud, sud est, sempre più vicino al confine con il Sud Sudan. Strada che a tratti ha un fondo buono e a volte presenta salti e buche che, se non prese nel verso giusto, ti mandano fuori strada o, se va bene, a sbattere la testa sulla capotta dell'automezzo. Per evitare tutto questo si deve andar piano.
Don Filippo da tre anni vive e lavora nella parrocchia di Pugnido, assieme ad Abba Gorgio (Pontiggia di cognome, originario della provincia di Como, da 27 anni in Etiopia).
Portano avanti una parrocchia con la chiesa, l'oratorio, l'asilo infantile, un ostello con 60 ragazzi e ragazze. Animano poi altre 11 cappelle sparse nel territorio circostante e ben altre 6 chiese che si trovano dentro i due campi profughi che si trovano nel suo territorio.
Sono profughi del Sud Sudan fuggiti durante le persecuzioni e gli scontri per l'indipendenza del Sud Sudan, allestiti e gestiti dall'ONU. La popolazione dei campi profughi è di etnia Nuer, mentre la gente del luogo è di etnia Anuak. Entrambe le etnie sono composte da neri altissimi e magrissimi. Si resta stupiti nel vedere le donne che camminano perfettamente erette per lunghi tratti di cammino portando sulla testa dei pesi enormi.
Qui siamo davvero nella “frontiera”. Non c'è acqua corrente, non ci sono servizi pubblici, la gente vive coltivando la terra ed allevando piccoli animali da cortile. È un'economia di sussistenza in cui non si muore di fame, ma certo che non porta sviluppo. Il denaro che circola è pochissimo, le bancarelle del mercato, quando ci sono perché spesso i prodotti in vendita sono esposti su una stuoia a terra, offrono prodotti di bassa qualità e, ovviamente, di scarso valore provenienti dalla Cina. I commercianti comunque non sono gli abitanti del luogo, ma gli habesha (“abissini” come sono chiamati gli etiopi dell'altopiano che sono la tribù dominante in Etiopia).

La felicità è un copertone
La vita quotidiana a Pugnido scorre lenta, dal sorgere della luce al tramonto. Sono, ogni giorno dell'anno, dodici ore di luce e altrettante di buio. Buio pesto perché la corrente elettrica è fornita al villaggio da un generatore elettrico che funziona a gasolio e per alcune ore al giorno.
Abba Filippo, con l'aiuto di Missioni Don Bosco, ha fatto installare da una squadra di volontari venuti da San Donà di Piave una batteria di pannelli fotovoltaici e questo, per l'opera parrocchiale di Pugnido, ha costituito un salto di qualità incredibile.
Ora l'energia elettrica è gratis e c'è tutto il giorno e anche la sera, grazie alle batterie che si caricano durante il giorno quando la produzione di energia è superiore al fabbisogno delle attività pastorali e di vita dei padri salesiani.
Con l'energia elettrica funzionano i ventilatori che danno refrigerio dal caldo soffocante che ristagna nelle aule dell'asilo, nelle camere dei salesiani (mentre sto scrivendo ci sono in casa 37 gradi e stiamo con le finestre chiuse per tenere fuori il caldo), nella chiesa parrocchiale.
Funzionano le pompe immerse nei pozzi che portano acqua ai serbatoi e ai numerosi rubinetti a cui i bambini e la gente vanno spesso a dissetarsi per reintegrare i liquidi che si consumano con il copioso sudore.
Funziona il frigorifero per conservare le derrate alimentari, altro elemento fondamentale per non incorrere in facili mal di pancia. Funziona la lavatrice, che la signora che svolge i servizi domestici ha fatto partire e poi le si è seduta di fronte guardandola e sorvegliandola, ancora e sempre stupita dal fatto che una scatola bianca giri in continuazione prima in un verso e poi nell'altro e che alla fine la biancheria risulti pulita e pronta per essere stesa al sole ad asciugare.
La gente di Pugnido vive senza TV, senza computer, senza giornali, senza l'auto, senza... niente!
La maggior parte delle case sono capanne di paglia di forma circolare in cui vive la famiglia allargata: nonni, fratelli, mogli, numerosi figli. Una cosa bella è che qui non esistono orfani. Quando un bimbo resta privo dei genitori, è un membro della famiglia: uno zio, una sorella maggiore che se ne prende cura e lo tiene in casa.
I bambini che frequentano l'asilo il mattino e i ragazzi dell'Oratorio al pomeriggio si divertono davvero con pochissimo. Basta un copertone d'automobile che fanno correre all'infinito per tenerli occupati per ore. Questi pneumatici percorrono più chilometri ora spinti a mano dai ragazzi di Pugnido, di quando erano su strada!

Coccodrilli e un mulino
Pugnido si trova a qualche decina di chilometri dal Sud Sudan, lungo il fiume Ghilo, affluente del Baro (il fiume che passa per Gambela e il cui nome significa “fiume degli schiavi” perché da questo fiume partivano barche cariche di schiavi catturati dai bianchi e poi spediti in America). Il Baro a sua volta è un affluente del Nilo bianco.
Questi fiumi, che nel periodo delle piogge si gonfiano d'acqua aumentando in maniera esponenziale il proprio alveo, sono infestati dai coccodrilli che diventano pericolosi e si avvicinano alle persone e ai villaggi proprio quando c'è grande abbondanza d'acqua. Per fortuna ora sono quasi in secca e di coccodrilli non se ne vedono proprio. La gente lungo le rive del fiume coltiva mais e ortaggi e i ragazzi e i giovani usano le rive del fiume come fosse il lungomare dove fare il bagno.
Abba Filippo ha comprato per loro un mulino, sempre con l'aiuto di Missioni Don Bosco, che permette alla collettività di macinare velocemente i cereali. Mais in primis, ma anche sorgo e altri sacchi che arrivano dall'ONU come aiuti umanitari per la popolazione dei campi profughi e che poi arriva a sfamare anche parte della popolazione locale.
A proposito di collettività, il termine Anuak che definisce questo popolo significa proprio “comunità/famiglia allargata/condivisione” ed infatti sono un popolo che svolge molto della vita in comune, condividendo quello che ha. Abba Filippo ci diceva che se un Anuak volesse aprire un commercio di piccoli alimentari andrebbe subito in fallimento perché arriverebbero tutti quelli della sua “comunità/famiglia” che si sentirebbero autorizzati a servirsi a piacere, perché quello che è di uno è di tutti.
Un giorno poi Abba Filippo ricordava di essere stato invitato da una famiglia a mangiare carne di antilope (la cui caccia è ufficialmente proibita ma è carne molto buona, quindi...). Subito dopo essersi seduto con loro sono arrivati uno dopo l'altro altri cinque o sei uomini che, a diverso titolo, appartenevano alla famiglia e che desideravano approfittare di quel lauto pasto, sicché il buon Abba non ha più mangiato l'antilope, ma l'ha solo potuta assaggiare, tanti erano quelli che si sono messi a tavola, autoinvitandosi.

I NOSTRI “SOGNI”
Lo scorso anno Missioni Don Bosco ha aiutato la missione di Abba Filippo con tre progetti che abbiamo visto realizzati: l'impianto fotovoltaico per dare energia elettrica alla missione parrocchiale, il campo da pallavolo che ora permette di giocare questo sport tanto amato dai e, soprattutto, dalle giovani (sono di corporatura molto alta e quindi amano gli sport come il volley e il basket) ed infine il pozzo per la comunità locale: dal mattino appena c'è luce e fino al tramonto quando viene chiuso il cancello, c'è un continuo via vai di donne e ragazze che vengono alla pompa per attingere acqua con le taniche da venti litri. Pompano a mano con regolarità le donne adulte, fanno più veloci le ragazzine per poi andare a giocare, ma mai si ferma quella leva che porta l'acqua in superficie e che, una dopo l'altra, riempie decine e decine di taniche gialle.
Girando per la missione però abbiamo colto altre e nuove necessità.
Le opere parrocchiali sono costruite su un ampio terreno pianeggiante e, accanto a questo, la proprietà si estende per un'altra bella area, ora incolta. In passato hanno provato a coltivare mais per avere la polenta da dare come base alimentare ai bambini dell'asilo e ai giovani del convitto. L'esperienza però non si è rivelata positiva perché si semina solo nella stagione delle piogge e poi si spera che l'alternanza di sole e di pioggia sia regolare così da permettere al raccolto di maturare ed essere immagazzinato. È nata così l'idea di piantare alberi che non hanno bisogno di particolari cure.
Un secondo bisogno che si è presentato è quello di costruire una tettoia dove i ragazzi e le ragazze del convitto possano mangiare stando seduti. Ora non è così.
Altro capitolo sul quale possiamo dare una mano sono le stoviglie dei bambini dell'asilo (sono circa 160 ogni giorno) e i ragazzi del convitto (sono 60: 45 ragazzi e 15 ragazze). Ora non ce ne sono per tutti, quindi si devono lavare piatti e bicchieri disponibili perché a turno tutti possano mangiare. Inoltre sono di plastica.
Infine potremmo dare un aiuto nel completamento della sala della comunità che è presente nell'ambito delle opere parrocchiali. È una grande ed accogliente struttura coperta, con un bel palco. Abba Filippo avrebbe il desiderio di dotarla di videoproiettore e impianto audio per poter far vedere filmati ai ragazzi e giovani dell'Oratorio (immaginatevi che cosa significhi vedere un film per ragazzi che non hanno la TV, non hanno il computer...).