I numeri del Bollettino Salesiano dal 1877

LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Prima e dopo Caporetto

Centinaia di Salesiani in armi fecero il loro dovere nelle oscure ed umili trincee sotto il fuoco accanito delle artiglierie, sulle cime nevose delle montagne, o sul mare nelle regioni albanesi e libiche.

Intanto nel primo anno di guerra (maggio 1915 - maggio 1916) erano già morti dodici Salesiani italiani ed il secondo anno si apriva sotto cattivi auspici: molti chierici sarebbero stati chiamati alle armi, i sacerdoti anziani rimasti in casa avrebbero dovuto assumersi un superlavoro e molte case salesiane, prive di ragazzi durante l'estate, avrebbero rischiato di venire requisite.
Da Torino si esortarono allora i singoli direttori a trattenere in casa i giovani convittori e ad accoglierne altri, possibilmente orfani di guerra.
Il tracollo di Caporetto
Si era all'indomani della disfatta militare di Caporetto (24 ottobre 1917), con la massa imponente di profughi friulani e veneti che si disperdevano nella pianura veneta e in altre parti d'Italia. Don Albera subito dispose che nell'Oratorio venissero ospitati un centinaio di fanciulli profughi e fece appello a tutti i direttori delle case d'Italia perché vi accogliessero il maggior numero di giovani. Vennero in effetti ricoverati 423 giovani in venticinque collegi, secondo don Ceria, ma in realtà in una quarantina, stando ad un album fotografico degli anni 1923-1924. Per altro, dopo Pinerolo, anche Roma si mosse con la fondazione di una scuola agraria al Mandrione (Quartiere Tuscolano) a favore dei figli di contadini caduti in guerra.
Il Rettor Maggiore ribadiva continuamente ai direttori ed ispettori di spedire soccorsi in denaro, alimenti e vestiario ai confratelli militari che ne avessero bisogno, soprattutto ai prigionieri ridotti alla fame in Austria, Germania, Polonia, Cecoslovacchia, i quali spesso non ricevevano i pacchi-viveri inviati loro dai famigliari. E per loro il 24 settembre 1918 chiese che facessero di tutto per farli “internare” nelle case salesiane, come già si era fatto altrove, come ad Oświęcim (Auschwitz) dove vi erano come “prigionieri” tredici confratelli italiani.
L'apporto alla patria dei Salesiani soldato
Le centinaia di Salesiani in armi, soldati semplici, sergenti, tenenti, caporali fecero il loro dovere “ora nelle oscure ed umili trincee, ora nelle faticose, irresistibili avanzate al fragore ininterrotto del cannone e sotto il fuoco accanito delle artiglierie, ora sulle cime nevose delle montagne, o sul mare nelle regioni albanesi e libiche”. Fra loro i cinquantacinque cappellani militari, i numerosi sacerdoti aiuto-cappellani di ospedali da campo, portaferiti al fronte e i molti addetti alla sanità in qualità di infermieri sui treni-ospedale, negli ospedaletti da campo, di tappa, contumaciale, negli ospedali militari sparsi per tutta Italia. Piuttosto pochi furono i Salesiani chiamati a servizi temporanei in uffici amministrativi, giudiziari, o come portaordini in bicicletta o assegnati ai militari di medio ed alto rango.
I morti furono una quarantina (settanta con i non italiani, novizi compresi): deceduti per assalti o nelle difese sui vari fronti o nei campi di prigionia o negli ospedali (per ferite riportate, per malattie infettive, polmonari, per febbri malariche); i feriti gravi o con handicap permanenti superarono il numero di cento.
Non mancarono Salesiani che si offersero per missioni pericolose; altri che si resero disponibili a continui assalti con altissimi rischi per l'incolumità altri ancora che preferirono restare semplici sergenti per stare con i loro soldati feriti all'ospedaletto di campo anziché diventare cappellani militari con grado e stipendio superiore; altri, infine, disposti alla morte piuttosto che a compiere un peccato mortale. Ci fu anche chi si incolpò del furto di 130 lire per salvare i veri colpevoli, subendone la relativa condanna.
Molti approfittarono della convivenza con i commilitoni per fare dell'apostolato salesiano: incitandoli alla recita delle preghiere, alla devozione alla Madonna, alla frequenza dei sacramenti, alla fuga dal turpiloquio, dalla bestemmia, dalla lettura della stampa immorale sostituita da quella cattolica, come il Bollettino Salesiano e le lettere del Rettor Maggiore ai Salesiani militari che passavano di mano in mano in trincea, nelle caserme e negli ospedali.
Come soldati-speciali in quanto religiosi, i Salesiani cercarono anche di essere di esempio nel compiere il proprio dovere con precisione, con amore, con spirito di fede e di sacrificio; nello stesso tempo diedero prova di disponibilità, mansuetudine, delicatezza e riguardo verso commilitoni e superiori. Non si posero troppe domande di carattere politico, anzi non entrarono mai in dibattiti di tal genere, onde evitare le facili accuse di disfattismo confessionale, di pacifismo clericale, di polemica e opposizione.
Se il numero dei premiati o decorati non superò la cinquantina, uno ogni 20 mobilitati, la Grande Guerra ha però restituito alla congregazione salesiana forti personalità che avrebbero lasciato poi un segno nel campo della loro azione apostolica. Bastino i nomi di grandi missionari (alcuni già venerabili) come i vescovi mons. L. Mathias, mons. S. Ferrando, mons. G. Pasotti, G. Lucato o come i sacerdoti don C. Braga, don C. Crespi, don F. Convertini, don C. Vendrame, don L. Albisetti, don S. Garelli, don G. Cucchiara... Altri fecero strada nell'ambito della Congregazione salesiana come il Consigliere generale don Guido Borra, o come il Rettor Maggiore don Renato Ziggiotti, che chierico, sottotenente e poi tenente di artiglieria, combatté sul Carso già nell'agosto 1915 e che, ferito, sarebbe stato congedato nel 1919 con il grado di capitano.
A fine guerra quasi tutti poi tornarono alle loro normali occupazioni salesiane, pronti a rimettere a servizio della patria terrena “le migliori energie intellettuali e morali con le loro sante e pacifiche battaglie dell'insegnamento delle scienze e delle arti”.