I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

SALESIANI NEL MONDO

DA “LA CAPITAL”-FOTO: SEBASTIÁN SUÁREZ MECCIA / LA CAPITAL

«Combatto per la vita nel barrio del “grilletto facile”»

Federico Chingui Salmerón è un salesiano di 29 anni. Lo chiamano semplicemente “Chingui” e si occupa dei giovani del barrio Ludueña, considerato uno dei più pericolosi di Rosario, Argentina. Qui si vive “in un'ombra di morte”, ma lui con altri salesiani mantiene viva la comunità.

Fanno pensare davvero le parole di Federico Chingui Salmerón, argentino di Tucuman, 29 anni, sacerdote salesiano, con diploma sulla prevenzione delle tossicodipendenze e operatore nel barrio Ludueña di Rosario.
Con 2 milioni e mezzo di abitanti, Rosario è la terza città dell'Argentina. Si sviluppa lungo le sponde del Rio Paranà e questo aspetto è quello che la rende magica: città frenetica e in movimento, è la principale metropoli di una delle zone agrarie più produttive dell'Argentina, centro commerciale, di servizi e di industrie diversificate. Centro d'istruzione, di cultura e di sport, vanta inoltre importanti musei e biblioteche, e le sue infrastrutture turistiche includono bellezze architettoniche, gradevoli belvedere, viali e parchi.
Fa pensare perché questo giovane riflessivo, dallo sguardo trasparente, il sorriso costante che parla con calma, conosce miserie, ingiustizie e disgrazie, gioie e tristezze che vive una parte della gente di Ludueña, l'altra faccia di una città e di un paese, la faccia che nessuno vorrebbe vedere.
Dirà che molti ragazzi che conosce non sanno il significato della parola resilienza (la capacità di una persona di superare le circostanze traumatiche) ma sono esperti in materia: imparano ad affrontare la vita e venire fuori più forti anche quando la morte li accompagna dal giorno della nascita.
Don Federico Salmerón ha studiato per dodici anni prima dell'ordinazione sacerdotale e lavora nella comunità “S. Domingo Savio” di Ludueña, dove ogni giorno i salesiani danno da mangiare, giocano a calcio, insegnano e promuovono la vita attraverso le più svariate attività educative, formali e informali.
«Quando dissi alla mia famiglia che volevo farmi prete, ai miei genitori e a mio fratello andò per traverso il pranzo, adesso sono contenti». Sua madre, la sera dell'ordinazione, gli raccontò che quando era nato aveva dei serissimi problemi respiratori e lei lo aveva raccomandato a Dio perché lo salvasse.
Racconta che ha voluto essere sacerdote per aiutare soprattutto i ragazzi e i giovani. Che ha già lavorato nei quartieri poveri della Boca e di Isidro Casanova.
Risponde a tutte le domande con serenità, anche a quelle futili che piacciono ai giornalisti: «Credi nel celibato? Ti sei mai innamorato?»
Sì, dice. Pensa che il celibato sia esattamente lo stile di vita consacrata che ha scelto e con il quale vuole esprimere che Dio esiste e il suo amore può riempire una vita. Spiega: «Nel celibato uno dona tutto, anche la sessualità e la paternità biologica che si vive come servizio agli altri. Io lo vivo nella pace e mi sento realizzato».
«Ho scoperto il problema della tossicodipendenza durante gli anni di studio a Cordoba, lavorando nelle “villas miseria”, dove come salesiani cercavamo di portare una presenza amica e un aiuto concreto, soprattutto con i giovani che corrono il rischio maggiore».
Questo sacerdote che porta al collo una croce con le parole di don Bosco legata con un cordoncino nero, fu molto colpito dalla tossicodipendenza del fratello di un amico a Tucuman. Pensa che se quel ragazzo avesse avuto un amico disposto ad aiutarlo, probabilmente non sarebbe caduto.
Forse non bastava...
«Certo. La tossicodipendenza distrugge le persone e le loro famiglie. La prima cosa da fare con i ragazzi è affiancarli, parlare con loro, condividere qualche esperienza, giocare a calcio e aprire spazi di confidenza che li aiutino a lasciarsi aiutare e incominciare a ripartire, perché solo loro lo possono fare, ma da soli non ci riescono».
Come sono i ragazzi di Ludueña?
«Nel quartiere c'è molta vita e tanta voglia di crescere. Sono ragazzi che non ce l'hanno con noi. Sono ragazzi come tanti. In ognuno c'è bontà e impariamo molto da loro, anche da quelli che sono alla deriva.
Però vivono in un ambiente di esclusione e di violenza che tira fuori il loro lato peggiore. Alcuni hanno i genitori in prigione o non li hanno per niente, tuttavia tentano di uscire dai consumi problematici e dalla violenza e andare avanti. Ma sono invischiati in una realtà orrenda ogni giorno. Pochi giorni fa c'è stata una sparatoria in strade dove giocano bambini di cinque anni. E tutto sembra naturale.
C'è molta violenza domestica, lavoro minorile, maschilismo, abusi, droga e morte. Per molto tempo, qui, la Chiesa è stata lontana dalle zone povere, ma poi le cose sono cambiate per l'impegno di padre Edgardo Montaldo che per quarant'anni ha donato la vita nelle periferie ed è stato un pilastro della promozione umana. Poi, grazie alle comunità che hanno seguito il suo esempio, si è mosso qualcosa.
E, con il suo perenne sorriso, dice che quando arrivò a Ludueña sentì una battuta singolare: «Andiamo dai preti a mangiare e al sabato al culto evangelico».
Allora?
«Quindi dobbiamo convertirci, lavorare insieme agli altri, sopportare la sensazione di impotenza di fronte a questa realtà. Ecco perché dico sempre che bisogna essere umili e lavorare con i bambini».
C'è denutrizione?
«Sì, molti casi specialmente con bambini piccoli. Dovrei consultare le statistiche, ma si notano ragazzini che hanno un livello di deterioramento mentale per mancanza di alimentazione durante l'infanzia. Non riusciamo a dare risposte sufficienti con i nostri pasti perché sono insufficienze profonde.
Tuttavia continuiamo ostinatamente, con tanta speranza a lavorare tutti i giorni per evitare che nel quartiere ci siano persone che non possono accedere a un lavoro degno».

El Chingui vive in una comunità a 15 isolati dalla “villa”, dove arriva tutti i giorni in bicicletta. Non lo dice, ma poco tempo fa, mentre portava latte ed alimenti ad una bambina, uno dei ragazzi che conosce e che era pesantemente drogato gli rubò tutto quello che aveva, mentre un altro lo teneva sotto tiro con una pistola.
Tornò a trovarli. Tutti e due. Dopo pochi giorni. Siccome qui vige la legge del silenzio, nessuno disse niente. Perché El Chingui sapeva che il giovane era vittima del suo contesto di esclusione, in un mondo di meschinità, di poco cibo, scarse opportunità e molta violenza.
Naturalmente non li denunciò. Crede che questa non possa essere la soluzione al problema dei ragazzi. E dice che la società pensa al sistema poliziesco e carcerario in termini di repressione e castigo, anche se la Costituzione afferma il contrario. «Il sistema non vuole che i colpevoli si riabilitino, ma che marciscano in carcere».
Circolano armi nel barrio?
«Sì, molte ed è facile averle».
La mortalità è alta?
«In Ludueña ci sono moltissime persone oneste e laboriose che sono spaventate dalla violenza e dalla morte così “normale” e lottano per aumentare la consapevolezza della cura della vita. Ma ci sono anche famiglie che hanno perso una persona cara per l'impunità, la violenza, la droga e il grilletto facile. Ci sono ragazzi che hanno sulle spalle la morte di una persona cara e, siccome non hanno fiducia nella giustizia legale, vogliono farsela da soli. Alcuni sono talmente “partiti” che vedono la morte come mezzo normale e non rispettano niente e nessuno».

El Chingui riparte sulla sua bicicletta verso il centro di Ludueña.
Il giovane salesiano ha una missione “impossibile”, ma non si rassegna. E nel nome di don Bosco non si rassegnerà mai.

LA VOCE DEI RAGAZZI
La realtà delle “villas miseria” è uno dei peggiori volti dell'impoverimento sociale. I salesiani lo sanno. E sanno anche che è meglio ascoltare la voce di una giovane che racconta i suoi problemi, sperando che qualcuno alzi il volume del proprio udito. Questa è la testimonianza scritta da Lorena, allieva della scuola “Don Bosco”, che racconta il suo “quotidiano”: «Siamo stati testimoni della perdita di tanti dei nostri ragazzi negli ultimi tre anni e oggi si legge sul volto di molti la mancanza di alimentazione, ogni giorno sperimentiamo nelle nostre strade la povertà, la droga e la delinquenza. Una volta, un tale venuto a vedere il barrio chiese: “Perché preferiscono comprare la droga invece di qualcosa da mangiare?”. I ragazzi risposero che la droga ti fa dimenticare la fame e la dura realtà in cui vivi, anche se solo per poco tempo. Questi ragazzi non trovano lavoro e spesso non ci riescono perché non hanno terminato la scuola. È l'inizio di una catena di rifiuti che si ripetono, portandoli alla totale emarginazione dalla società, che volta la testa e finge che non esistano. I ragazzi del quartiere hanno anche sogni, hanno tutti tanta bontà nel cuore, anche se a volte si sentono intrappolati in una realtà che li spinge a prendere decisioni sbagliate. Le famiglie lottano ogni giorno per crescere in dignità, mettendo insieme un piatto di cibo per i loro figli, facendo lavoretti e cercando tra i rifiuti».