I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

La grande guerra in casa e il dopoguerra

A questo punto non ci rimane che verificare quali conseguenze la guerra ebbe sul migliaio di Salesiani d'Italia che per tante ragioni non indossarono l'uniforme.
Pure loro combatterono, anche se sul fronte interno, a casa propria. Dovettero infatti assumersi il lavoro di quelli chiamati alle armi. E se il numero dei ragazzi loro affidati diminuì, non venne però meno la loro tradizionale attività educativa ed assistenziale, portata avanti anche durante le estati. Essi poi fecero tutto il possibile perché i ragazzi accolti in casa non vivessero il dramma in corso nel Paese; ridussero soltanto le tradizionali feste che avevano forti ricadute esteriori. La stessa partenza da casa dei Salesiani mobilitati avveniva spesso in modo riservato, quasi segreto.
Con la diminuzione dei giovani allievi venne però a ridursi anche l'unica risorsa economica sicura, con le ovvie conseguenze. Per gli orfani ed i profughi dovettero far ricorso ai vari Comitati per il pane, il vestiario, la biancheria usata e altro ancora.
Sovente le opere salesiane su tutto il territorio nazionale, e non solo nei teatri di guerra, divennero “case del soldato”, dove i giovani militari in libera uscita poterono trovare un posto accogliente dove riposare, leggere, scrivere alle famiglie, studiare, divertirsi in cortile, recitare sul palco, festeggiare in compagnia, frequentare i sacramenti. Si accolsero pure feriti e profughi e per loro si organizzarono fiere di beneficenza, serate benefiche, con tanto di bozzetti patriottici e farse esilaranti, preparati a turno dai giovani della casa, dell'oratorio, alternati dai medesimi militari.
Come non bastassero le difficoltà, ecco che nella primavera-estate del 1918 scoppiò la terribile pandemia spagnola. Nella sola Europa fece 30 milioni di morti. In tutte le case salesiane si cercò di correre ai ripari, con la medicina, con la prevenzione, con l'invio in famiglia per un certo tempo degli allievi, ma anche, alla stregua di quanto don Bosco aveva fatto a suo tempo in analoga occasione, con l'aiuto del cielo, ossia con preghiere, medagliette, “fioretti”. I risultati non mancarono e i morti furono molto pochi.
Il primo dopoguerra
Terminata la guerra il 4 novembre 1918, i Salesiani si trovarono ad affrontare altri particolari problemi: il riavvio a pieno ritmo dell'attività nelle case, la riparazione o ricostruzione di quelle danneggiate, il rientro dei Salesiani prigionieri, il reinserimento dei reduci in comunità, la richiesta di smobilitazione e la necessità di un urgente aiuto economico per gli istituti salesiani di mezza Europa e del Medioriente con migliaia di ragazzi orfani, poveri, abbandonati.
Per la ripresa normale delle attività proprie di ogni casa il vertice salesiano diede immediate disposizioni, visto anche che l'anno scolastico 1918-1919 era cominciato in ritardo e che talora si dovette interrompere in alcune nazioni per la succitata spagnola. Da Torino si suggerì di sopperire con il ridurre le vacanze di Natale e con una migliore preparazione delle lezioni da parte dei professori.
In tempi rapidi le case trasformate in caserme ed ospedali furono riconsegnate ed esse, con quelle semidistrutte, furono rimesse in condizione di essere adibite alla normale attività educativa.
Quanto alle varie decine di Salesiani che avevano vissuto una durissima esperienza di prigionia, si cercò di farli rimpatriare, ma non fu tanto facile, in quanto la prigionia fu sovente giudicata dalle autorità italiane una resa poco onorevole, quasi una vigliaccheria.
Invece il reinserimento in comunità dei Salesiani reduci non sembra sia risultato troppo complesso, forse per aver essi mantenuto stretti contatti epistolari con i superiori di Torino e le case. A norma di decreto della Società Concistoriale del 25 ottobre 1918, essi dovettero prima fare otto giorni di esercizi spirituali. I novizi e gli studenti a loro volta ritornarono alle rispettive case di formazione e si esortarono i direttori ad avere particolare cura dei Salesiani coadiutori.
La smobilitazione poi, mal gestita dalle autorità italiane, tardò a venire.
Un caso piuttosto raro
La guerra mondiale se ovviamente assottigliò le file dei Salesiani in Italia - alcune decine i loro morti come si è visto - non incide più di tanto sul loro abbandono della Congregazione dopo la guerra, diversamente da quanto avvenne per altri istituti religiosi e per il clero diocesano. Nel quadriennio post bellico solo otto sacerdoti su 279 chiesero di lasciare la Congregazione. Quanto ai chierici, ai coadiutori ed ai novizi, il numero degli abbandoni non superò il normale numero fisiologico.
Ora considerato che si trattava per lo più di giovani strappati dalle case di formazione dopo pochi mesi, di certo impreparati a sostenere sfide impegnative come quelle incontrate vestendo l'uniforme, lo si potrebbe attribuire al valore della pur breve formazione ricevuta e ai soddisfacenti contatti epistolari e personali tenuti nel corso della guerra. Si potrebbe anche trovare un'ulteriore ragione nel fatto che i Salesiani, come non si erano impegnati nei dibattitti ideologici sulla guerra giusta o ingiusta, opportuna o meno, preferendo la semplice obbedienza alle decisioni di quelle che loro, come quasi tutti all'epoca, ritenevano le legittime autorità, così non sembra si siano posti eccessivi problemi di coscienza al loro ritorno alle normali occupazioni di un tempo.
Se di certo la terribile esperienza bellica rappresentò per i mille Salesiani in uniforme una frattura con il proprio retroterra collegiale, oratoriano, parrocchiale, educativo in genere, tale frattura non sembra sia stata insanabile: “Niente fu più come prima” per la Chiesa, è stato scritto recentemente (B. Bignani, La chiesa in trincea, Roma, 2014) per indicare un nuovo modo di servire l'umanità, ossia “nella condivisione e nell'empatia per il mondo salvato dall'amore di Gesù Cristo”. Quanto lo fu anche per i Salesiani andrebbe verificato, dal momento che la loro azione educativo-pastorale anche nel cinquantennio precedente era stata ispirata all'amore di Dio per la salvezza della gioventù, con la quale condividere gioie e dolori. E lo sarebbe stato ancora nel secolo successivo.

LETTERA DEL SALESIANO GIORGIO PROSDOCIMO
al Rettor Maggiore don Albera

«... guai a chi s'attenta d'avvicinarsi a quei corpi che il freddo ancora conserva apparentemente intatti! Correrebbe il rischio di aver la stessa sorte dei poveretti che là caddero. Qui solo si può comprendere quanto sia orribile la guerra. L'immaginazione più fervida non può averne che una lontana idea. E dire ch'io non fui che in splendida trincea, ben riparata, al sicuro dalle artiglierie.
Non ho camminato sui cadaveri, non ho dormito nell'acqua, non ho mangiato sopra i morti, non mi son servito d'essi quali scudi come fecero quasi tutti i nostri soldati, che, senza scarpe, coi piedi gonfi ravvolti nei sacchi a terra, corsero all'assalto, che mancando di munizioni o d'armi, con i sassi perfino respinsero il nemico.
Che epopee vi sarebbero da cantare!
E questi eroi sono d'una bontà sconfinata, d'una affezione incredibile per i loro ufficiali, ch'essi trattano come padri e fratelli...»