I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

A TU PER TU

O. PORI MECOI

Stazione speranza

Incontro con don Emanuele De Maria

«Vivere di fronte alla Stazione Termini di Roma mi mette nelle condizioni di incontrare e sperimentarmi con una grande varietà di “categorie” umane e questo arricchisce ogni giorno di più il mio essere salesiano e sacerdote, anche se a prezzo di qualche immancabile fatica».

Chi per primo ti ha parlato di Gesù?
Iniziamo subito con una domanda difficile! Fatico a ricordarlo con precisione, perché, come tanti miei coetanei italiani, sono nato e cresciuto in un ambiente in cui Gesù faceva parte, più o meno!, dell'orizzonte familiare. Tenendo qualche margine di incertezza, però, potrei immaginare che la prima a parlarmi di Gesù sia stata la mia nonna paterna.
Come hai conosciuto i salesiani?
Questo lo ricordo bene! Il mio incontro con i salesiani passa attraverso mia sorella, cinque anni più grande di me: frequentava l'oratorio salesiano di Frascati-Capocroce, durante l'estate. Con mia mamma andavamo a riprenderla il pomeriggio ed io mi incantavo a vedere tutti quei ragazzi sulla gradinata, in ascolto della “buonanotte”... poi sentivo i racconti di mia sorella sulle giornate trascorse al mare e, ogni giorno, chiedevo di poter partecipare anch'io... Devo essere stato molto insistente, visto che alla fine i salesiani hanno accettato di accogliermi, a patto che mia sorella avesse un occhio di riguardo per me, anche se ancora non avevo sei anni!
Com'è la tua famiglia e come hai preso la tua vocazione?
La mia famiglia è “ordinaria”. Papà, mancato qualche anno fa, era un gran lavoratore. Mia mamma, infermiera, una donna generosa e buona. Non hanno mai ostacolato la mia scelta di diventare salesiano e sacerdote, anche se all'inizio hanno faticato un po' a “digerirla”... soprattutto mia mamma.
Quali sono state le tappe della tua scelta?
Dopo che ho conosciuto i salesiani, il Signore non li ha più tolti dall'orizzonte della mia vita! All'inizio solo in estate e in seguito anche durante l'anno: ho infatti frequentato la scuola media e il liceo classico presso la scuola salesiana Villa Sora di Frascati.
Nell'adolescenza ho avuto un paio di anni di forte ribellione in cui ho provato in tutti i modi a convincere i miei a farmi cambiare scuola... non ho avuto successo! Poi è iniziato un certo riavvicinamento e, pian piano, il coinvolgimento nel gruppo formativo e nell'animazione dei più piccoli. È stato un crescendo che si è poi radicato in un cammino di fede solido, in cui hanno avuto importanza cruciale, soprattutto negli anni dell'università, l'ascolto della Parola di Dio, l'accompagnamento spirituale e il servizio ai ragazzi.
Perché impegni la tua vita come salesiano?
Perché ho sentito e sento che il Signore ha disegnato per me questo “vestito”: offrire la mia vita a lui in modo molto concreto, attraverso l'educazione dei giovani. È un'avventura che mi affascina, che sento mia e che riempie la mia vita, la rende straordinariamente bella...
Sei nel cuore di un'umanità dolente. Come hai incominciato?
Ho incominciato quasi tre anni fa, quando il mio Superiore mi ha detto: “Andrai al Sacro Cuore!”. Certo, non era la prima volta che sperimentavo la presenza di povertà e disagi, ma mai avevo vissuto un contatto così quotidiano e continuo con questo tipo di realtà. Vivere di fronte alla Stazione Termini di Roma mi mette nelle condizioni di incontrare e sperimentarmi con una grande varietà di “categorie” umane e questo arricchisce ogni giorno di più il mio essere salesiano e sacerdote, anche se a prezzo di qualche immancabile fatica.
Qual è la cosa più bella che ti è capitata?
Sono due... alla pari! La prima è vedere quanti giovani, anche a costo di sacrifici, hanno il desiderio sincero di mettersi al servizio di chi vive situazioni di povertà e di fatica.
La seconda è contemplare le meraviglie che Dio opera nei giovani con cui mi mette a contatto, scorgere come Dio plasma il cuore di chi si apre al suo Vangelo.
Com'è la tua giornata?
Questa domanda è più difficile della prima! La varietà di proposte in cui sono coinvolto non mi permette di avere una giornata tipo... L'inizio del giorno, però, è sempre scandito dalla meditazione, dalla preghiera e dalla celebrazione eucaristica nella basilica costruita da don Bosco stesso. Il resto della giornata trascorre tra incontri di gruppo o personali, la cappellania universitaria del dipartimento di Scienze della Formazione di Roma Tre, le riunioni con le équipe educativo-pastorali (spesso condivise anche con le suore Missionarie di Cristo Risorto, con cui condividiamo il nostro progetto), le attività di servizio insieme ai giovani e a favore di chi ha bisogno (giovani rifugiati, senza fissa dimora della Stazione...). Pur nella varietà delle proposte, comunque, c'è un comun denominatore, che è il lavoro per e con giovani di età compresa soprattutto tra i 19 e i 30 anni. Questo è per me un dono prezioso, perché sono gli anni in cui fanno le loro scelte, decidono della loro vita, si formano e si sperimentano come cittadini attivi e cristiani adulti nella fede.
Che cosa chiedi a Dio nella tua preghiera quotidiana?
Una delle preghiere frequenti che rivolgo al Signore è quella di aiutarmi ad essere “centrato”, a non lasciare che gli impegni e i ritmi serrati mi distolgano dall'essenziale, a farmi ricordare sempre che ogni gesto e parola devono trovare radici in Lui.
Spessissimo, affido a Dio situazioni concrete con cui entro in contatto, le storie dei giovani, le loro fatiche e le loro gioie. Ogni giorno, poi, ringrazio per la “densità” della vita che mi dona, così ricca e piena di relazioni.
Chi sono veramente i rifugiati che accogliete?
Lascio ad altri più esperti dettagliate risposte sociologiche o antropologiche... Quando noi accogliamo un rifugiato in casa, per una delle proposte a loro dedicate, vediamo prima di tutto un giovane. Quante volte, in questi tre anni, incontrando giovani rifugiati di altre religioni e culture, mi è tornata in mente come un faro la frase, tanto semplice quanto profonda, di don Bosco: “Basta che siate giovani perché io vi ami”. Per me, per noi, sono prima di tutto giovani. Poi, ovviamente, proviamo ad aiutarli in ciò di cui hanno bisogno.
Che cosa cercano?
Rispondo naturalmente in base alla mia limitata e parziale esperienza. Nel momento in cui si mettono in viaggio cercano la vita, essendo il rifugiato una persona che, per motivi fondati, non può più rimanere nel suo Paese di origine in condizioni sicure.
Quando arrivano da noi, spesso, cercano un luogo in cui ricevere alcuni strumenti che facilitino la loro integrazione (lingua, informatica, orientamento al lavoro, sostegno allo studio...).
Spesso, però, c'è un'evoluzione nel loro approccio alla nostra casa e, allora, si rendono conto che qui, oltre a risposte molto pratiche, possono cercare amicizie, relazioni con coetanei in una casa che li considera non solo dal punto di vista dei problemi che hanno, ma anche come giovani in cammino, bisognosi di un ambiente sereno e familiare a partire dal quale, spesso, ricostruire una vita che sembra aver perso le sue fondamenta.
Che cosa dovremmo dare loro?
È ovvio che non possiamo far finta che non abbiano bisogno di aiuti pratici, come quelli prima descritti. Pertanto dobbiamo rispondere a questi bisogni, per quanto possibile.
Da salesiani, però, non possiamo fermarci a questo tipo di intervento, peraltro portato avanti anche da tanti altri agenti sociali. Noi possiamo offrire loro il nostro specifico, il carisma educativo fatto di affiancamento e accompagnamento, di relazione schietta e sincera, di dialogo, di ascolto, di spirito di famiglia per chi spesso la famiglia non ce l'ha più o l'ha dovuta lasciare nel proprio Paese.
Una caratteristica di quello che possiamo offrire loro sta nel fatto che questi giovani si inseriscono in un centro giovanile non strutturato solo per loro, ma per tutti i giovani... questo fa sì che non si crei una sorta di “ghetto”, ma un ambiente in cui l'integrazione può avvenire in modo molto concreto, nelle pieghe del quotidiano, nelle proposte condivise da tutti. Anche questo aspetto, mi sembra, può essere caratterizzante di ciò che, come salesiani, possiamo offrire loro.

“Non credo che ci sia qualcosa da risolvere, ma solo un segno dei tempi che ci interpella e attraverso cui il Signore vuole bussare alla nostra porta per operare meraviglie”

Si potrà mai risolvere questo problema?
Faccio fatica a usare la parola “problema”. Sono giovani che spesso hanno “problemi” complessi da gestire, ma non sono loro un “problema”. Pertanto non credo che ci sia qualcosa da risolvere, ma solo un segno dei tempi che ci interpella e attraverso cui il Signore vuole bussare alla nostra porta per operare meraviglie. Non è forse quello che ha fatto don Bosco? Accogliere i segni dei tempi e adoperarsi concretamente, secondo il carisma specifico che gli era stato concesso.
Qual è la soluzione che vedi tu?
Favorire il più possibile i canali di scambio e di incontro, che permettano di crescere nella conoscenza reciproca, nel riconoscimento dei propri limiti e dei propri pregi, nella collaborazione fattiva in alcuni progetti, magari anche a vantaggio della società.
Le soluzioni che a volte si paventano nelle grandi istituzioni e che mirano a porre argini di qualsiasi tipo mi sembra che siano anacronistiche e che non tengano conto dei motivi per cui ci si muove dalle proprie terre... non sarà un muro in più a scoraggiare chi vive in condizioni disperate dall'intraprendere un viaggio verso una vita che reputa migliore.
Qual è il tuo sogno?
Portare Gesù a tanti giovani, attraverso la testimonianza di una vita impegnata e gioiosa... in due parole, una vita salesiana!